Prima Pagina | L'opinione | Un quadrimestre da stress per l'industria orafa (aretina): 2016, più ombre che luci.

Un quadrimestre da stress per l'industria orafa (aretina): 2016, più ombre che luci.

By
Dimensione carattere: Decrease font Enlarge font
Un quadrimestre da stress per l'industria orafa (aretina): 2016, più ombre che luci.

Se il 2015 e stato un anno duro per il nostro settore, il 2016 potrebbe essere ancora più tosto: così, nella relazione allegata all'ultimo bilancio, il presidente di una delle maggiori catene cinesi di oreficeria, operante al dettaglio.

 
Questa frase riassume i risultati di un anno che per molte aziende cinesi sono stati peggiori del precedente e che hanno riportato i ricavi ai livelli di tre anni fa, quando l'oro costava una frazione, ed indica l'andamento del mercato in quella che è una delle aree più positive del pianeta per crescita complessiva. Con la quotazione dell'oro intorno a € 38 al grammo, 55 centesimi per l'argento, gli spazi per gli orefici italiani si fanno sempre più angusti, ovunque. Inoltre i prezzi in dollari sono ad una frazione di quello che erano solo 4 anni or sono, con evidente voglia di tornare a crescere. JP Morgan contro Goldman Sachs per chi gestirà il fixing dell'oro, segno di un risveglio di interesse non buono per la oreficeria aretina. Enorme la pressione speculativa, gli acquisti finanziari sono più che raddoppiati in un anno mentre l'acquisto per oreficeria è calato del 15% seguendo la diminuzione di acquisto in Cina, India, Medio oriente. Col mercato dei rottami alla finestra in attesa di un aumento del prezzo.
La necessità di contenere il peso degli oggetti in oro nei limiti di qualche grammo per mantenerli accessibili alla clientela sacrifica sempre più la capacità creativa italiana che non può più godere del vantaggio tecnologico introdotto dalle lavorazioni laser. Nel mondo dell'argenteria il grossista ha un approccio molto prudente nei confronti delle manifatture che superano l'euro. Al salire del costo, le quantità si contraggono e senza quantità un'azienda di produzione è incapace di produrre un utile adeguato. Quindi impossibilitata ad investire. Si difende, non si espande.
La crisi del settore bancario e i timori circa l'esigibilità dei crediti concessi alle imprese continua a soffocare le imprese aretine, con esclusione delle poche che hanno uno stock di materie prime preziose di proprietà che gli permetta di non caricarsi dei costi di finanziamento (pagare un tasso di interesse modesto su un capitale elevatissimo produce un costo stratosferico).
Pur l'attuale rapporto di cambio con il dollaro sia favorevole (1,11), il mercato statunitense continua a richiedere termini di pagamento difficilmente compatibili quando la materia prima costa così tanto.
Le perduranti difficoltà del nord Africa e del medio oriente, con riflessi su quella piattaforma che è da anni Dubai, crea una competizione fra fabbricanti di tutto il mondo che fa bene soltanto chi compra. Il rallentamento dell'economia russa, causato anche dalle sanzioni, colpisce ovviamente anche le ex repubbliche sovietiche che confinano con la Turchia, popolazioni piccole da un punto di vista numerico, ma in questo momento utili. Il mercato iraniano non si è ancora aperto, quello iracheno continua ad essere appannaggio dei cammellieri. E' sempre più facile trovare orafi in India e nel sudest asiatico, ma riuscire a far quadrare i conti è opera da funamboli.
Ad Arezzo poche aziende se la stanno cavando, chi si è specializzato nella produzione meccanizzata di alcune catene sta mantenendo un trend positivo mentre altre sono in cassa integrazione.
Nelle cronache televisive locali sono incapaci di affrontare certi temi, quelli che fino a ieri sbavavano dietro gli Zucchi si limitano ad incensare una ed una sola fabbrica aretina dichiarandola la più grande e la più vecchia d'Italia se non d'Europa. Squarcialupi, sornione e cortese, non commenta: io avrei tanto da imparare da uno come lui, anche quande dorme. Certo i suoi 150 milioni di fatturato e 350 addetti sono numeri significativi, ma chi è addentro al settore conosce più verità. Potrebbe sapere, per esempio, che a Valenza esiste una fabbrica sotto il marchio Bulgari, quello fondato nel XIX secolo a Roma. Precedentemente aveva un padrone diverso, Crova, e forniva con i suoi 200 operai tutti i principali marchi gioiellieri