Prima Pagina | L'opinione | Acqua. Acqua privata. Acqua pubblica. Acqua gratis…

Acqua. Acqua privata. Acqua pubblica. Acqua gratis…

By
Dimensione carattere: Decrease font Enlarge font
Acqua. Acqua privata. Acqua pubblica. Acqua gratis…

A caratteri cubitali si legge ovunque del tradimento dei referendum sull’acqua del 2011. Un tentativo di ribaltarne il risultato in vero ci fu, ma fu rapidamente cassato dalla Corte Costituzionale.

 

 

Credo però sia necessario stabilire una qualche forma di dialettica sull’argomento, tra il fronte del pubblico a tutti i costi e quello del privato è bello (che però non si manifesta). Altrimenti si lascia il comitato acqua pubblica a parlare al vento, senza che nessuno provi almeno a contraddire, a stabilire un dibattito, ad offrire un punto di vista alternativo. Il muro di gomma non è mai un vantaggio per la democrazia. 

Ci voglio provare io, anche perché l’elettroencefalogramma piatto all’interesse, non è un bel segnale. Meglio accapigliarsi che addormentarsi.

C'è tradimento?

Prima di tutto andiamo a rileggere cosa fu deciso ai referendum del 2011. La parte dell’acqua si articolava in due quesiti.

A) Il primo quesito prevedeva l'abrogazione della norma che obbligava ad affidare la gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica a soggetti scelti a seguito di gara ad evidenza pubblica, consentendo la gestione in house (pubbliche) solo in casi eccezionali

Attraverso il referendum fu eliminato art. 23-bis, facendo però rivivere l’art. 113 d. lgs. n. 267/2000, ovvero facendo restare attivi gli affidamenti del servizio a società pubbliche, secondo la loro scadenza naturale. Ma attenzione: la legge a cui il referendum ha ridato vita, è proprio la legge con cui sono state privatizzate molte società per la distribuzione dell’acqua.

Dopo il referendum gli enti locali sarebbero stati liberi di scegliere (senza alcun obbligo come previsto dalla norma abrogata) il modo di affidamento dal servizio: a privati, a società miste (senza limiti minimi di partecipazione dei privati) oppure a società pubbliche.

Volendo dare un senso politico, cercando cioè di interpretare la volontà dei cittadini (ma attenzione, nel diritto la forma è sostanza) per andare oltre alla semantica con cui si è costruito il referendum, possiamo dire che fu quello di affermare che la gestione pubblica dei servizi ha ancora un ruolo positivo per l’interesse dei cittadini: dunque un senso rispetto all’idea, che “privato è meglio”

B) Veniamo all’altro referendum, sulla tariffa per l’erogazione del servizio idrico. Il quesito proponeva l'abrogazione parziale della norma che stabiliva la determinazione della tariffa per l'erogazione dell'acqua, nella parte in cui prevedeva che tale importo includesse anche la remunerazione del capitale investito dal gestore. Il senso politico di questo referendum era simile al primo, di cui costituiva un complemento: la riaffermazione dell’utilità sociale della gestione pubblica dei servizi, che prevale sul lucro che si può trarre da un’iniziativa imprenditoriale.

Durante la campagna referendaria, una delle poche cose su cui i comitati per il Sì e quelli per il No erano d'accordo era che la vittoria del Sì nel secondo quesito avrebbe determinato «la fine degli investimenti privati nella gestione delle risorse idriche», perché nessun privato investirebbe in un settore dal quale sa di non poter ricavare alcun profitto.

