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Albertazzi, Adriano, Salò.

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Albertazzi, Adriano, Salò.

Contraddizioni di un'epoca.

 

Ho goduto della visione tv di un film documentario "memorie di Adriano, la voce dell'imperatore", dove Giorgio Albertazzi recita il testo che lo ha reso sommamente famoso, quelle immaginarie memorie dell'imperatore romano scritte dalla scrittrice francese Marguerite Yourcenar intorno al 1950. Un vecchio che ripercorre la sua vita.

Registrato quando Albertazzi aveva già più di ottant'anni, ambientato nella villa Adriana di Tivoli, per me è stato il classico due piccioni con una fava: vedere quello che è considerato un eccellente interprete del teatro italiano alle prese col suo cavallo di battaglia, peraltro quello che è ritenuto uno dei libri più letti ultimi decenni.

Mi ha permesso di riapprezzare l'arte teatrale di Albertazzi, uno dei più importanti interpreti del teatro italiano già da quel periodo di grande splendore in cui sui palcoscenici si alternavano Gassman, Bene ed altre compagnie di eccellente livello. Anche ad Arezzo.

Mi sono anche chiesto se nella rappresentazione di Adriano ci fosse da parte dell'attore un transfer della sua giovinezza, perlomeno dei suoi miti: forse siamo davanti alla idealizzazione distorta o impersonificazione di un dux che non deluda. Avessi avuto l'occasione avrei chiesto ad Albertazzi -che aderì alla Repubblica sociale nel 1943 e fu sottotenente della GNR (Guardia Nazionale Repubblicana) nel 1944- se in quel suo Adriano si specchiasse Mussolini.

Dall'imperatore passato alla storia come nume delle arti, noto ai posteri per il muro che separava la Britannia dai barbari del nord, ma anche per la feroce repressione contro gli ebrei in rivolta, all'individuo portato a mito per una intera generazione -attraverso la prima applicazione moderna del culto del superuomo- col risultato che proprio i più giovani italiani aderirono fideisticamente alla sua Repubblica Sociale ed ai suoi tristi riti finali. Balilla, avanguardisti, camicie nere, legionari, troppo spesso assassini e sadici. Un percorso programmato da un accurato lavaggio del cervello.

L'impegno di Albertazzi nella RSI fascista è nuovamente balzato alle cronache per una cittadinanza onoraria concessagli da Volterra anni prima della morte per motivi artistici: la vedova, presentatasi a ritirarla recentemente, si è trovata in mezzo alle critiche delle associazioni partigiane. Riconducibili alla adesione dell'attore a Salò con appartenenza ad una delle formazioni militari del tramonto fascista che si macchiò di comportamenti inaccettabili.

Anche nell'aretino l'attore non era unanimamente benvenuto, pur vi venisse spesso, per un episodio assai lugubre: Albertazzi venne recluso alla fine della guerra con l'accusa di aver comandato a Sestino, paese in provincia di Arezzo a cavallo fra Romagna, Marche e Toscana, il plotone di esecuzione che il 27 luglio 1944 fucilò Ferruccio Manini.

Liberato in seguito alla famosa e vituperata amnistia Togliatti, Albertazzi intraprese la carriera artistica che avrebbe proseguito sino alla morte.

Fiorentino d'adozione, ha sempre mantenuto uno stretto rapporto con la terra di Arezzo dove però la sua presenza suscitava anche sentimenti non ospitali. Infatti non ha mai voluto chiarire a fondo il suo ruolo su quell'episodio mentre a Sestino sono molti quelli che ricordano e riconoscono in lui l'ufficiale che comandò quel plotone d'esecuzione.

È vero che Albertazzi non ha mai negato o nascosto o rinnegato la sua appartenenza alle truppe di Salò, giustificandola come una posizione antimonarchica oltre che risultato d'un sentimento diffuso fra i giovani, ma è anche vero che su quel triste episodio le sue responsabilità paiono sufficientemente documentate. Le dita, in paese, puntano su di lui.

