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L a L u n a è a p e r t a

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L a  L u n a  è  a p e r t a

 

 

 

 

«La poesia è una ripida scala spalancata

fila verso il cielo come un uccello in picchiata

Fa paura salire:

se cadi fra una parola e l'altra puoi morire

È una scala senza parapetto, senza paracuore

la si sale da soli, accecati dal sole

È una scala senza pareti laterali

con a sinistra il pieno e a destra il vuoto

salita barcollando da corpi senza ali

La sosta non è prevista

o meglio, è ammessa la sosta in movimento

come fanno le stelle, come fa il vento

E una scala senza casa, senza muri

con un punto di partenza soggettivo

e nessun punto d'arrivo

Polmoni abituati all'aria devono respirare luce

e il sangue deve allungarsi nelle vene

e non più colare ma imparare a parlare

A una certa altezza trovi il cerchio della Luna

una grande nave bianca con le vele

la tua anima sui campi distesa come neve

È l'ultimo gradino conosciuto

poi solo vento e fiato

l'universo nero illuminato

Qualcuno a quel punto ancora sale

poggiando il piede su scalini senza scale

E l'uomo monocellulare

l'uomo di cristallo

che fa poesia come il mare fa il corallo».

 

 

Concupisco già esperita la poesia soppesando "Colui che giunge alla meta". "Credo oggi aver esperto / che essere amato per valore io merto" (Ariosto O.F. XIV 58...)

 

Secondo i testi dell'ortodossia, il Buddha venne alla luce nel 623 a.C. nel giardino di Lumbini, a Kapilavatthu, in uno staterello-cuscinetto fra l'India e l'odierno Nepal. Suo pa­dre Suddhodana, re del clan dei Shakya (da cui l'appellativo Shakyamuni, "Il saggio del clan dei Shakya", uno dei tanti conferiti all'Illuminato) e capo della famiglia dei Gautama, gli pose l'augurale nome di Siddharta ("Colui che giunge alla meta"). Crescendo, il principe apprese magistralmente sia l'arte militare che le filosofie del suo tempo (i Veda e le Upanishad, da cui mutuò poi il concetto dell'annullamento dell'Io-individuale, l’atman, nell'Io-tutto, il brahman); a 16 anni, si sposò con la principessa Yasodhara da cui ebbe un figlio, Rahula. Fino a 29 anni condusse, suo malgrado, un’esistenza sfarzosa; poi si staccò da tutti per affrontare e risolvere il problema che segretamente lo travagliava: quel­lo dell'infelicità umana.

Lasciò i suoi cari, si rasò i capelli (a simboleggiare l'abban­dono della vita materiale e della forza) e si tolse ogni ornamento in segno di rinuncia al suo status. Per raggiun­gere la pace spirituale, tentò varie strade. Dapprima, provò con le tecniche di meditazione yoga, che gli permisero di conoscere e affinare i suoi poteri mentali; poi, insoddisfatto, si diede alla più severa vita ascetica. A quel punto, capì che solo la "via del Centro", fra l'estremo del piacere e quello della penitenza corporale, l'avrebbe condotto alla verità. Meditò per varie settimane di seguito sotto un albero bo (o assattha, o pipal, in cingalese), nei pressi di Gaya; lottò contro le tentazioni e i legami illusori, ponderò sul passato e sul futuro e, infine, giunse alla completa saggezza, il Para­nibbana (un gradino prima del Nirvana, il supremo stadio della liberazione a cui s'accederebbe solo con la morte).

Da quel momento (aveva 35 anni) fino al giorno della morte che lo colse, secondo i testi ortodossi, a 80 anni, nel 543 a.C., Gautama si definì Tathagata ("Colui che è arriva­to") e, vestito di giallo, andò in giro predicando e facendo proseliti. Dopo la sua cremazione, a Kusinagara, in India, i suoi discepoli ne traslarono i resti in vari paesi asiatici, soprattutto a Ceylon e in Thailandia (paese dal quale furo­no poi trasferiti in Giappone), affidandone la conservazione a reliquari detti stupa o dagoba, e, quindi, si costituirono nel Sangha, il clero buddista. Dopo un concistoro di 500 monaci, fra cui vari discepoli di Shakyamuni, i testi sacri e le regole monastiche vennero discussi e redatti.

