Piovarà

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Piovarà

Vi trascorriamo

di augurare buone feste

e di annare l’inizio

nel modo dei migliori:

Buon Natale!

Se invece uno è morto di colpo:

Buon Fatale!

Questo va bene

anche per le Fate, ovviamente…

Macché cristiani ebrei mussulmani!...

Secondo me, siamo tutti pagani.

Io di sicuro:

non faccio che pagare!...   P i o v a r à ? . . .

 

IS TERRIBLEST A WORD?

 Presso gli istituti ISIS di Arezzo: “ISIS Margaritone-Vasari-Orafi, ISIS Buonarroti-Fossombroni, ISIS Enrico Fermi, Istituto Statale d’Istruzione Superiore (ISIS) Giorgio Vasari”, per capirci qualcosa è stato inscenato il dramma scespiriano: “Is terriblest a word?”. Questo il canovaccio:

“L’IS COME IL FASCISMO”

UN ERRORE DA EVITARE

«Abbiamo di fronte dei fascisti», ha detto qualche giorno fa il laburista Hilary Benn

alla Camera dei Comuni riferendosi allo Stato Islamico. È stato un intervento stimolante,

un gradito richiamo all'opposizione che molte parte della si­nistra britannica manifestò

contro la politica dell'appeasement (le concessioni a Hitler, ndt) negli anni Trenta. Ma sotto il profilo stori­co il discorso della Benn non regge. Paragonare l'Is a Franco, Mus­solini e Hitler

ha contribuito a garantire al governo una robusta maggioranza

sulla risoluzione di bombardare obiettivi dei jihadi­sti in Siria. 

Ma fin da quando Christopher Hitchens ha lanciato il termine “islamofascismo”,

dopo gli attacchi dell'undici settembre, io sono contrario a questa analogia. Più ci sforziamo

di far rientrare le problematiche odierne nel con­testo della metà del ventesimo secolo,

più non ci accorgeremo che mentre il fascismo ebbe sempre struttura gerarchica,

l'islamismo ha la struttura di una rete.

Mentre il fascismo fece sempre presa a livello nazionale,

l'islamismo fa presa a livello internazionale.

All'estremo opposto è in voga la tesi secondo cui alla radice di tutti i nostri guai

ci sarebbe il “cambiamento climatico”.

È una tesi che, al pari di quella recentemente avallata dal Principe di Galles,

secondo cui le origini della guerra civile siriana sono da ricondurre al riscaldamento globale, alla siccità e all'esodo di contadini impo­veriti dalle campagne nelle città,

invita a trarre conclusioni errate.

Ma c'è davvero qualcuno convinto che ridurre le emissioni di CO2 sia la soluzione

per impedire agli stati del Medio oriente di disinte­grarsi?

Tentiamo un approccio diverso, che sappia cogliere meglio con­tro cosa combattiamo. 

Al termine di Delitto e Castigo di Dostoev­skij l'assassino nichilista Raskolnikov, profondamente scosso, fa un sogno spaventoso:

«Tutto il mondo era condannato a esser vittima di una ­tremenda, inaudita pestilenza,

mai vista prima. Interi villaggi, intere città e nazioni venivano infettate

e cadevano in preda alla pazzia. Tutti vivevano nell’ansia e non si capivano a vicenda,

gli uomini si uccidevano tra loro, presi da una rabbia assurda e forsennata.

Si preparavano a combattersi con interi eserciti,

ma gli eserciti, già in marcia, a un tratto cominciavano a dilaniarsi da soli,

le file si scompaginavano, i guerrieri si slanciavano l’uno contro l’altro,

si infilzavano e si sgozzavano, si mordevano e si divoravano tra loro.

Nelle città le campane suonavano a stormo tutto il giorno. Tutti e tutto andavano in malora. La pestilenza aumentava e avanzava sempre più».

Questa è la Siria di oggi - e non solo la Siria; anche l'Iraq, la Li­bia, lo Yemen e la Nigeria.

