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IO STO CON IL PROF. STEFANO RHO-UNA VITA APPESA A … UN AVVERBIO

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IO STO CON IL PROF. STEFANO RHO-UNA VITA APPESA A … UN AVVERBIO

Può la vita di una persona essere in bilico per … un avverbio? Può un avverbio vigliacco, ficcato non si sa come in un certo comma, in un certo articolo di legge, rovinare una famiglia? Da qualche tempo, questo è il terribile incubo (a occhi aperti) del Prof. Stefano Rho, 43 anni, professore bergamasco di filosofia, licenziato per colpa di un avverbio: “La sanzione del licenziamento disciplinare si applica comunque- questo in sintesi l’art. 55 quater.1°comma lett.d) D.lgs. 165/2001-a chi dichiara il falso in autocertificazioni al momento dell’assunzione”… Tutto per quell’avverbio “comunque” …

L’avrete ascoltata tutti questa storia in TV: insegnante di filosofia di un liceo bergamasco, Stefano Rho è stato licenziato “in tronco” per non aver dichiarato, all’atto di assunzione in ruolo, di essere stato condannato ad un ammenda di € 200 per il reato di “atti contrari alla pubblica decenza” (art. 726 CP). Ben 11 anni prima, era stato sorpreso dai Carabinieri a fare pipì all’aperto, in luogo appartato, come un pischello qualunque, con un amico, dopo una festa della birra. I “benemeriti “avevano fatto rapporto e la cosa era finita davanti al Giudice di Pace. Il bravo Rho aveva rifiutato di spendere soldi per Appello, Cassazione e compagnia bella (si sa, in questi casi, costa più il processo della multa …), e la cosa pareva finita lì. Ma, una volta assunto in ruolo, non aveva menzionato quella multa nella “autocertificazione” dei carichi penali pendenti (trattavasi pur sempre di “carico penale”…).

Basta un falso in autocertificazione così lieve, non attinente nemmeno a formali incompatibilità con il ruolo, a giustificare il licenziamento? Per quale arcano volere, questa che, sulle prime, pareva una farsa più che veniale (come tale considerata dal Preside, che aveva applicato una misura disciplinare minima), si è potuta trasformare in dramma, in un inaspettato licenziamento?

Le leggi sono quello che sono, direte Voi, ma vanno applicate con il buon senso. E il “buon senso” suggerirebbe di applicare comunque l’art. 2119 del Codice Civile e di procedere al licenziamento senza preavviso, solo quando si crea una grave e insanabile rottura o incompatibilità tra Datore di Lavoro e Dipendente. Ma avete sbagliato i vostri conti! Guai ad offrire ad un Burocrate l’occasione di interpretare alla lettera una legge: questi, infatti, diventa intransigente, ostinato, attaccato alla lettera, come nemmeno i farisei con i dieci comandamenti! E’ a questo punto che entra in scena l’avverbio assassino, celato insidiosamente nel Testo Unico del Pubblico Impiego (edizione 2009): “[Il licenziamento] si applica comunque” a chi attesta il falso in autocertificazioni. Per gli interpreti più intransigenti, “comunque” sta per “in ogni caso”: il licenziamento si applica, qualunque sia il precedente penale omesso, fosse anche il più lieve. “Il licenziamento si applica comunque”: “Comunque” indica che il Preside responsabile non ha scelta, deve licenziare! Anche a dispetto del Codice Civile …

Certi Tribunali, per la verità, stanno cercando di fare Giustizia davanti a disgrazie simili a quelle del Prof. Rho. Io credo, però, che, in questi casi, la Politica debba precedere la giurisprudenza (troppo lenta, purtroppo!): le Camere approvino senza indugio una legge di “interpretazione autentica” affinchè casi come quelli del Prof. Rho non abbiano più a ripetersi, affinchè i “falsi” nelle autodichiarazioni dei dipendenti pubblici siano disciplinati con più buon senso. Per questo, io ho firmato la petizione https://www.change.org/p/chi-l-ha-fatta-fuori-dal-vaso-reintegrate-stefano-rho.

Mi auguro, lo facciate anche Voi. Grazie.

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