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La teoria economica nei nostri giorni.

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La teoria economica nei nostri giorni.

La cattiva pratica l'ha distrutta.

 

Mi hanno regalato “critica al monetarismo”, un saggio di Giorgio Bellucci, edizioni Cgil; sanno che, pur di estrazione politica diversa, non nego tempo alle riflessioni di altre parrocchie. Poi i temi economici non mi disgarbano perché ogni verità (o presunta tale) è utile per capire qualcosa circa il disastro congiunturale degli ultimi anni.

Bellucci, partendo dalla inefficacia delle teorie marxiste secondo la politica economica sovietica, trova una alternativa al peggior capitalismo nella teoria di Keynes. Essa è stata alla base del new deal di FD Roosevelt, che si trovò a combattere la grande depressione del 1929 negli Usa. Usò la spesa pubblica per superarla, secondo le idee di Keynes. Meccanismo che è andato in crisi colla fine della convertibilità di oro in moneta tra il 1944 ed il 1971 e l'incapacità a governare l'inflazione. Friedman e la sua teoria monetaristica ebbero il sopravvento e trovarono spazio sotto Reagan e Thatcher, quelli delle privatizzazioni e deregolamentazioni. Questa teoria si basa sulla offerta di moneta e sua regolamentazione. Banconote immesse o richiamate per influenzare i fondamentali di una economia. Scompare l'iniziativa dello stato e il suo intervento in lavori e servizi pubblici. Una cosa è vera: uno stato è il peggior spenditore che esista. Bassa efficacia ed efficienza, costi elevati ed aumento incontrollato degli stessi, servitù politiche a spese degli altri cittadini (in Italia basta l'esempio dell'Iri e delle sue partecipate, acciaierie, AlfaRomeo, cantieri navali etc etc).

Bellucci si è appassionato al tema, da autodidatta, studiando e leggendo tanto roba tosta, ma mantenendo uno stile non accademico. Arriva a chiedersi quale sia la responsabilità dei prodotti finanziari derivati nel casino di questi anni. Ci vede una colpa e io sottoscrivo, ma con una sostanziale differenza in premessa. Per Giorgio swap, cartolarizzazioni e compagnia sono responsabili perchè trattati senza regolamentazione, un contratto fra le parti e via. Nati per proteggere una operazione con tasso fisso mitigandola con intervento dei tassi variabili, una forma di assicurazione, gli swap si sono allargati a tutta una serie di possibilità molto più simili alla scommessa che alla moderazione di un rischio. Puri strumenti speculativi. Verissimo.

 Il principale strumento monetarista, la massa monetaria, il controvalore circolante nelle varie forme, è reso superato dalle cartolarizzazioni. Come ben ricorda Bellucci, queste equivalgono alla creazione di nuova moneta il cui importo sfugge al controllo istituzionale, rivelandosi una sottrazione di futuro (pag26). Quindi le manovre sui tassi d'interesse non hanno il risultato voluto.

Considerato poi che gli strumenti d'ingegneria finanziaria devono rendere abbastanza per essere appetibili, si è venuto a creare un zoccolo duro di rendimento sotto cui non si va

Ma la evidente mancanza di relazione fra interventi delle banche centrali e risultati tangibili sul mercato emersa negli ultimi lustri deriva dalla globalizzazione ed apertura dei mercati. In tale contesto gli assunti tipici delle teorie economiche si frantumano: le varie premesse - invarianza di altre condizioni (ceteris paribus), non asimmetrie di informazione, mercato perfetto, solo per citarne alcune- non reggono più. Monopolisti, insider trading, effetto travaso, trappole sono parte della quotidianità e come tali inficiano qualunque teoria all'atto della sua applicazione.

Ci si sono messi anche primari istituti bancari britannici a ciurlare sul manico, fissavano i valori del Libor (un tasso di riferimento), figuriamoci il resto della truppa.