A volte temo che sarà l'Europa di domani e l'America di dopodomani.

Dostoevskij, da conservatore russo, pensava che il liberalismo occidentale fosse

la piaga intellettuale che avrebbe fatto impazzire la società. 

Oggi però il problema è un doppio contagio: l'estremismo islamico

che trasforma tante città del mondo in luoghi di mattanza, e il pseudoliberalismo,

che sem­plicemente si rifiuta di riconoscere questa minaccia.

Non illudiamoci che l'aggiunta dei bombardieri britannici ai cie­li già affollati sopra la Siria sconfigga l'Is, né tantomeno porti la pa­ce. E, in ogni caso, l'unico modo di sconfiggere l'Is sarebbe schiera­re le forze speciali americane su larga scala, un'opzione

che il presi­dente Obama si rifiuta persino di prendere in considerazione,

an­che perché non ha idea di cosa fare dopo.

La guerra civile siriana è un conflitto sconcertante tra cinque fazioni, in cui sono intervenute almeno 15 potenze straniere in tempi diversi da quando ha avuto inizio, quattro anni fa. 

Siete disorientati?

Ora mettetevi nei panni di un pilota dell'aeronautica militare britannica

che sorvola quell'area.  A pensarci bene sarebbe più semplice dare la colpa

al cambiamento climatico e sganciare acqua.

A confronto gli anni Trenta furono una passeggiata.

Una volta  rinunciato all'appeasement, era chiaro chi era il nemico e dove stava.

Fu altrettanto semplice gestire il problema dei nemici interni.

In Gran Bretagna allo scoppio della guerra

decine di migliaia di tede­schi e di italiani furono internati in campi improvvisati.

In America furono internati più di 100mila oriundi giapponesi,

in maggioran­za cittadini americani.

Oggi provvedimenti inumani del genere sono inimmaginabili.

Ma apparentemente si è passati all'estremo op­posto.

Quanto è accaduto a San Bernardino, in California,

potrebbe configurarsi come l'ennesimo episodio di “violenza sul posto di la­voro” - semplicemente un nuovo esempio di “mass shooting”, le sparatorie di massa

per cui l'America è tristemente nota;

l'ennesi­ma dimostrazione della necessità di limitare l'acquisto di armi. 

Tut­tavia, sembra più che una coincidenza il fatto che la coppia avesse trascorso un periodo

in Arabia Saudita, fosse in contatto con alme­no un individuo “oggetto di indagine”

da parte dell'Fbi, avesse espresso sostegno all'Is e in casa avessero bombe.

 Non so perché, ma non li vedo proprio come iscritti alla National Rifle Association­.

Dalla Siria a San Bernardino, la piaga di Dostoevskij infuria. 

Ma Hilary Benn pensa che stiamo combattendo i fascisti

e Barack Oba­ma che i cattivi siano i repubblicani patiti di armi,

per non parlare dei negazionisti del cambiamento climatico. 

Mi auguro che qualcuno parli dell'assurdità di tutto questo.

 

Nuvvoloni

Durante il “Viva Maria”, una delle insorgenze antinapoleoniche scoppiate in Italia fra il 1799 e il 1800, nel teatro della città di Arezzo, l’imperiale “Nous voulons” fu refuso nell’espressione aretinesca “Nuvvoloni” e rappresentato poi dagli istituti statali d’istruzione superiore (ISIS) di Arezzo seguendo quella fruttuosa idea, nata dall’Albero della Libertà piantato dai francesi in Piazza Grande, come un binomio fantastico gestito alla pari:

 

“LA PARIGI DEGLI JIHADISTI E QUELLA DI PAPON

CHE NEL 1961 FACEVA MASSACRARE GLI ARABI”

Con le parole guerra, jihad, banlieue, fanatismo,

la strage di Parigi del 13 novembre entra negli annali non solo del 2015, ma del decennio. 