Secondo i sostenitori del Sì questo esito era auspicabile, anche perché la legge non vincolava la remunerazione del capitale agli investimenti; secondo i sostenitori del No questo esito avrebbe fermato gli investimenti e basta. Hanno avuto ragione entrambi, e oggi salvo poche eccezioni gli investimenti sono praticamente fermi.  Eppure ne servirebbero, e non solo perché avere impianti migliori abbasserebbe i costi di gestione. La rete italiana perde oltre il 30% dell'acqua che trasporta, con picchi del 50% al Sud  (quanto nessun altro Paese europeo) mentre il 15% della popolazione vive in zone sprovviste di sistema fognario e non solo di depuratori.  Il presidente dell'Autorità per l'energia elettrica e il gas ha detto di recente che il settore idrico italiano ha bisogno di 65 miliardi di euro nei prossimi trent'anni. Lo Stato e gli enti locali non ce li hanno. Comunque si guardi il problema, resta una coperta corta.

Poco dopo il referendum, con l'articolo 4 del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, approvato dal Governo Berlusconi, pur con diversa formulazione, si cercò di reintrodurre le norme abrogate dal primo quesito. Il 20 luglio 2012 l’articolo fu giudicato incostituzionale con la seguente motivazione: « [La legge] viola il divieto di ripristino della normativa abrogata dalla volontà popolare desumibile dall’articolo 75 della Costituzione. Per concludere così :  “L’affidamento ai privati è una facoltà e non un obbligo”.

Da molto tempo su questa testata, ho formulato una domanda, chiedendo a chi è in grado (bilanci alla mano e non a casaccio), di dare una risposta: “Se il servizio della distribuzione dell’acqua fosse interamente in mani pubbliche, ma certamente con obbligo almeno di pareggio di bilancio, la tariffa agli utenti finali, sarebbe minore, uguale o maggiore?”

Una cosa sia evidente: acqua pubblica non significa acqua gratis. Significa che la distribuzione dell’acqua deve essere gestita da una municipalizzata. Ma significa anche che non possono essere piu’ i denari dei contribuenti a coprire le differenze tra costi e ricavi, tra entrate ed uscite.  Siamo certi che una società pubblica sia in grado di realizzare risparmi sul montante finale dei costi di bilancio? Quali essi saranno, dovranno sempre trovare un pareggio sul fronte delle attività. Se non saranno i denari dei contribuenti, saranno per forza di cose, quelli dei clienti.   

Ma quelli espressi non sono gli unici dubbi: 400 mila firme sono tante, ma sono quante servono a portare una legge in parlamento, non a garantire che il parlamento la approvi. 

Dichiarare che l’acqua è un bene comune, è una verità fino a che si preleva con la mezzina dal torrente, non quando si pretende che sia fresca, depurata e portata in casa a profusione. Immagino che sia un po’ complesso anche realizzare un contatore che possa garantire comunque 50 o 100 litri vitali al giorno. L’acqua non è l’energia a cui si può applicare una riduzione di potenza premendo un tasto.  Sull’obbligo di ripubblicizzare qualche dubbio, sia etico che giuridico, ancora ce l’ho. Perché uno stato che prima mette a bando un servizio e poi ci ripensa e fa saltare quanto stabilito (in Italia purtroppo succede spesso), non è che offra proprio il massimo della credibilità.  Un ricorso internazionale contro una tale legge, metterebbe in ginocchio prima lo stato e poi i comuni.

A questo aggiungo che ci ritroviamo spesso a pontificare contro le partecipate, causa apparente di tutti i mali. Definite poltronificio, fonte di scandali e di mala gestio. Ma non sarebbe così nel caso di una partecipata dell’acqua. Insomma visti da fuori… sembriamo schizofrenici!  

Personalmente da tempo sostengo che se fosse possibile abolire il monopolio e liberalizzare il mercato della distribuzione dell’acqua (notare la differenza tra privatizzare e liberalizzare) molti problemi si risolverebbero da soli. Ma questo argomento pare tabù

Sarebbe interessante poter dibattere di questi problemi deideologizzando la questione. Evitando gli acuti stonati e le iperbole infinite, i toni roboanti e la gran cassa di chi ricerca il consenso piu' dell'interesse dei cittadini, che borbotta in sottofondo.   

  • Invialo ad un amico Invialo ad un amico
  • Versione stampabile Versione stampabile

Vota questo articolo

0