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Muore su un campetto di calcio don Paolo De Grandi, parroco di Campoluci

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Muore su un campetto di calcio don Paolo De Grandi, parroco di Campoluci

E' deceduto sul campetto da calcio della parrocchia di Campoluci, alle porte della città di Arezzo, don Paolo De Grandi, 46 anni, parroco del paese. Il sacerdote, molto conosciuto in città per il suo impegno sociale, stava giocando una partitella a calcio quando intorno alle 20:20 è stato colpito da arresto cardiaco. Purtroppo non c'è stato nulla da fare. Gli operatori del 118 giunti sul posto hanno potuto solo costatarne la morte.

 

“Mi chiamo Paolo, sono nato a Nogara di Verona il 6 giugno del 1970. Col calcio nel sangue. Il pallone, la maglia numerata, il fischio dell’arbitro sono stati pensieri fissi, nel cuore e nella testa, fin da bambino. Nel 1983 ero stato selezionato per giocare nelle giovanili dell’Hellas Verona calcio, società che militava nel campionato di serie A. 

Ero quella che si definisce 'una grande promessa'. La mia vita si strutturava con il solo, insistente obiettivo di diventare un campione nel mondo professionistico. Non c’era altro. Finché un giorno un grave incidente stradale mi stroncò la carriera. Il fatto, gravissimo per me, inizialmente cambiò il mio indirizzo soltanto un poco. La delusione per l’accaduto rinvigorì in me la speranza di diventare qualcuno in quel mondo tanto sognato: intrapresi un’altra via, stavolta per diventare un allenatore importante. E allenai, per un periodo anche Damiano Tommasi, ex giocatore della Roma, della Nazionale e del Verona. Nel frattempo frequentavo un po’ la parrocchia, come tutti i ragazzi. Andavo in discoteca con gli amici, iniziavo ad avere simpatie per il gentil sesso. Due cose però emergevano dentro di me, e facevano sentire la loro voce: volevo avere un figlio, che nella mia mente sarebbe diventato un campione di calcio, quello che io non avevo potuto essere. Secondo: mi piaceva molto dedicarmi agli altri. Due cose opposte: la prima dettata da quel percorso soltanto mio, concentrato sul mio ego, da quella passione che tutto aveva annullato, modellato; l’altra, nata chissà come, forse dal mio carattere entusiasta e un po’ pazzerello, ma ancora dai contorni così imprecisi, sfocati.
Nel 1988 andai per la mia prima volta a fare degli esercizi spirituali con i Cursillos di Cristianità, poi nel 1991 lo spartiacque: mi recai a Lourdes per fare un’esperienza come barelliere al servizio dei malati. Sul treno diretto al santuario capitai in uno scompartimento dove c’erano cinque sacerdoti e un frate. Persone lontanissime da me, misteri. Eppure, d’un tratto, mi prese il desiderio di confessarmi. Scelsi tra quei sei un sacerdote di Verona, don Gino, parroco all’epoca della comunità di Povegliano Veronese. Questo sacerdote mi portò in fondo al vagone del treno, e lì feci una 'confessione fiume'. Venne fuori tutto di Paolo, del Paolo che non conoscevo, che non avevo mai ascoltato. E di quello che invece mi era familiare. Con don Gino iniziammo a conoscerci arrivati a Lourdes. Una sera mi fece 'scoprire' la recita del Santo Rosario: cominciai a pregarlo con lui, e ogni giorno che passava mi affezionavo sempre più: fu per me una figura paterna e una bella guida spirituale. Tornato dall’esperienza di Lourdes, lo frequentavo circa ogni dieci, quindici giorni. Andavo ad aiutarlo in parrocchia, si parlava del più e del meno e mi confessavo.
Insomma, iniziavo un cammino diverso; qualcosa dentro me stava cambiando. Il pensiero di fare carriera come allenatore nel mondo del calcio e avere un figlio campione stavano come scomparendo. Quello di aiutare gli altri cresceva, sempre più forte, tanto che nel 1994 lo seguii in Bolivia. Sperimentai la missione nella cittadina di Camiri, vicino a Santa Cruz, per circa 25 giorni. Toccai con mano la povertà e ricevetti molto, là dove non pensavo. Là dove il calcio, forse, non m’avrebbe condotto mai. Un giorno, era maggio, durante la solita confessione, don Gino mi chiese se volevo diventare sacerdote. Andai in crisi. Avevo conosciuto una ragazza speciale, con cui pensavo di formare una famiglia. E poi quella era una proposta da pazzi: io, Paolo, dal calcio al sacerdozio, da una vita normale a una di sacrifici? E il figlio fuoriclasse? E il mio sogno di diventare un famoso allenatore? Le resistenze si moltiplicavano, sul tragitto di casa. Ma la 'telefonata' era arrivata, e la risposta si compose da sé. Nel cassetto i sogni cambiarono in un baleno.
