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DDL CIRINNA’ E COSTITUZIONE: QUESTO MATRIMONIO (GAY) S’HA DA FARE!

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DDL CIRINNA’ E COSTITUZIONE: QUESTO MATRIMONIO (GAY) S’HA DA FARE!

 

Il ddl Cirinna’ è incostituzionale? È quanto a Palazzo Chigi si stanno chiedendo, in questi giorni, nel pieno dell’infuocato dibattito parlamentare del disegno di legge più atteso dal mondo gay e LGBT. I dubbi del Governo sembrano prendere le mosse dalla sentenza 138/2010: secondo la Corte Costituzionale, infatti, il matrimonio, a norma dell’ art. 29 Cost., presuppone l’etero-sessualità dei coniugi, non lo stesso sesso. Sulla base di questo input, Governo e Parlamento sarebbero al lavoro per espungere certi articoli (come gli artt. 2 e 3 ddl Cirinna’), che attualmente modellano la disciplina delle unioni civili in modo troppo similare al matrimonio. 

Sono scrupoli giustificati? In realtà, gli scrupoli di Renzi sembrano più politici, che giuridici (riguadagnare consenso col mondo cattolico, ostile al ddl Cirinna’). Vediamo perché.

Certo, nel 2010, la Consulta ha escluso le coppie gay dal matrimonio. Si consideri, però, che, nel 2015, il mancato riconoscimento delle coppie gay è costato all’Italia una condanna per violazione dei diritti umani (21 giugno, causa Oliari e altri). Pertanto, è con questa sentenza che lo Stato italiano deve fare i conti per legiferare sulle “unioni gay”, più che con la sentenza 138/2010!

Prima di ipotecare il futuro del matrimonio gay in Italia, per favore, verifichiamo se l’interpretazione delle ns norme costituzionali possa cambiare in relazione all’evoluzione della giurisprudenza di Strasburgo sui diritti umani. E questo, essenzialmente, per due motivi. In primo luogo, l’art.117 della Costituzione rende particolarmente stringente per l’Italia (quindi, in primis, la Corte Costituzionale) l’osservanza della Convenzione europea sui diritti dell’uomo (e della giurisprudenza derivata). In secondo luogo, è stata la stessa Corte Costituzionale, nel 2010, a dichiarare il concetto di “matrimonio” ex. Art. 29 Cost un concetto storicamente condizionato, che può evidentemente variare dal 1947 (anno di introduzione della norma) ad oggi, in relazione all’evoluzione del costume. Quindi, nulla impedisce che “matrimonio”, anche per l’art. 29 Cost., possa essere “matrimonio gay”.

Provvedere in punto di unioni civili o partnership registrate è il minimo che Strasburgo chiede all’Italia. Certamente, però, se interpretiamo il responso di Strasburgo secondo buona fede, nulla preclude all’Italia di offrire una maggiore tutela alle coppie gay, ovvero consentire l’accesso al matrimonio. Il matrimonio gay, a questo punto, diventa una soluzione possibile: nulla osta a osare di più, un domani; e il matrimonio gay “s’ha da fare”. Cercasi solo un legislatore di buona volontà ...


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