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Ghinelli affronta nel preambolo il tema delle aree vaste: un po’ di verità sulla storia di questi strani enti

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Ghinelli affronta nel preambolo il tema delle aree vaste: un po’ di verità sulla storia di questi strani enti

Prendo spunto dal documento programmatico di Ghinelli, che nel suo preambolo si lascia un po’ andare a populismi spiccioli, attraverso argomenti e toni da campagna elettorale, lanciando accuse, strali e fendenti un po’ a casaccio, nella speranza (forse) che gli ascoltatori/lettori abbiano la memoria corta.

 

Bisogna sempre ricordare che gli argomenti e i toni di una campagna elettorale, alla fine possono essere assai pericolosi, perché è su questi che si verrà giudicati. Non si perdona mai chi fonda una sua campagna sull’onestà, se si dimostra disonesto. Non si perdona mai il fallimento economico, di chi fonda la sua campagna sulla rinascita. Non si perdona mai il degrado, di chi ottiene consenso sulla lotta al degrado. Generare aspettative, significa saper rispondere adeguatamente alle aspettative generate, si vince facilmente, ma si paga pegno se si delude.    

E’ il caso delle contumelie contro le aree vaste, che ci hanno depredato di ogni centro direzionale. Da questo umilissimo blog, non ho mai mancato di sottolineare, evidenziare e spiegare i problemi che il nostro ente (che non è vasto e nemmeno vastissimo, ma veramente smisurato, piu’ grande di metà delle regioni italiane), avrebbe provocato.

La pietra miliare nella scelta tutta politica, di creare le aree vaste (comuniste cit.Ghinelli) al posto delle provincie, è il disegno di legge costituzionale “Soppressione di enti intermedi”, approvato dal governo Berlusconi. Un disegno in cui si dispone l’eliminazione delle province per contribuire a ridurre i costi del settore pubblico, e allo stesso tempo rinvia alle regioni la definizione di un nuovo ente per il governo dell’area vasta.

Il Consiglio dei Ministri approvò nella seduta di giovedì 8 settembre 2011, su proposta del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e dei Ministri per le riforme ed il federalismo e per la semplificazione normativa (Fitto, Calderoli, Bossi, Brunetta), il disegno di legge costituzionale che da quel momento avrebbe dovuto disciplinare il procedimento di soppressione della provincia quale ente locale statale.

La sensazione (che non è più sensazione, ma certezza) fu allora che i nostri governanti si fossero fatti prendere dalla frenesia del contenimento delle istanze populistiche che si stavano diffondendo nel paese e del risparmio a tutti i costi, dopo un estate drammatica e solo agli inizi di un autunno che sarebbe stata una vera Caporetto politica, soprattutto dopo il deludente risultato che aveva visto il raddoppio del peso della spesa pubblica, nel decennio berlusconiano.

Il risultato finale fu quello di colpire l’anello debole del sistema. Il tema fu ripreso poi con largo impegno dal governo Monti, dal governo Letta e concluso dal governo Renzi.

La storia delle Province affonda le sue origini negli anni immediatamente precedenti all’Unità d’Italia. Correva l’anno 1859 e Urbano Rattazzi propose il nuovo ordinamento amministrativo con i comuni e le province. Nel 1947, con il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica, i Padri Costituenti le confermarono inserendole nella Carta Costituzionale.

Quando nel 1970 il parlamento italiano creò le Regioni a statuto ordinarie, improvvisamente si cominciò a parlare della possibilità di sopprimerle e il primo a farlo fu Ugo La Malfa, sostenendo in un editoriale sul quotidiano di partito La Voce Repubblicana che il loro costo “diventa sempre più alto, mentre le funzioni sempre più prive di contenuto”.
In effetti, nel corso degli anni, il loro ruolo burocratico si è ridotto drasticamente (scuole, strade e poco altro) a favore delle regioni, mentre in maniera inversamente proporzionale è aumentato a dismisura il loro costo.  Nel 1971 avevano circa 54mila dipendenti, nel 1988 erano aumentati di ventimila unità arrivando a 74 mila, nel 2014 superavano i centomila.

Si tornò a parlare di abolizione tra il 1989 e il 1990, in occasione del disegno di legge sul nuovo Ordinamento delle autonomie locali. Il risultato finale fu comico: abolizione del limite minimo di 200 mila abitanti, dando il via alla costituzione di nuove province per non scontentare nessuno. Ma quelli erano gli anni della Prima Repubblica.

Il tema meritava una riflessione complessiva sulla macchina burocratica dello stato che forse, questa classe dirigente non è stata in grado di affrontare. Si è parlato molto invece solo dei costi delle strutture provinciali, ma i risparmi ottenibili così, sono risultati molto poco significativi rispetto agli obiettivi di contenimento della spesa pubblica.

Questa è stata la grande occasione persa per ridisegnare completamente il funzionamento della macchina amministrativa, dando un nuovo ruolo alle Province, quale braccio operativo delle Regioni su tematiche di area vasta che non possono avere soluzione nei ristretti confini comunali.

Andava contestualmente ripensato il ruolo dei Comuni: sono troppi e spesso troppo piccoli. Sono in difficoltà a provvedere alle mille richieste dei cittadini e impossibilitati a fronteggiare problematiche territoriali per problemi strutturali e di organico.

Andava data anche una sforbiciata alle pazze spese regionali per le società partecipate o per mantenere uffici inutili i cui risultati sono ancora tutti da verificare.

L’occasione, quindi, era preziosa per riorganizzare l’intera macchina, per eliminare le sovrapposizioni e per liberare le eccellenze

Eliminando le province si sono tagliati i costi degli apparati politici, ma le funzioni svolte e le strutture tecniche, devono oggi essere comunque trasferite ad altri enti, insieme ai relativi costi. Non si è invece accennato ai maggiori costi territoriali, che deriveranno da una minore capacità di governo dell’area vasta.

Vi sono temi, come le infrastrutture a rete, il paesaggio, molti aspetti ambientali, ma anche alcuni insediativi che non possono essere affrontati attraverso la semplice sommatoria dei piani comunali, perché necessitano di un coordinamento più ampio, di una visione organica. Si è invece deciso di somministrare al malato una medicina che non farà alcun bene per curare la vera malattia, che in Italia è rappresentata dalla spesa pubblica sempre piu’ incontenibile. 

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