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Si figuri

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Si figuri

Per fortuna non ho il fisico.

 

 
Il caso è bizzarro, ha voluto che fossi apostrofato due volte in dieci minuti colla stessa frase: si figuri.

Dovevo ritirare una planimetria presso l'Urbanistica del Comune di Arezzo per marcare le mie riflessioni sul PEBA (piano eliminazione barriere architettoniche). In sella al mio scooter da disabile sono andato alla nuova sede degli uffici, alla Cadorna. Ho infilato l'ascensore collo scooter e sono salito al 1° piano, non sapendo dove ritirare quanto doveva essere predisposto per me. Ho visto una impiegata, alla mia domanda ha risposto che ero al piano sbagliato. Non un gesto, non un tentennamento. Non una titubanza sul fatto di potermi semplificare l'operazione. Vada al 2° piano. Mi è venuto spontaneo ringraziare per la disponibilità, ironicamente. Si figuri, ed ha voltato le spalle. Prendi, incarta e torna a casa. Forse avrei dovuto spiegargli che la manovra di ingresso in ascensore, selezione del tasto e uscita non sono banali, devi fare anche una inversione di marcia e superare una porta a vetri. Completato il ritiro, tornando verso casa ho dovuto percorrere un tratto di strada come fossi un veicolo, causa marciapiedi chiusi con rete per lavori, ed ho imboccato Porta buia, direzione Bastanzetti. Il marciapiede è pedonale lungo il muro e ciclabile lungo la strada, in corrispondenza dei varchi veicolari è molto sconnesso ed in pendenza. Prendere le buche non è piacevole ed è anche pericoloso, le ruotine non le gradiscono. Quindi, giunto ad uno scannafosso ho rallentato per scegliere il percorso meno peggio e mi sono spostato sulla ciclabile.

Dopo due secondi di esame della situazione, un tintinnio di campanello dietro di me. Mi volto. Un ciclista, telefono in mano, infantseat vuoto, mi guarda. Sicuramente mi hai visto percorrere il marciapiede scansando le buche, non ti ho tagliato la strada, cazzo suoni?! Pare insofferente per il contrattempo. Faccio retromarcia per lasciare il passo e mi scuso: si figuri, in aretino. Riprende la pedalata sul marciapiede, telefonino in mano e sparisce dietro l'angolo. Mi accorgo che dietro me c'è una pedone. Ha la bocca spalancata, scrolla la testa. Mi affianca scusandosi collo sguardo per la cafonaggine del ciclista. Inizio a bollire, non solo perché sono le 13. Giro la curva al catasto. C'è una Panda parcheggiata sulla strisce. Una coppia di vecchiotti, in missione di recupero del nipote da scuola, occupa il varco pedonale in fondo a via Petrarca. Molto urbanamente, mentre li scanso costringendomi ad affrontare lo scalino, li copro di insulti. Hanno anche il contrassegno disabili. Che non gli permette queste porcate gratuite. L'altro lato delle strisce è impegnato da una Lancia ypsilon, senza passeggeri. Sono prossimo alla esplosione, ricordo l'ultimo tratto prossimo a casa che dovrò fare in mezzo alla strada causa marciapiede inutilizzabile.

La badante (o altro accompagnatore) diviene necessaria per impedire gesti estremi.

Fra ciclisti, cialtroni, distratti, rincoglioniti col permesso da disabili (quelli che lo richiedono non per necessità, bensì per convenienza) ad Arezzo (parafraso Shakespeare): uscire, un po' morire.

 
Ps: scrivo scalino perché ad Arezzo gli scivoli sui marciapiedi finiscono con uno scalino, mai al pari col piano stradale: gni venisse 'n colpo! Con qualunque carrozzina o simile lo scalino, inteso come ostacolo a 90°, oltre a interrompere la spinta, restituisce un contraccolpo moltiplicato infinite volte che -per ogni buca, sconnessione etc etc- si ripercuote sull'organismo del disabile. A qualcuno può far perdere l'equilibrio del corpo, si spostino a piedi o in sedia a rotelle (non vedenti, anziani, tetraplegici e via discorrendo), quindi sono una stupida e pericolosa barriera. Cazzoni comunali e stradali che non capiscono l'importanza del particolare. Quello che fa la differenza. Però il Dringoli ha fatto le piste ciclabili tre volte più larghe delle parti pedonali. A cercare i voti dei ciclisti associati. A dispetto degli utenti deboli della strada, i pedoni di ogni foggia. Vergogna.
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