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Senza una prospettiva meritocratica anche la nostra città continuerà la sua caduta libera nel Corno d’Africa della Toscana.

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Senza una prospettiva meritocratica anche la nostra città continuerà la sua caduta libera nel Corno d’Africa della Toscana.

 Dopo la sbornia elettorale e le intemperanze di Macrì forse è il caso di tornare sulla questione della sconfitta del PD. Con il dovuto rispetto, le analisi di Barbini, Mattesini e Vignini mi paiono reticenti. Mattesini ci ha raccontato della supponenza autoreferenziale del PD, quella hybris che acceca coloro che sono destinati a perdersi. Da dove scaturisca tale atteggiamento, “empio”, non è chiaro. Chi ne sia l'artefice neppure. Aleggia la presenza di Fanfani, ma la Mattesini si guarda bene dal dare indicazioni esplicite. Così si ha modo di esprimere solidarietà a tutti e gli errori, come le perdite economiche, sono socializzati. I benefici (quelli delle cariche e dei relativi proventi)  restano invece privati come sempre.

Barbini ha sciolto un lungo silenzio e lui, che di politica è vissuto e vive (non male), parla per conoscenza diretta. Descrive sentimenti di rabbia e passione. Partiamo dal secondo, la passione. Certamente non deve essere stato facile far convivere la passione e i relativi ideali con lo stipendio di funzionario. Generalmente le passioni, se autentiche, non si intrecciano con aspetti venali. Meglio sarebbe dire che si sono avute grandi passioni per il proprio lavoro (in questo caso la politica), ma lascerei da parte le passioni politiche in quanto tali, che implicano una gratuità sconosciuta ai più. Ciò posto, Barbini è stato un bravo professionista della politica. Forse un buon imprenditore politico di sé. Ma lasci stare le passioni e gli ideali … Quanto alla rabbia, Barbini ha forti responsabilità nella gestione oligarchica del partito nel corso degli anni. La rabbia, dunque, la lasci agli altri.

Vignini è troppo affetto da risentimenti personali. Del resto non è facile digerire che una come la De Robertis sieda in Consiglio Regionale al suo posto. Anche se occorre riconoscere che la De Robertis, aiutata dalla famiglia estesa, ha fatto un’ottima campagna elettorale nel più puro stile democristiano. Forse è scivolata un po’ quando ha omaggiato gli elettori di alcuni semi (fiori?), a mo’ di gadget. Fatto è che ha svoltato, con un buon successo, per i prossimi cinque anni.

Le analisi dei tre, comunque, trascurano un aspetto essenziale e cioè la diversa caratura dei due contendenti al ballottaggio. Questo non significa che la persona di Matteo non abbia valore o abbia un valore minore rispetto a quella di Alessandro. Come persone entrambi i candidati sono rispettabili. Ma la percezione delle loro qualità amministrative è stata profondamente diversa. Matteo è apparso un bravo ragazzo, ricco di ambizioni e povero di esperienza. Poco modesto, nella sostanza. Ingenuo nel dichiarare il proprio futuro nei prossimi dieci anni, fino al seggio romano. Precipitoso nel soddisfare i desideri della pletora di postulanti che ruotano attorno alla politica, chi con la logica imprenditoriale degli utili, chi per arrotondare lo stipendio (ottimo l’articolo di Casalini e Ruzzi che racconta la storia del notabilato della nostra città e degli incarichi). Alessandro è apparso un ingegnere, poco politico e per questo più affidabile. Più esperto e sostanzioso. Questa è la ragione della sconfitta di Matteo, correlata ai tanti altri errori che sono stati evidenziati anche in questo blog (il principale quello del giovanilismo, a fronte di un elettorato vecchiotto).

Sfugge la questione centrale, che è quella della selezione della classe dirigente. Le primarie non funzionano perché esprimono solamente le logiche (materiali) del partito e, nel migliore dei casi, quelle dell'opinione pubblica interna. Generalmente si tratta di logiche convergenti  perché l’opinione pubblica interna, il mainstream democratico, si nutre di interessi materiali. Il programma elettorale ha assunto la veste di un addobbo, privo di una narrazione che rappresentasse l’interesse generale. La giustapposizione degli interessi di chi agogna la strada più pulita e chi avrebbe voluto un nuovo semaforo, senza un filo conduttore se non qualche chiacchiera sul sociale. Fino a che le scelte del PD saranno condizionate dalle cordate interne, senza l’incisività di una narrazione collettiva, un qualsiasi "Ghinelli" batterà il PD.

Ma l’aspetto più grave pare quello della sistematica disattenzione ai meriti individuali. Le carriere politiche dettano legge e non sempre coincidono con meriti effettivi. Mi chiedo che segni lasceranno di sé i vari “Donati”, “Mattesini”, ecc.

Ovviamente non c’è una meritocrazia assoluta e personalmente ritengo che i meriti siano coerenti con le scelte politiche. Nonostante questo relativismo, i meriti non per questo scompaiono, ma anzi hanno una loro consistenza. Se ce l’hanno. E io ha qualche difficoltà ad apprezzarli nei nostri Onorevoli. Torno a dire: il problema è quello della selezione della classe dirigente, che, senza scuole di partito, appare casuale e legata alla logica impropria delle cordate nazionali. I “Donati” e i “Bracciali” sono persone che hanno avuto il grande merito di salire sul treno di Renzi. Ma questo “merito” è diverso dai “meriti”. Certamente sono occorse intuizione e capacità di azione. Doti rispettabili, ma che altro c’è?

Con Bersani si era prodotto un vuoto e la politica, come la fisica aristotelica, soffre di “horror vacui”. I due giovani ci si sono infilati, in un caso con successo, nell’altro no.

Anche Renzi ha percepito il problema: non basta andare alla Leopolda per superare l’esame! Renzi, il quale ha introdotto la pratica di lanciare nella scena politica giovani amici inesperti, con Bracciali ha insinuato nelle teste degli Aretini il dubbio che non tutte le minestre siano mangiabili.

Personalmente penso alla introduzione delle primarie con legge statale, che già sarebbe un passo avanti. Ma se le qualità politiche non si correlano ai meriti personali e il tutto non corrisponde a un’idea di interesse generale, le cose non funzionano. Le scuole di partito sono decadute (fortunatamente) e con esse è venuta meno la possibilità di selezionare, se non casualmente, giovani di valore. Esse non possono essere riproposte: resta il problema.

In Francia ci pensa lo Stato. Infatti c’è l’Ecole Nationale d’Administration, dalla quale emergono i talenti della politica e dell’amministrazione, che passano continuamente dal pubblico al privato. Da noi il vuoto pneumatico.

Un fatto è certo: senza una prospettiva meritocratica anche la nostra città continuerà la sua caduta libera nel Corno d’Africa della Toscana.

Oscar Wilde

 

 

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