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Dateci un paese normale e vi faremo vedere di cosa siamo capaci

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Dateci un paese normale e vi faremo vedere di cosa siamo capaci

Duro intervento del presidente di Confindustria Toscana Sud. Erano presenti alla assise degli industriali, Antonio Tajani e Giorgio Squinzi

Il discorso integrale di Andrea Fabianelli: "Ho rubato una frase a Giorgio Squinzi. Che ha avuto la capacità di sintetizzare in poche parole lo sconforto che noi industriali viviamo tutti i giorni.
“Dateci un paese normale e vi faremo vedere di cosa siamo capaci”
L’Italia oggi purtroppo non è un paese normale.
Non è normale un Paese che non è in grado da decenni di decidere come finire la Tirrenica o la E78. Con un cantiere ogni 7 chilometri sulla E45. E non si preoccupa di adottare procedure di somma urgenza per ricostruire un ponte chiuso da 10 mesi sulla Cassia. Costringendo anche i mezzi pesanti a percorrere strette e tortuose strade secondarie.
Non è normale un Paese nel quale bisogna far causa ai Comuni per non essere costretti a pagare due volte lo smaltimento dei rifiuti speciali. E nel quale i Comuni, pur sapendo di essere nel torto, fanno finta di niente.
Non è normale un Paese che pensa di tassare i capannoni industriali in base al valore dei macchinari. Significa introdurre una tassa “occulta” sui macchinari stessi.
Un Paese nel quale l’imprenditore non riesce più a valutare la dimensione dei costi fiscali. IMU, TASI, TARI, IVA, IRES, IRAP, IRPEF, la tassa per i fossi, le innumerevoli imposte di settore. Come la tassa di soggiorno.
Le accise e gli oneri su carburanti, energia elettrica e gas. Sui quali oltretutto si paga l’IVA. Applicando imposte su imposte.
Non è normale un Paese nel quale chi contesta un rilievo del fisco è costretto prima a pagare, poi fare ricorso e aspettare l’esito del procedimento prima di riavere – nel caso – i soldi indietro.
Non è normale un Paese che si è abituato a risolvere i problemi nei tribunali. Che a volte ti compensano le spese anche quando hai ragione.
Non è normale un Paese con un modello normativo di relazioni industriali che appartiene oramai a un’epoca che non esiste più. E che impedisce di intervenire con rapidità nelle crisi aziendali.

Caro Presidente Squinzi, gentili ospiti, cari colleghi: gli esempi della nostra costosa “anormalità” potrebbero continuare a lungo.
Per questo insistiamo nel dire che sono le imprese manifatturiere con le loro tasse a tenere in piedi questo Paese.
Che il danno che produce la chiusura di una fabbrica è enorme e per sempre.
La propensione a investire assumere, fare impresa è inversamente proporzionale alla pressione fiscale.
Il livello raggiunto porta solo ad una progressiva ed inarrestabile diminuzione delle entrate dello Stato.
Il fatto che ci lamentiamo poco non va scambiato con la rassegnazione che rende sopportabili comportamenti, norme e procedure che – oggettivamente – non sono né giusti, né sopportabili.
Tantomeno alla luce della volontà dichiarata dai vari livelli di governo di riportare l’industria al centro dello sviluppo economico in Italia e in Europa.
Siamo cittadini responsabili. Conosciamo bene la difficile condizione dell’Italia. E continuiamo a credere in una dimensione europea.
Quanto accade nel mondo ci insegna a tenere duro e a fare la nostra parte.
Ma dobbiamo farla in due direzioni: da una parte contribuendo al risanamento del Paese. Dall’altra denunciando con fermezza i tentativi di vanificare i nostri sforzi.