ed orologiai, d'Europa e del mondo. Questa azienda fu rilevata da quel gigante del lusso che è LVMH, una dittarella che fa €37 miliardi (sì, miliardi!) di vendite con i suoi oltre 70 (veri) marchi del lusso ed un esercito (3.800) di punti vendita. Hanno l'azienda produttrice di gioielleria in due separati laboratori valenzani, ma tra pochi mesi riunirà la produzione in un unico stabilimento da 14.000 m², con una proiezione di assunzioni che la dovrebbe portare a settecento addetti. Anche se il ramo gioielli e orologi vale meno del 10% delle vendite totali del gruppo, si parla di 3,3 miliardi (fischia) venduti tramite 400 negozi: Bulgari, Chaumet, Fred, De Beers DiaJew, TAG, Hublot, Zenith. La casa madre dichiara per questo ramo un margine operativo che si sogna ad Arezzo, dove in questo periodo qualcuno è tornato ai decenni passati, quando gli utili si facevano con il calo, non col valore aggiunto bensì quello sottratto, differenza seria.
Già ora la fabbrica Bulgari è al top, la crescita del distretto orafo valenzano è dovuta a lei: domani sarà inarrivabile. Ed il gap si allargherà.
Infatti manca ad Arezzo la distribuzione o un rapporto forte con essa: gli utili si fanno lì, come le politiche di prodotto o la pulizia dell'invenduto. Essere un marchio mondiale, Vuitton, Hermes, Gucci (top 3 del lusso in una classifica molto citata, assai orientata verso il mercato Usa) permette un margine di manovra ampio. Ma anche essere più piccoli gioverebbe.
E' vero che nel report di Richemont (leader del lusso in oro e pietre e orologi, con Cartier e tanti marchi simili), si trovano frasi simili a quella cinese: quel lusso nei loro prodotti è inchiodato nei numeri da una crisi nei loro mercati d'adozione.
Il gruppo Kering (simile per ricavi, ca 12 miliardi €, forte su abbigliamento e pelletteria, vedi Gucci), proprietario di Pomellato, la vede meglio: negli anni c'è chi ha ridotto il fatturato, ma aumentato il margine (che bravi!). Richemont ha 1800 negozi (diretti o su licenza), Kering 1650.
Lvmh, Richemont e Kering guadagnano due volte, nel produrre (direttamente o in outsourcing) e a vendere i prodotti a prezzo fisso, mentre potenziano i marchi. In Italia vediamo Prada, 3,5 miliardi in ricavi, ed Armani, 2,6 miliardi, ma i soli orologi e gioielli Lvmh fanno un fatturato uguale o maggiore a quelli che -per le piccole e medie imprese italiche- sono modelli ormai inimitabili.
La principale catena italiana di oreficerie (termine ormai improprio), Stroili, 370 punti vendita, è stata rilevata in luglio dal gruppo estero già ben inserito nel settore con la catena francese HdO, che alcuni orafi aretini hanno come cliente. Spero proprio il lavoro su Arezzo aumenti e non cali.
Spero non vogliano rientrare degli oltre 200 milioni euro investiti a scapito delle ditte aretine.
Controllo della filiera: pianificazione, produzione, piattaforma, punto vendita. Et voilà.
Al momento taluni stanno alzando la preoccupazione di una recrudescenza degli atti criminosi. Non c'è bisogno di farsi bella dal parrucchiere, nè di una telecamera dinanzi: gli orafi lo sanno già. A me risulta che molte aziende hanno aggiornato i loro sistemi di sicurezza ed elevato le proprie protezioni: se la vigilanza funziona non credo che il problema siano i furti, bensì le rapine. Che hanno alti rischi per gli addetti. A SanZeno è successo alla Sicam.
Ma le rapine non le fanno solo ad Arezzo. Problema che si acuisce, ma noto.
Casomai mai di altro occorre preoccuparsi: una volta molte aziende inviavano per sicurezza l'oro a caveau esterni, vigilati. Chissà chi lo avrà fatto questa estate? Dopo il fatto della guardia giurata Securpol che ha fatto il rigatino di mascettiana memoria, ciò diviene una vera preoccupazione sistemica.
La crisi del distretto aretino si allarga e con essa i problemi nei servizi complementari o collegati.
Se la produzione industriale italiana è calata in luglio del 1%, domani un lavoratore su 100 sarà ridondante! La crescita a parole. Occorre una diversa politica industriale governativa ed una revisione, veloce, del sistema produttivo e commerciale.
In attesa della prima, che non avverrà mai, chi può faccia, da solo o in rete, la seconda.
Purtroppo le istituzioni, o meglio chi le guida, hanno altre priorità.
  • Invialo ad un amico Invialo ad un amico
  • Versione stampabile Versione stampabile

Vota questo articolo

0