Ma è anche la sensazione di paradíso perduto, quello che ci ha colpito. L’umanità di Parigi,

il languore delle sue strade, dei baci in pubblico, dei libri e della musica ovunque. 

I parigini sono corsi a comprare Festa mobile di Hemingway, antidoto ai kalashnikov;

Céline Dion e Madonna si sono cimentate, piangendo, nell'Hymne à l'amour

e nella Vie en rose.

Essendo mancati i grandi funerali che ci furono per Charlie Hebdo,

tantissimi in Italia sono andati a porgere le condo­glianze su un sito - Generazione Bataclan - in cui sono comparse, per l'ammirevole e veloce lavoro del giornalista Paolo Brogi,

le foto, le brevi biografie, le vite davanti a di quella che è stata, davvero,

la me­glio gioventù europea falciata dalla mitraglia all’inizio della terza guerra mondiale.

Di tutto il resto, sappiamo ancora poco. 

Le fototessera degli altrettanto giovani killer, un brandello di cintura esplosiva,

le pastiglie di Captagon, il «fallimento dei servizi segreti»,

la resistibile ascesa del Front National. 

Discutiamo se tutto ciò sia figlio di Arancia Meccanica o della Battaglia d’Algeri;

se questa sia solo la prima tappa di una cupa islamizzazione

a cui ci dovremo, prima o poi, sottomettere.

Una strage così non era mai avvenuta in Europa, in tempo di pace. È vero? 

No, non è del tutto vero. Era il 17 ottobre 1961;

dopo dieci anni di guerra, ancora la Francia cercava di opporsi all'indipendenza dell'Algeria. L’esercito francese aveva preso il potere ad Algeri; l'OAS (Organisation Armée Secrète), potente tra i coloni e i militari, uccideva algerini a raffica, e voleva morto De Gaulle,

accusato di tradimento dell'Alge­rie française. A Parigi il prefetto Maurice Papon

(un uomo che aveva organizzato la deportazione degli ebrei di Bordeaux nel 1943)

aveva imposto il coprifuoco dalle 5 di sera alle 5 mattina per i mussulma­ni

vietando loro anche di muoversi per le strade in gruppi.

Come prova di forza, il Fronte di Liberazione Nazionale algerino che guidava la resistenza ordinò ai suoi membri parigini di scendere in piazza.

Contro gli algerini, la polizia parigina intervenne con brutalità con i matraques di acciaio, uccidendo e ferendo per una notte intera.

Decine e decine di immigrati arrestati, feriti, vennero buttati nella Senna dal Pont Neuf.

Tutte le fotografie vennero requisite, i giornali vennero censurati

e un comunicato ufficiale parlò di «due manifestanti morti».

Secondo lo storico Jean Luc Einaudi – che poté pubblicare il frutto delle sue difficilissime ricerche solo 30 anni dopo – i morti di quella notte furono 393 (trecentonovantatre).

L’anno dopo, con gli accordi di Evian, l'Algeria ottenne l'indipendenza.

Non so perché, ma nel parlare dei nostri morti di oggi, mi è venuto in mente quel massacro dimenticato – nelle stesse strade, davanti agli stessi bistrot – che non entrò mai negli annali.

Ah! Ça ira

La somiglianza tra l’aretino “Pioverà” e il francese “Ah! Ça ira” è a dir poco sorprendente! Il titolo e il tema della canzone furono ispirate dal politico statunitense Benjamin Franklin, che durante la sua permanenza a Parigi (1766-1785) per via dell’assemblea delle 13 colonie, a chi gli chiedeva notizie sulla guerra d’indipendenza, rispondeva: “Ça ira! Ça ira!”. Ça ira divenne anche il titolo di una serie di 12 sonetti di Giosuè Carducci del 1883 dedicati alla rivoluzione francese:

Ogni francese s’eserciterà.

Ah! Si farà, si farà, si farà!...

P i o v a r à ?

Quando a una parola faccio fare tanto lavoro, la pago di più.

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