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Arezzo Fiere: l’Emilia Romagna sta mostrando alla Toscana un nuovo percorso

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Arezzo Fiere: l’Emilia Romagna sta mostrando alla Toscana un nuovo percorso

La crisi della Fiera di Bologna ha tenuto banco per molti mesi. Ma la strada individuata per risolvere i problemi, potrebbe essere molto interessante anche per la Toscana.

 

Su Repubblica del 15 marzo: La prima mossa è il matrimonio a tre che unirà i saloni di pregio della via Emilia. Iniziano così le prove tecniche di fusione tra i quartieri fieristici di Bologna, Rimini e Parma in vista del 2017 [legge di riordino delle società partecipate]. Il progetto, in cantiere da vent’anni, è sempre stato frenato dalle gelosie di campanile. Oggi, complice il dimagrimento di alcune storiche kermesse, la serrata concorrenza di Milano e, soprattutto, l’urgenza di avere più peso sui mercati internazionali, è tornato in agenda. Quella che potrebbe nascere nel giro di un anno è una holding unica con un giro d’affari di 224 milioni di euro [….]

Il 25 marzo Bologna Fiere eleggerà i nuovi vertici. Il nome del “traghettatore” è già stato scelto dai soci pubblici: Franco Boni, 76 anni, per quasi un decennio alla guida delle Fiere di Parma. Nel capoluogo emiliano dovrebbe restare un anno. Il tempo per rasserenare il clima e preparare il piano industriale: «Il progetto – anticipa Boni in attesa della nomina – non riguarda solo Bologna ma tutto l’apparato delle Fiere emiliane. La direzione è il sistema unico regionale». Scalfire la concorrenza di Milano, continua il manager reggiano, è «solo uno slogan, l’attacco vero è al mercato internazionale. Se non ci si affretta a fare aggregazioni perderemo terreno». La regia dell’operazione è del governatore che ha sbloccato l’impasse tra i bolognesi rilanciando la holding (la Regione Emilia Romagna è azionista di peso nelle tre società fieristiche). Se la fusione dovesse andare in porto, di certo andrebbe a incidere sugli equilibri dell’intero settore fieristico, dove di integrazioni e sinergie si parla da anni guardando al modello dei maxi quartieri tedeschi - senza mai realizzarle. Non sarà semplice: unire le società comporta statuti da riscrivere, assemblee dei soci e resistenze di azionariati parcellizzati. L’obiettivo? Ridurre costi e poltrone, costruire un unico piano industriale e presentare all’estero un’offerta con oltre cento kermesse annuali e una rinnovata potenza finanziaria. Anche la distanza col campione nazionale, Fiera di Milano, che nel 2014 ha fatturato 245,5 milioni di euro, a quel punto si ridurrebbe.

L’operazione illustrata da Repubblica è esemplare: creare un polo fieristico regionale, che distribuisca gli eventi e razionalizzi i costi. Alla fine, se anche una delle manifestazioni orafe aretine, dovesse spostarsi a Firenze, non sarebbe mica una tragedia: anche se dovesse nascere PITTI ORO, potrebbe essere un grande valore aggiunto per il nostro comparto orafo alla disperata ricerca di ordini, non certo una disgrazia. Il polo fieristico è nato per stimolare la crescita del distretto industriale aretino, questa deve essere la sua mission. L’indotto è un fattore terzo non trascurabile, ma non essenziale.

Con questa operazione l’Emilia si mette al riparo dall’incombente legge di riordino sulle partecipate, mantiene il controllo sui valori patrimoniali liberandosi della gestione, conservando al contempo il coordinamento regionale su un comparto che deve avere un respiro ampio e strategico.

Vogliamo qualcosa su cui discutere in termini propositivi e non di difesa delle poltrone e della mucca da mungere? Iniziamo da qui… 

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