Il volume dei derivati nel 2003 era 278.000 miliardi di dollari, nel 2008 era arrivato a 981.000 miliardi (pag62). Un milione di miliardi. Pari a 14 volte il PIL mondiale. Mondiale. 500 volte il Pil prodotto dal nostro paese. Cifre fuori controllo. Numeri infiniti, utilizzati in fisica o astronomia.

Idem colle cartolarizzazioni: si vendono incassi futuri e si svendono asset tossici (lo ha fatto anche BancaEtruria con numerose operazioni alla borsa di Dublino), ci si allontana dall'economia e si entra nella finanza. In Italia le vendite di immobili pubblici o gli incassi di arretrati Inps fanno storia, negativa, di come si inventa un incasso da cartolarizzazione, a rendere i soldi ci si penserà poi, con calma. Se ne inventerà un'altra.

Se il valore (immobiliare, materie prime, valute, qualunque cosa venga in mente) cresce così vorticosamente, si crea una bolla speculativa, che prima o poi si inceppa. Regolarmente la bolla scoppia, quella dei mutui subprime portò al crac Lehman Bros il 15 settembre 2008, un buco da 250 miliardi, grazie all'effetto domino che si portano dietro questi orgasmi finanziari. Da allora si annaspa, la congiuntura è un effetto, non la causa, ma poco cambia per noi poveri comuni. Le bolle sono periodiche, quasi inevitabili, anche perché i meccanismi regolatori vengono aggirati.

Sempre che vengano attivati, gli Stati hanno bisogno delle banche per vendere il proprio debito; in Italia poi Banca Italia è al 98% degli istituti di credito.

La normativa in vigore negli Usa, principale mercato borsistico e finanziario, dal 1933 al 1999 era contenuta in 37 pagine; nel 2010, fu sostituita con altra espressa in 848 pagine (pag86), ma non è che si possa dormire sonni tranquilli.

Da almeno 20 anni non vedo la reazione attesa alle manovre finanziarie delle banche centrali, non hanno più la massa per influenzare il mercato. Il quantitative easing lanciato dalla Banca Centrale Europea di Draghi ha funzionato per la fiducia/timore che incute Draghi e per il valore della manovra. Sennò se ne fregano.

Il mondo ormai si divide fra chi può accedere a forme di finanziamento “creative” e chi deve andare in banca. Le grandi società, grandi patrimoni o fondi di investimento, possono rifornirsi di liquidità a spese dei piccoli investitori, con una obbligazione strutturata o una cartolarizzazione, a tassi che governano; noi privati andiamo in banca col risultato che conosciamo.

I fattori o gli indici base (lavoro, produzione, salari, occupazione..) non funzionano più davanti alla speculazione, nessuna teoria economica può funzionare davanti alla brama di soldi ed alla sua dimensione. Qui, secondo me, sbaglia Bellucci. Ma pare quasi una questione di lana caprina, tutte cose che ci passano sopra la testa.

In un Europa che non si mette d'accordo sui migranti, che vuole abolire Schengen, con una Germania strabordante, con il Regno Unito sulla soglia per andarsene, con politiche fiscali non omogenee, paradisi monetari, non è che si può essere molto allegri. Aggiungiamo una Commissione che usa strumenti restrittivi del passato per una cura sbagliata, e facciamo scopa. Ed una Italia che per troppi anni ha chinato la testa. Siamo un paese leader, ma qualcuno vuole che sia schiavo.

l'è tutto sbagliato, l'è tutto da rifare” diceva l'uomo col naso triste come una salita, quello cogli occhi allegri da italiano in gita. Quello per cui i francesi ci rispettavano, però.

Ne occorrono altri come lui, ma non per mandarli esuli all'estero.

Sono la chiave per rompere un meccanismo, tornare ad essere una nazione di ingegnosi e volenterosi lavoratori. E non essere così legati agli interessi dei monopoli esteri.

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