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L’insostenibile pochezza del femminismo di facciata

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L’insostenibile pochezza del femminismo di facciata



Poche cose, per alcuni individui, risultano più fastidiose dell’ipocrisia. È pacifico che, per altri, l’ipocrisia è un tratto da incrementare e di cui andare fieri dopo averlo riformulato e riaggiustato con piacevoli alternative linguistiche:


adattabilità al contesto

mediazione fra opposti fronti”

realismo politico

capacità di mantenere buone relazioni

mantenimento dello status quo

astensione dal giudizio

validazione delle alternative

pratiche comunicative riflessive


Sono tutti abiti linguistici eleganti (sia detto con convinzione). Ma tutti, nella loro eleganza, nascondono perlopiù la volgarità del voltagabbana (da voltare la gabbana… per rimanere nel tema della metafora vestiaria).

Ci sono pochissimi motivi che rendono ragione della trascuratezza nell’uso delle parole quando queste si stampano in un manifesto di propaganda politica che (per sua natura) dovrebbe tendere a raggiungere quante più persone possibili. Poche cose – poi – risultano più desolanti della strategia comunicativa “furbina”. L’impressione che si ha guardando il manifesto alla vostra sinistra nell’immagine è che queste cose siano raggruppate tutte insieme in un’unica frase: trascuratezza, strategia furbetta e ipocrisia. 

È IMPORTANTE PER LE DONNE DIRE SI' 

Cominciamo dagli errori ortografici per evidenziare la trascuratezza. Nei manifesti in cui si sostiene il Sì, quando ci si riferisce all’avverbio di affermazione, si dovrebbe scrivere con l’accento, altrimenti diventa un pronome riflessivo di terza persona.

Le donne non devono DIRE… Le donne (eventualmente e se a loro pare) dovrebbero essere invitate a VOTARE 
Diamone ragione:  le donne da ben 70 ANNI possono evitare di limitarsi a “dire” e possono VOTARE. C’è una parola (VOTARE) che poteva essere utilizzata per lo scopo che serve e per il quale è stata coniata.  La parola era lì, pronta ad essere utilizzata e collocata con competenza da chiunque abbia ideato il manifesto, da chiunque lo abbia scritto, da chiunque lo abbia approvato e da chiunque abbia deciso di divulgarlo. Si (senza accento) è invece consapevolmente scelto di utilizzare un verbo apparentemente neutro come “DIRE” che nel 70esimo anniversario della conquista del voto esteso alle donne ci poteva essere risparmiato (per buongusto se non per riflessione).

Ma si può essere un po’ più in malafede: si può pensare, ad esempio, che si voglia giocare con l’uso AMBIGUO dell’immagine della DONNA CHE DICE SI'.

Ossia: potremmo ipotizzare  che il creativo/a/* che ha ideato il cartellone abbia voluto colpire l’attenzione dell’elettorato con quelle strategie comunicative “furbine” che giocano con il “pecoreccio”, con la strizzatina d’occhio fra “maschi” quando si ipotizza che lei ci stia… anzi (peggio!) che sia importante per lei “starci” perché tutto sommato potrebbe averne un tornaconto oggettivo.

E veniamo all’ipocrisia. A tutto quello che abbiamo evidenziato si può obiettare con:

1) distrazione e buonafede di chi ha redatto, avallato, divulgato (come se essere distratti ma in buonafede possa bastare a giustificare una comunicazione che alla fine risulta offensiva e ipocrita);
2) scaricamento delle responsabilità sul postino del nonno del socio in pensione del tipografo;

3) complottismo malsano di chi legge (perché attribuire la malafede e le cattive intenzioni a chi le rileva e non a chi le manifesta funziona sempre);

4) scuse per il fraintendimento con accuse di strumentalizzazione politica incorporata che fa sempre tanto fumo negli occhi.

Una di queste quattro opzioni, nel caso in cui ci sia un eventuale risposta, sarà la struttura portante sulla quale si reggerà la giustificazione. Ma non ci sarà. Non c’è alcun dubbio! 

Cosa mai potrebbero addurre a giustificazione quelli che un giorno sì (con l’accento) e l’altro pure questionano combattivi sulle “A” finali delle professioni declinate, ingiustamente, sempre e solo al maschile e poi invitano maliziosamente le DONNE A DIRE SI' ?

Che cosa potrebbero dire? Forse che il femminismo è una gabbana comoda da indossare per combattere  dal calduccio dei propri uffici? Che per strappare un voto a favore della propria posizione si va in barba alle gabbane e anche a chi, indossandole, ha dovuto pagare sulla propria pelle? Che la battuta che strizza l’occhio al pecoreccio è da stigmatizzare solo se ad usarla sono “gli altri”? Che il maschilismo non è tale per contenuti ma a seconda del mittente che lo manifesta?

Pochissime cose  ledono seriamente la fiducia dell’elettorato quanto la trascuratezza con cui ti rivolgi loro, l’ipocrisia con cui si strumentalizza un tema e le strategie “furbine” per passare indenni dal giudizio della maggioranza.

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