La nuova fede si diffuse rapidamente fra i ceti intellettuali e la nobiltà dell'India settentrionale, e, nel III sec. a.C., re Asoka proclamato il buddismo religione di stato, ordinando la costruzione di templi e dagoba e inviando missioni di bikku (i bonzi) in tutti gli stati confinanti. Strettamente intrecciata a quella del potere temporale, la fortuna del buddismo in India si protrasse fino al VI secolo d.C., allor­quando la reazione della casta sacerdotale dei bramani e del popolo da essa sobillato lo estirpò praticamente dal paese, restaurando, assieme al sistema delle caste, il vec­chio edificio metafisico incrinato dai princìpi squisitamente morali di Gautama.

 

Mi sposto da Colombo a Galle usando i mezzi locali. Osservo gli animali:

 

Gli animali, nello Sri Lanka, somigliano agli uomini. Hanno gli stessi riflessi, la stessa imperturbabile scelta di tempo dei conducenti locali. I guidatori cingalesi si distinguono per il fatto di schivare gli ostacoli solo quando se li trovano da­vanti, come se non vedessero a un palmo dal naso e non sapessero prevedere che dietro una curva può esserci un pericolo; gli animali ­­­­- quelli più comuni, ovviamente - si spostano all'ultimo momento dalla carreggiata, giusto in tempo per non farsi investire. Potete strombazzare fin che volete ma un cane cingalese - uno dei milioni di cani smilzi, e vagamente somiglianti a bracchi, che s'aggirano per le strade dell'isola - si smuoverà dall'asfalto solo quando gli starete per piombare addosso e, cosa ancor più stupefacen­te, lo farà in tutta souplesse, mollemente, come se vi facesse un favore, dato che la strada gli appartiene.

Peggio ancora le vacche che non si schiodano proprio e costituiscono un pericolo costante per l'automobilista.

Anche gli scoiattoli sembrano pigri e inamovibili, in questo paradiso naturale. Giuro di averne visto uno fermo sulla mezzeria di un rettilineo deserto, con la sua bella coda ritta, imperturbabile, che non si è mosso fino a che non gli siamo stati a soli cinque metri.

 

Ora mi trovo a Galle

 

Galle è la città più importante e fascinosa della costa meridionale. Pren­de il nome da gal (roccia nera), ma ai tempi di Plinio e Tolomeo veniva chiamata Tarshish. Fino alla seconda metà del secolo scorso è stata il maggior porto dell'isola, poi ha dovuto cedere il primato a Colombo. Nella sua grande baia naturale, in cui erano già approda­ti i vascelli di re Salomone, ripartendone carichi di elefanti e pavoni, gemme e altre merci preziose, si avvicendarono i mercanti arabi, i conquistatori portoghesi che la fortificarono e ne fecero un grande emporio, gli olandesi e gli inglesi.

 

- Dove mi trovo?

- Ti ricordi ancora il caldo di Negombo?

Mi trasferisco a Anuradhapura. Il 22 febbraio, festa nazionale di Luna piena, ho visto a Colombo una Perahera spettacolare. Rinfresco la memoria:

 

È una delle feste più spettacolari di tutta l'Asia, pur avendo perso con il tempo un po' dello smalto primitivo, come possiamo dedurre dalla descrizione del cinese Fa-hien e di altri testimoni del tempo passato. L'Esala perahera (Esala è il nome del mese lunare a cavallo tra luglio e agosto; perahera significa processione) era ini­zialmente, più di venti secoli fa, una cerimonia induista, e assai più modesta dell'attuale. Con l'arrivo del dente del Buddha, nel 331 d.C., mutò significato. Il rito si celebra a Kandy dal 1775; prima, si svolgeva nell'antica capitale, Anuradhapura. Per un certo lasso di tempo non ebbe luogo. Attualmente viene portata in processione una copia del microdagoba (il karanduwa) in cui è contenuta la reliquia, poiché gli abitanti ritengono sacrilego rimuoverla dal luo­go in cui è custodita. Il perahera, il cui inizio non cade ogni anno alla stessa data, dipendendo da parametri astrolocico-astronomici (generalmente, l'ultimo giorno coincide con il primo di luna pie­na), dura da 7 a 14 giorni. Ogni sera, come vuole la tradizione più antica la processione tocca quattro templi, rispettivamente dedica­ti a Natha, Vishnu, Skanda e Pattini. Il culmine della festa è la processione finale, di gran lunga la più imponente per numero di elefanti, danzatori e musici, che si conclude con una cerimonia denominata "la separazione delle acque" nel fiume Mahaweli, in località Getambe, 3 km a sud della città. Il taglio delle acque è la purificazione rituale della sciabola del dio Kataragama.

