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Una strada di Arezzo per il “Capitano Magro”, trucidato nel 1944 alle Fosse Ardeatine. Lo scrittore Enzo Gradassi lancia l’idea

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Una strada di Arezzo per il “Capitano Magro”, trucidato nel 1944 alle Fosse Ardeatine. Lo scrittore Enzo Gradassi lancia l’idea

AREZZO - Nel 2014 lo scrittore Enzo Gradassi, con il suo libro Il Capitano Magro. L'avventura di un giovane aretino da Fiume alle Fosse Ardeatine (Fuori|onda Libri), ha riscoperto una figura singolare del Novecento aretino: Mario Magri.

Soprannominato "Capitano Magro" da Gabriele D'Annunzio, che lo considerava legionario fidatissimo, fu uno che visse la sua vita intensamente fino al 24 marzo 1944, giorno in cui cadde per mano nazista alle Fosse Ardeatine. Era il tragico epilogo della rappresaglia tedesca, causata dall'attentato dei GAP romani ai danni delle truppe di passaggio lungo via Rasella. 

 

Nei giorni in cui si ricordano le 335 vittime di quel terribile eccidio capitolino, lo stesso autore ha lanciato l'idea di intitolare al protagonista del suo libro una strada di Arezzo, con la speranza che il Consiglio Comunale e la Commissione Toponomastica accolgano la proposta e colmino una lacuna evidente.


Breve profilo del “Capitano Magro”:

 

Mario Magri nacque ad Arezzo nel 1897 e qui trascorse i suoi primi anni di vita.

Volontario nella Grande Guerra si rivelò ottimo ufficiale, fu ferito e decorato. In seguito seguì Gabriele D’Annunzio nell’Impresa di Fiume e ne divenne uno dei prediletti, perché capace di audaci imprese. 

Per amore di libertà rifuggì il fascismo e, accusato di complottare contro la vita di Mussolini, fu condannato al confino come "pericoloso all’ordine e alla sicurezza dello stato fascista".

Fra Lipari, Ponza, le isole Tremiti, Cirò, Petronà e Pescopagano, fu l’unico oppositore del fascismo a scontare 17 anni consecutivi di confino, senza passare attraverso alcun processo. Entrò in relazione con repubblicani e anarchici, comunisti e senza partito, e anche con personalità come Sandro Pertini e Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro e Roberto Bencivenga. 

Riacquistata la libertà nel 1943, raggiunse Roma dove operò nella Resistenza romana al fascismo e al nazismo e fu un protagonista della componente liberal-democratica.

Catturato dai tedeschi, fu incarcerato in via Tasso, dove divise la cella con il capo del Fronte Armato Clandestino Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo e con don Pietro Pappagallo.

Dopo sessanta giorni di sevizie, a seguito dell’attentato di via Rasella, fu tra i 335 prigionieri prelevati dai carceri romani che vennero trucidati e quindi occultati nelle cave di pozzolana di via Ardeatina.

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