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Il senso del limite

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Il senso del limite

Nel recente passato politico credo sia molto difficile trovare un dibattito più scadente, rispetto all’importanza del tema, di quello sulla legge Cirinnà, cioè sul matrimonio omosessuale e la conseguente adozione. Ho detto matrimonio perché di questo in effetti si tratta, anche se ha un nome diverso. La democrazia non sempre premia il migliore quanto il più capace a ricorrere a strategie distraenti, utili a conseguire il risultato voluto.

 In questo i fautori della Cirinnà sono stati abili nell’avere posta come assiomatica, quindi “non negoziabile”, l’esistenza di una serie di diritti a cascata, di avere fatto di questi diritti un vessillo di progresso, paragonandolo, del tutto impropriamente, addirittura ai diritti civili conquistati della minoranza nera americana, mai stati in discussione, ma lasciando intendere che chi contesta il diritto al matrimonio same-sex e all’adozione, contesta quei diritti, e conseguentemente nell’appiccicare agli oppositori l’etichetta di retrogradi, reazionari, medioevali (dando prova di non conoscere la grandezza del medioevo), confessionali oscurantisti, e una serie di altri rozzi improperi, facendo leva sullo stereotipo della presenza di una forte chiesa cattolica in Italia. Puro stereotipo, perché mai come in questo caso la chiesa ufficiale è stata silente, talvolta ostile, salvo un mezzo discorso della CEI da considerare un fastidioso atto dovuto. Forse per cattiva coscienza.

In questo modo è stata ribaltato l’onere della prova dalla parte attrice, che vuole cambiare uno dei principali cardini dell’assetto della società che dura da… sempre, a chi invece vorrebbe almeno capire quali siano e se ci siano ragioni vere per questo ribaltamento di prospettiva. Va da sé che è stato dato come ulteriore assioma, il fatto che i proponenti siano progressisti, contemporanei, aperti al mondo, compassionevoli, antirazzisti, rispettosi dei diritti, liberali perfino (liberalismo riassumibile nella formula: ognuno faccia quello che vuole). Buoni contro cattivi insomma, così sono riusciti a fare regredire il dibattito a livello infantile: la legge sarebbe “buona” per il solo fatto che sono i “buoni” a proporla. Operazione di “buon” successo mediatico, va riconosciuto, che solo l’iniziativa dei tantissimi che sono andati a Roma al family day è riuscita a scalfire, inducendo qualche media e qualche politico a maggior cautela.

Poi c’è la insignificante, illogica, e anche un po’ colonialistica, giustificazione, che “ce l’hanno in tutti paesi dell’Europa” - non del tutto vera tra l’altro- cui si potrebbe facilmente rispondere: non ce l’hanno oltre un miliardo di abitanti dell’Africa e un miliardo e mezzo di cinesi e oltre un miliardo di indiani, e tralascio i dintorni, e si è fatta la maggioranza del pianeta, cui si aggiunge tutto l’est europeo (forse non l’Ucraina che è una fabbrica di figlioli) e gran parte del sud America. Ma questi sono popoli che non contano, evidentemente.

Tuttavia, l’artificio del ribaltamento dell’onere della prova conserva la sua efficacia tattico-argomentativa.

E io vorrei però provare a trovare qualche ragione non per perdere tempo a negare un diritto (la mia negazione varrebbe l’affermazione dell’altro), quanto per capire qualche possibile conseguenza sulla società, smontando l’altro luogo comune utilizzato: “Ma l’allargamento dei diritti ad altri non diminuisce quelli di chi già ce l’ha”; altro artificio retorico che ovviamente serve a glissare proprio sulle conseguenze di questo presunto nuovo diritto. Bella anche questa di inserire nel dibattito il “diritto” di sposarsi tra un uomo e una donna (chi mai avrà pensato al matrimonio come diritto, resta un mistero), come se fosse argomento da mettere in dubbio. Naturalmente non farò minimamente ricorso a qualsivoglia credo religioso, ma, come si usa dire con altro stereotipo, da laico.

Dopo il sesso come fattore culturale, e quindi determinabile e intercambiabile a scelta di ognuno, il matrimonio same-sex, e la inevitabile adozione, allargano, ma non completano, il quadro del distacco dell’uomo dalla natura e dalla sua stessa biologia. Tutto ciò è reso possibile dalla tecnica, che permette, e sempre più permetterà, manipolazioni genetiche e mediche di vario genere.