C’era, su di me, un piano un po’ strano, ma speciale. Nel settembre del 1996 sono entrato in seminario a Verona, nel 2005 sono diventato sacerdote. Il calcio? Sta ancora facendo parte della mia vita, in un modo tutto nuovo e diverso. Sono il capitano e il numero 10 della Nazionale sacerdoti calcio detta 'Seleçao Internazionale calcio preti' e il vicepresidente della squadra. Ritengo che sia un bellissimo intreccio di amori, quello che vivo ora. Il calcio non fine a se stesso, ma come mezzo per giungere agli altri: le mie due grandi vocazioni che finalmente si fondono. Ho istituito con altri amici una associazione chiamata 'Vento d’amore', partendo dal termine aramaico 'Ruah' (soffio vitale, vento), con la quale collaboriamo a progetti in favore di bambini orfani e in difficoltà. Quest’anno, con la squadra, abbiamo fatto anche il 'Calendario della Solidarietà': e – guarda un po’ la vita – sono stati grandi campioni e allenatori come Mancini, Bagnoli, Galante, Stovini, Lanna, Conte, Minotti, Agostini, Fanna, Rossi e Graziani a fare capolino nel mio, di mondo. E chi l’avrebbe detto, anni prima...
Con la squadra dei sacerdoti abbiamo partecipato alle trasmissioni sportive della Rai, ad altri programmi, persino a Sanremo! Lo scopo? Sempre lo stesso: sforzarci di essere sacerdoti che possano vivere e testimoniare Cristo negli ambienti in cui si trovano, senza nessuna presunzione o aspettativa di riuscita. Sono convinto che lo sport sia un ottimo strumento d’incontro con i giovani, e anche coi meno giovani. Permette una relazione immediata, senza nessuna barriera formale. Mi aiuta molto a conoscere i ragazzi, incontrare e sentire i loro problemi. Come sacerdote credo di avere l’obbligo di incontrare le persone nei loro ambienti, non di attendere che esse vengano a bussare alla porta della mia canonica. Il dialogo vissuto nello spogliatoi, davanti a una birra, sotto la doccia, in macchina mentre si va ad una partita, permette di costruire buoni rapporti e, infine, parlare a loro di Gesù Cristo. Sì, certo, perché è Gesù Cristo l’obiettivo finale, il più importante. Da quando faccio questo tipo di pastorale d’incontro ho trovato riscontri di crescita nella fede molto interessanti. Giocatori che vengono a Messa e che prima magari non la frequentavano. Confessioni di giovani giocatori e no, che da una vita non lo facevano. Insomma, l’attività sportiva permette di migliorare le relazioni e insegna a educare i giovani al rispetto, all’impegno, alle regole e a una sana autocritica. Lo sport è molto educativo, aiuta a saper anche perdere, mettendo a frutto i propri talenti: queste sono le armi per vincere la sfida educativa dell’indifferentismo e dell’atteggiamento libertario che incombe nelle nostre parrocchie e nella società. Lo sport aiuta anche a inserirsi nel contesto sociale e a capire che se si vuole ottenere qualcosa, è necessario impegnarsi nella vita. Quando sul campo si vuole vincere, bisogna mettercela tutta, giocare di squadra ed essere anche pronti a sacrificarsi per il compagno in difficoltà o fuori zona. E così è nella vita. Non si può ottenere tutto con la bacchetta magica, vanno messi a frutto i doni che il Signore ci ha dato. Come è capitato a me: pensavo non avrei mai più toccato un pallone e oggi faccio il campionato a sette giocatori nella squadra delle 'All stars', organizzato dall’Opes in Arezzo con la società sportiva la Chimera, che quest’anno ci ha visto campioni nazionali a Riccione. 
Ora, per me, giocare è diventato un mezzo per comunicare agli altri la mia gioia d’essere prete, il mio desiderio d’incontro. Nel calcio, come nella vita, va riscoperta l’importanza del gruppo e della comunicazione. Ognuno ha un ruolo specifico e ogni ruolo è necessario per gli altri. È il senso dell’affermazione di San Paolo quando parla delle diverse membra che formano la Chiesa. Soltanto se si è uniti possiamo essere famiglia, comunità e parrocchia. Così lo sport diventa educativo”. 

(Don Paolo De Grandi parroco di Campoluci vicepresidente Nazionale sacerdoti calcio, su Avvenire del 27 Agosto 2008)

Cordoglio del sindaco e dell’amministrazione comunale per la scomparsa di Don Paolo De Grandi

Il Sindaco e l'Amministrazione Comunale di Castiglion Fiorentino si stringono attorno alla famiglia De Grandi e a tutta la comunità religiosa, civile e militare di Arezzo che ha avuto il piacere di conoscerlo, frequentarlo ed apprezzarlo, per la tragica e prematura scomparsa di Don Paolo. Stimato Sacerdote anche nella Parrocchia della Collegiata ha dato il suo esempio di religioso impegnato tra i giovani, nella società e nello sport. Una perdita importante per tutta la società e per la Polizia aretina, Don Paolo ne era il cappellano, che ci rattrista ma che ci riempie il cuore per aver avuto il piacere di incontrarlo nel suo breve quanto intenso cammino.
"Signore non ti chiediamo perché ce lo hai tolto, ma ti ringraziamo per avercelo dato" Sant'Agostino.

 

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