Mi è difficile immaginare come un ragazzo di 19 anni impartisca l'ordine di uccidere un inerme ragazzo di 19 anni, ma certo non ho vissuto quei giorni, mesi, anni dove regnava pure una grande confusione. Certo un segno proprio della debolezza della tirannia, un atto di terrore fine a se stesso. Un atto contro il diritto. Senza giustificazione.

Pur se sul fucilato i fatti non sono chiarissimi: catturato dopo uno scontro a fuoco fra partigiani e repubblichini in quella zona, la cosa notevole è che Ferruccio Manini non era un vero e proprio partigiano, bensì un soldato repubblichino che aveva buttato via la divisa e s'era imboscato.

Successivamente l'associazione nazionale partigiani ha rivendicato l'appartenenza del fucilato ad una formazione partigiana, ma questo profuma di quelle appropriazioni postume di cui l'Anpi rifulgeva. La retorica resistenziale è nota. L'idealizzazione del resistente ad ogni costo, senza rispetto per la verità. Basta vedere certe concessioni di medaglia d'oro. Spregi al vero sacrificio.

Non che questo riduca in alcun modo l'orrore di quanto accaduto fra italiani: il Manini fu trattenuto in custodia per qualche giorno e poi, senza processo, fucilato; credo non avesse mai sparato sugli excommilitoni: tutto pareva possibile e giustificabile, in quei giorni di follia, compreso fucilare senza processo, sulla base di una direttiva contro renitenti, partigiani e traditori. E se fucilare dopo un combattimento, invece che catturare nemici, poteva essere pratica diffusa da ambo le parti, è sadico, da malati di mente, far scorrere giorni prima di mettere al muro un prigioniero.

Ovviamente Albertazzi, come altri allora giovani che ho conosciuto, era cresciuto sotto l'imprinting fascista; era stato abbagliato dal fascismo e dalla figura carismatica di Mussolini che forse Albertazzi rappresenta in una forma edulcorata attraverso il ruolo di Adriano come emerge dal libro della Yourcenar. Credere, obbedire, combattere. E fucilare.

Sicuramente l'attore fu figura controversa, figlio di un periodo storico in cui l'Italia era divisa da una frattura che non si è voluto ricomporre, preferendo ampliarla creando quel clima di ostracismo che ha impedito a molti che avevano aderito alla Repubblica di Salò di fare un vero esame di coscienza e comprendere che la loro scelta, pur idealista o in buona fede, aveva prodotto gravi danni agli italiani ed all'Italia che tutti loro dicevano di amare tanto.

La presunzione e la superbia che hanno sempre accompagnato la vita professionale di Albertazzi  hanno probabilmente influito anche ad ostacolare il percorso che avrebbe potuto sanare la memoria di quanto accadde oltre settant'anni fa, evitando anche l'ipocrisia di tutti coloro che hanno incensato l'attore alla sua morte dimenticando volutamente qualunque richiamo alla sua gioventù ed alle conseguenti tragedie.

Un Albertazzi colpevole (in assoluto dal punto di vista morale, anche dal punto di vista giuridico -secondo il farlocco codice di guerra- mancano elementi a supporto della fucilazione se non in qualche farneticante disposizione contro i “traditori”) diviene un perfetto esempio di un'Italia rapidissima a montare sul carro dei vincitori, ma incapace di fare quei semplici gesti che rispettando la verità dei fatti e dei morti permettono di riacquistare una serenità che il tempo passato dovrebbe e potrebbe concedere.

Senza togliere niente alla sua bravura quale artista perché indubbiamente era uno forte, come uomo mi appare assai debole, incapace di riconoscere uno “sbaglio” che ha tolto una vita.

 

 

Ps: identico silenzio circa il passato repubblichino del recentemente defunto Dario Fo. Anche lui ha lungamente tergiversato prima di essere costretto ad ammettere la sua adesione volontaria, 17enne, ai parà fascisti delle Brigate Nere solo quando una sua querela per diffamazione finì proprio per sbugiardarlo. Per il paladino della sinistra chic italiana era un passato fastidioso specie dopo che aveva preso le parti del solito eroe anarchico, quello che assassinò un missino quasi cieco nel 1972. Tristezze di questo paese.

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