La principale attrazione del corteo sono gli elefanti, che sfilano a decine, sontuosamente bardati di drappi e finimenti multicolori intessuti d'oro e d'argento. L'oggetto sacro è portato su un palan­chino d'oro (randoli) dal Beligammana, il maschio più vecchio, fornito di magnifiche zanne e, per la circostanza, splendente di lampadine come un albero di Natale.

 

Mutuo l’isola a occhio nudo

 

I bramani la chiamavano "la risplendente"; gli antichi per­siani, Serendib, da cui deriva il termine inglese serendipity, coniato dallo scrittore Horace Walpole, che vuol dire sco­perta casuale e molto piacevole.

Per i greci, era la "terra del giacinto e del rubino"; per i maomettani, la terra d'esilio dei nostri progenitori, dopo la loro cacciata dal paradiso terrestre. Per secoli, i viaggiatori e i conquistatori indiani, lasciandosi alle spalle le infuocate coste del Coromandel e il malinconico delta del Gange, restarono affascinati dalle montagne, dalle lussureggianti foreste e dalle coste di Ceylon.

Mark Twain fu un po' riduttivo quando la definì "verde e piacevole": la natura dello Sri Lanka può reggere benissimo i superlativi. Non per nulla sull'isola hanno girato molti film d'avventure (tra gli ultimi, Indiana Jones e il tempio maledetto, per la regia di Steven Spielberg) e ambientato altrettanti romanzi esotici.

 

L’Olanda, dove i corvi visti da Van Gogh prendono il volo su distese di grano dorate, è presente su tutte le spiagge…

 

 

E ancora!... Esala la Perahera da per tutto.

 

Il momento più suggestivo è quello della fiaccolata serale magistralmente descritta da D.H. Lawrence nei suoi taccuini di viaggio, allorché il percorso si illumina di migliaia di torce alimentate da olio di cocco. Penso che l’antica Anuradhapura era probabilmente la più grande metropoli dei suoi tempi; che i suoi messi e i suoi re venivano ricevuti in pompa magna nella Roma imperiale; che i suoi ingegneri locali avevano inventato dighe e chiuse prima di Leonardo. Diamo a Ceylon quel che è di Ceylon. Per ignoranza, associavamo il suo nome soltanto al tè e a vaghe immagini di natura esotica, palme, elefanti, giungla. Come fosse nata con gli inglesi e i racconti di Salgari. A me viene naturale ricondurla a Gianni Rodari… Guarda un po'!

 

Le volpi luminose

da «Esercizi di Fantasia»

 

Rodari:    Adesso che abbiamo messo insieme un po' di parole, possiamo iniziare a raccontare una sto­ria... Però non una di quelle che ricordiamo. Queste sono un certo tipo di storie con le quali possiamo fare libri e poesie. Adesso che abbiamo un po' di parole in comune, prendiamone due, e vediamo se inventiamo una storia... Chi sceglie due parole?

Ragazza: «Volpe».

Ragazzo:  «Lampada».

Rodari:    Abbiamo due parole: una scelta da una bambina, e una scelta da un ragazzo. Adesso sposia­mo queste due parole e vediamo che figli nascono... Nascerà qualche cosa, vero?

Ragazzo:  Delle volpi luminose.

Rodari:    È già un'idea. Comincia da principio.

Ragazzo:  Un giorno, una volpe entrò in un buco, e vi trovò una lampada. Allora, la lampada decise di sposare la volpe perché erano entrambe sole; e la volpe fece delle volpi luminose... (Poi non sa come proseguire la sua storia, il ragazzo).

Rodari:    ... Allora; la volpe e la lampada che si sono sposati, hanno fatto dei volpacchiotti luminosi, o delle lampadine che abbaiavano?

Ragazzo: ... Volpacchiotti luminosi! E questi volpacchiotti luminosi non riuscivano mai a prendere una preda, perché li vedevano da lontano.

 

 

 

Le volpi fulminate

 

A proposito di volpi volanti: in Sri Lanka ne noterete molte stecchite, penzolanti come stracci dai fili dell’energia elettrica. È un curioso suicidio di massa involontario. I grandi pipistrelli hanno l’abitudine di dormire a testa in giù: s’aggrappano al filo superiore e si lasciano dondolare. In questo modo toccano a volte il filo inferiore con il capo, chiudendo il circuito…

 

            La Luna compie il suo giorno. Una presenza costante.

 

 

1349. Un emissario del papa Clemente V, il frate fiorentino Marignolli, visita l’isola e, al ritorno, riferisce: “Ceylon dista pochi chilometri dal Paradiso”.

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