Troppe volte accade che chi ci governa – a tutti i livelli – non valuti le conseguenze concrete che un provvedimento può avere sulle nostre attività e sulla nostra capacità di creare ricchezza e occupazione.
Le nuove norme regionali su paesaggio, urbanistica, cave, geotermia. Tutti provvedimenti che ai cittadini appaiono rassicuranti e positivi, ma che nella sostanza aggiungono burocrazia, incertezza, costi e tempi in più a carico delle imprese. E bloccano i processi di innovazione. Le imprese invece hanno bisogno di regole semplici.
Oggi come oggi il problema è come tornare a crescere e a sviluppare le nostre imprese. Sconfiggendo quella cultura anti-industriale che il Presidente Squinzi troppo spesso è costretto a denunciare.
Dal 2011 è legge il cosiddetto “Statuto delle imprese”. Deriva dallo “Small Business Act” europeo che Tajani ben conosce.
E’ rimasta sulla carta. Le norme che contiene sono in molti casi solo di principio e generiche. Le alternative sono due: o ne chiediamo l’abrogazione, o ci impegniamo a farla funzionare. Per dare agli investitori italiani ed esteri uno strumento da far valere in tutte le sedi a difesa dei loro diritti minimi ed irrinunciabili.
Una Legge dello Stato che affermi alcuni diritti fondamentali dell’imprenditore e vincoli la burocrazia a rispettarli “senza se e senza ma”.
Penso al diritto ad ottenere il permesso ad ampliare lo stabilimento in massimo sei mesi; ad avere nome e cognome di un unico responsabile del procedimento per conto di tutte le Pubbliche Amministrazioni.
Altrimenti, caro Presidente, meglio chiedere che la legge sia abrogata.
Alcuni giorni fa ho letto un interessante articolo di Galli della Loggia sul Corriere della Sera il cui titolo è chiarissimo: L’impotenza dei politici e la tirannia dei burocrati. Ecco uno stralcio: “La verità è che chiunque in Italia occupi una carica di responsabilità politica per volontà del popolo, lungi dall’essere in grado di dirigere effettivamente la macchina amministrativa, in realtà ne è diretto. Quasi sempre infatti egli ignora come essa funziona, non ne conosce le attribuzioni, le qualifiche e le competenze, le mille gabole e le mille trappole regolamentari e legislative che vi hanno corso. Ciò vuol dire che i padroni di ogni pratica e quindi di ogni decisione sono di fatto loro, i signori degli uffici … Un sistema messo in piedi per garantire l’indipendenza dell’amministrazione rispetto agli interessi dei politici, si è di fatto trasformato in un’amministrazione in grado di imporre il suo interesse alla politica … si è trasformato in un sistema che è il contrario della democrazia, dal momento che almeno la politica risponde agli elettori, mentre la burocrazia ormai non risponde a nessuno”.
Mi avvio a concludere con un caro ringraziamento a Giorgio Squinzi per il suo impegno, per l’energia profusa e per alcuni importanti risultati raggiunti da Confindustria con il Governo negli ultimi mesi.
Alcuni li inseguivamo da troppi anni. Penso all’eliminazione del costo del lavoro dall’IRAP, al Jobs Act, all’abbattimento dei crediti vantati dalle imprese nei confronti delle pubbliche amministrazioni.
Voglio ricordare anche il successo ottenuto da Confindustria con la denuncia alla Commissione europea contro il Governo sul Reverse Charge, le iniziative ABI/Confindustria per il credito alle PMI, la nuova Sabatini, la battaglia in sede europea per il “Made in”.
Ma ora l’attenzione va rivolta alla riforma della pubblica amministrazione. Confindustria ha contribuito con il Governo a delinearla. Potrebbe essere questa più di altre a dare la svolta al “fare impresa” in Italia.
L’importante è che non vi siano compromessi al ribasso. E che Confindustria sia pronta a denunciare quello che non va, come a sostenere quello che va.
Il nostro Sistema è un punto di riferimento per le imprese e negli ultimi anni il lavoro non è certo mancato.
La crisi, purtroppo, ci ha troppo spesso costretti a lavorare in difesa, sulle emergenze aziendali, piuttosto che in attacco, sulle politiche industriali.
Quest’anno siamo stati comunque in grado di produrre iniziative di sistema sul rapporto impresa – pubblica amministrazione.
Monitoriamo i bilanci dei nostri Comuni, stimolandoli a ridurre costi, generare economie di scala, promuovere accorpamenti e collaborazioni.
Con Confindustria, noi abbiamo realizzato uno studio sulle Conferenze dei servizi. Abbiamo scoperto che un’indagine nazionale sul campo non era mai stata fatta. Ne sono scaturite molte proposte che Confindustria sta presentando al Ministro Madia.
La partita dei rifiuti è importante, vale ogni anno oltre 160 milioni di euro per la toscana del sud. Stiamo facendo le nostre proposte per contenere i costi ed aumentare l’efficienza del servizio.
Noi vogliamo contribuire fattivamente a fare del nostro territorio un’area attrattiva per gli investimenti. Per questo abbiamo bisogno quantomeno della volontà dei nostri interlocutori politici e istituzionali di ascoltarci e di cambiare lo stato delle cose.
Senza dover arrivare a forme di protesta che non appartengono alla cultura imprenditoriale, ma sempre più spesso i nostri associati ci chiedono di intraprendere.
Certamente dobbiamo e possiamo fare di più e meglio.
Quello che posso assicurare è il massimo impegno da parte mia e di tutti i colleghi impegnati in associazione. Gratuitamente e con spirito di servizio.
A partire da Paolo Campinoti, Mario Salvestroni, gli altri componenti del Comitato di Presidenza, del Consiglio Generale a tutta la struttura: grazie a tutti per l’impegno a favore della crescita e del benessere nel nostro territorio".

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