Un ragionamento al limite aiuta a immaginare le conseguenze e a cercare di immaginare il futuro, molto vicino, in verità, al presente.

Immaginiamo che il matrimonio omosessuale diventi legge ovunque. Immaginiamo un incremento considerevole di questi matrimoni. Immaginiamo, e qui ce ne vuole poca di immaginazione, che anche le coppie etero sentano il “desiderio” di avere figli, ma farli all’antica presenta un certo sacrificio. E’ di qualche tempo fa la notizia di una nota attrice di serial americani che, desiderando il secondo figlio ma essendo in  carriera, ha ritenuto più comodo trovare una vettrice, e ha affittato un utero. In campo omosessuale, è Elton John l’icona di tale pratica.

Si apre insomma un grande mercato, al momento ancora un po’ acerbo e riservato a ricchi capricciosi.

Nel campo dei nuovi nati - ma chiamiamoli con il loro nome: prodotti umani - gli optional saranno, è facile prevederlo, assenza di malattie genetiche, colore di  occhi, capelli e pelle, il sesso, vari parametri biomedici e avanti così. Non siamo nella fantascienza ma nella cronaca, si tratta solo di rendere comune ciò che ancora  non lo è perché esistono, causa gruppi di primitivi medioevali, tabù, che inducono a considerare un limite alle possibilità e ai desideri. Limite che non appartiene solo agli oscurantisti cattolici, ma all’uomo, se è vero che i miti di Prometeo e Icaro contengono in sé sia la trasgressione che la punizione, segno di una coppia inscindibile e drammatica di atteggiamenti umani.

L’esistenza del matrimonio omosessuale (non delle unioni civili, che dovrebbero valere per tutti, etero e omo) è un catalizzatore accelerante, rappresenta una bella spinta verso quella direzione, perché è evidente che, data l’impossibilità di rivolgersi alla natura, si dovrà/vorrà necessariamente ricorrere a pratiche mediche di vario genere per l’acquisto dei figli. E’ la legge del mercato resa possibile dalla tecnica, non governata da un limite ma dal principio in base al quale tutto ciò che è possibile è lecito. Il matrimonio omosessuale rappresenta la porta attraverso cui passa l’accettazione e la diffusione di pratiche eugenetiche per tutti. Perché di selezione della specie si tratterà, né più né meno.

Quanti film, e quanta letteratura, del genere distopico, prevedono società in cui è vietato il rapporto tra uomo e donna, perché la riproduzione avviene in altro modo! Sono solo fantasie? Direi proprio di no. A giorni vedremo, vedranno, pagato con i nostri soldi, Elton John  a Sanremo, prova vivente di quanto sopra detto. Mosca bianca oggi, regola domani, quando anche i prezzi, per legge di mercato, scenderanno.

Concludo con una provocazione: le pratiche eugenetiche sono state effettuate sistematicamente, nel secolo scorso, in Germania, ovviamente, per la selezione della razza ariana, ma anche in Svezia, fino al 1976, e in Finlandia, fino al 1970. Decine di migliaia di casi, non prove sporadiche. Lo scopo era il contenimento della spesa per l’welfare. Credo però fosse solo una foglia di fico, dato che in Svezia è toccato agli zingari una buona parte del peso. Ma anche alcuni stati USA hanno applicato l’eugenetica su vasta scala, fin dopo il 1945. In California si parla di almeno 20.000 persone sottoposte a sterilizzazione obbligatoria. Guarda il caso, i paesi ritenuti dai progressisti più avanzati nei diritti, sono proprio quelli che hanno messo in atto le pratiche più disumane e bestiali, tanto da essere stati costretti a chiederne ufficialmente scusa.

In Italia, invece, da bravi trogloditi medievali, nessuna legge eugenetica è mai stata approvata o praticata. Almeno fino ad oggi.

Alla luce di questo fatto, la domanda che pongo è la seguente: non dovrebbe essere l’Italia il faro di umanità e umanesimo dei paesi così detti avanzati, visti i precedenti? Non dovremmo essere noi a istituire procedure di infrazione agli altri? Non dovrebbe essere l’Europa a dire: ce lo chiede l’Italia?

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