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Gli strani personaggi che si sono alternati nelle trattative per la Cantarelli

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Gli strani personaggi che si sono alternati nelle trattative per la Cantarelli

Alla luce degli sviluppi avuti in questi giorni, con gli avvisi di garanzia e i mandati di perquisizione emessi dalla Procura della Repubblica di Arezzo, siamo andati a ricostruire il cammino della trattativa, che vedeva al centro la Cantarelli.

 

Nella prima metà del 2015, appariva come fiduciario della Biochefarm (quella del celebrato avvocato Campana), l’avvocato Luca Degan, incaricato di tenere i rapporti con lo stesso Cantarelli e plenipotenziario al buon esito della stessa.

Il giornale La Nazione infatti scrive il 17 aprile 2015: “Cantarelli, c'è la cordata, si tratta della società Biochefarm, con sede a Chiasso che ha presentato una proposta per l’acquisizione della Cantarelli. Ad annunciarlo è stato lo stesso Alessandro Cantarelli assieme a Luca Degan, rappresentante della società”.

Meno di un mese dopo, il 21 maggio 2015, sempre La Nazione scrive: “Doccia fredda sulla Cantarelli. Anzi gelata. L'accordo con l'azienda farmaceutica Biochefarm, una realtà svizzera con sede a Chiasso, pareva aver avviato la risoluzione di tutti i problemi. E invece siamo punto e a capo. La conferma arriva da un comunicato ufficiale della stessa Biochefarm a firma Luca Degan. Luca Degan, incaricato dalla società BIOCHEFARM SA con sede in Chiasso, ha comunicato la rinuncia da parte della società svizzera all’accordo proposto ad Alessandro Cantarelli e sottoscritto unilateralmente, per l’acquisizione di parte del pacchetto azionario della Cantarelli spa, a fronte della domanda di concordato presentata dalla stessa al Tribunale di Arezzo il 06/02/2015”.

All’epoca delle trattative, ho sempre pensato che meno rumore si facesse intorno alla stessa e meglio sarebbe stato per l'azienda, che ho sempre ammirato per l’elevatissima qualità del prodotto e che dava lavoro, val la pena ricordarlo, a centinaia di operai.

Dunque mai mi sarebbe venuto in mente all’epoca di approfondire i personaggi che si alternavano nella strana giostra, che invece si era messa in movimento, ma che al momento giusto e senza una apparente valida motivazione, aveva smesso di girare. 

Rileggendo oggi tutti gli articoli con cui il nostro quotidiano locale ci teneva informati sulla evoluzione della situazione, appare ripetutamente un nome: “Luca Degan”, che mi è suonato familiare per motivi che non riuscivo a ricordare. Ho cominciato a scartabellare e ne è uscito un mondo… 

Non posso essere certo che non si tratti di un caso di volgare omonimia, pertanto la vicenda va presa con assoluta cautela. Mi limiterò infatti a riportare gli estratti della stampa dell'epoca,senza aggiungere alcuna riflessione. 

In particolare mi ha colpito un articolo pubblicato dal Giornale, in data 28 febbraio 2009 a firma Gian Marco Chiocci. 

L’articolo si occupa di una vicenda a metà tra lo sconcio della prima repubblica e gli sciacalli che hanno poi infestato la seconda: la scomparsa nel nulla, del patrimonio immobiliare (70 miliardi di vecchie lire per 120 immobili) della vecchia Democrazia Cristiana.

Le decine di migliaia di atti visionati dal Giornale descrivono un’incredibile sequela di complicità, scaricarabarili e omissioni, politiche e non, che hanno cancellato un gigantesco patrimonio passato di società in società, di mano in mano, finendo intestato a ignari prestanome dispersi in Croazia. L’inizio dell’affaire lo si può collocare al 1994, quando la Dc di Mino Martinazzoli, o quel che ne restava, inizia a sgretolarsi. Nasce così il Ppi. Di lì a poco, con gli «scissionisti» Pierferdinando Casini e Clemente Mastella, prende corpo anche il Ccd. L’anno successivo Rocco Buttiglione esce e fonda il Cdu mentre Gerardo Bianco si mette alla guida del Ppi-Gonfalone. Quattro anni dopo, non avendo ottenuto quanto pattuito, il Ccd chiede il fallimento delle società «ammiraglie» che detenevano l’intero patrimonio. La magistratura interviene e decide che siano i tesorieri a gestire il tutto. È qui che Angiolino Zandomeneghi, l’uomo intorno a cui ruotano i processi (per la stessa vicenda a Roma è imputato, a Perugia è parte lesa) fiuta l’affare. E con un gioco di prestigio fatto di prestanomi e trucchi contabili, complicità e misteri societari - ipotizza il pm capitolino Luca Palamara - riesce ad acquistare a due lire quanto era rimasto agli eredi della Dc dopo le prime vendite avvenute negli anni novanta di un patrimonio complessivo costituito da 508 immobili.

Ai magistrati, Castagnetti spiega di essere rimasto sorpreso allorché un collaboratore gli fece notare che gli ultimi 120 immobili (da destinare alle sezioni della nascente Margherita) erano stati invece ceduti alla «Immobiliare Europa» di un certo Zandomeneghi a un prezzo ridicolo: appena un milione e 557mila euro rispetto a una stima di vendita inizialmente oscillante dai 50 ai 70 miliardi di lire.

Arrivando alle battute finali del lungo pezzo: “…le quattro società «proprietarie» dei 120 immobili confluiscono definitivamente nell’«Immobiliare Universo», fondata da Borgo e da Luca Degan, socio e amministratore unico della nuova creatura. La guardia di Finanza rincorre i protagonisti fino in Croazia, i fallimenti colpiscono un’immobiliare dopo l’altra, i due processi procedono su binari paralleli senza incontrarsi mai. La caccia al tesoro, ad oggi, s’è fermata. Il risiko societario si combatte duramente in tribunale. E tra nuovi «imprevisti» e «probabilità» la partita al Monopoli della Dc è destinata a non finire mai”

Il 12 dicembre del 2010 appare un articolo su un sito web di informazioni (italiainformazioni) poi scomparso, ma di cui è rimasta traccia nella cache: "Al centro dell’operazione – “fine della Balena Bianca” – come venne denominata, c’era un imprenditore veronese, il quale si era accaparrato degli immobili della Dc e della Federconsorzi; il terminale dell’ingegnoso meccanismo che aveva arricchito i ladri si trovava nientemeno che in  Croazia. Acrobazie, scatole cinesi, prestanomi, infatti, conducevano oltre confine e lì si perdevano.

Di sicuro, oggi, sappiamo che l’operazione "dissoluzione Balena Bianca" ha un protagonista, un imprenditore veronese, che ha agito per conto terzi o conto proprio e una società madre, Immobiliare Europa, tante piccole società satellite, e che non sono spariti solo i 508 immobili della Dc ma anche le 44 proprietà della Federconsorzi.

La stampa ha dedicato al fallimento dell’imprenditore ed all’operazione Balena Bianca alcuni articoli. Sul “Corriere della Sera”, tra l'altro, Sergio Rizzo ha ricostruito alcune fasi dell’operazione, legate ad una ipotesi di bancarotta fraudolenta della Procura di Roma. L’imprenditore aveva acquistato ed alienato un centinaio di immobili di proprietà della DC. Annusato l’affare, aveva cercato di mettere le mani su tutto il patrimonio. E pare che ci sia parzialmente riuscito".

Per conto di chi aveva agito? Chi ha favorito veramente?


 

 

 

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