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Ad un anno di distanza dalla cerimonia in ricordo di Gianni Mineo e Giuseppe Rosadi, le ultime ricerche storiche

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Ad un anno di distanza dalla cerimonia in ricordo di Gianni Mineo e Giuseppe Rosadi, le ultime ricerche storiche

Le novità sulla banda del Russo, compresa una foto dello stesso Russo e altre foto di singoli partigiani della banda o fiancheggiatori.

La banda del Russo

Ad un anno di distanza dalla cerimonia in ricordo di Gianni Mineo e Giuseppe Rosadi - i due partigiani che con la loro azione riuscirono a salvare dalla fucilazione oltre 200 persone, alla Chiassa - alle notizie e ai documenti pubblicati nel libro “Vite in Cambio” (Edizioni Effigi), si sono aggiunti molti altri interessanti elementi e testimonianze.

Gli uni e le altre sono stati sottoposti a svariati riscontri ed a verifiche e qualcuno - al momento - non sembrerebbe aver trovato conferme.

In questo anno, le indagini si sono estese anche alla cosiddetta “Banda del Russo”, contribuendo a metterne a fuoco consistenza, composizione ed azioni militari, in primis il rapimento del colonnello Maximilian von Gablenz, che diede il via al rastrellamento tedesco ed alla minacciata rappresaglia.

Un ruolo determinante, per fare luce sulla Banda del Russo, lo hanno avuto (e lo hanno ancora, perché l’indagine non è chiusa) Mario Del Pia gran conoscitore delle vicende storiche di Anghiari e della sua gente; Graziano Zanchi, figlio di Bruno, partigiano della Banda del Russo; Mirco Draghi, esperto di storia della Resistenza in Valtiberina e nipote di Beppone Livi, antifascista della prim’ora e partigiano, “amico” del Russo. Li ringrazio di cuore. Un grato ringraziamento va anche a Mario Moretti, anche lui fino alla seconda decade di giugno 1944 partigiano con il Russo, che ha fornito preziosissime informazioni. E grazie anche a tutti gli altri testimoni e collaboratori.

La Banda di Caciari

Come altre bande partigiane, anche l’embrione di quella che in seguito diventerà la “Banda del Russo”, si formò poco tempo dopo l’8 settembre 1943, sulle montagne di Anghiari.

All’inizio si trattò di pochi elementi. Vengono ricordati Altero Scimia (detto “Tigre”), Bruno Zanchi (soprannominato “de Ciucciolo”), Mario Moretti, Amedeo Magrini e forse da qualcun altro che entrava ed usciva senza troppi legami. Questi ragazzi giravano per i boschi sopra Anghiari, raccoglievano castagne per la gente del posto, che poi ne lasciava loro una certa percentuale o comunque si arrangiavano.

Fino verso gennaio-febbraio 1944, questo gruppo di giovani rimase alquanto contenuto in poche unità. Esso era comandato dallo Scimia a cui tempo dopo si era aggiunto Pedro Resti, detto il Rossino. Erano loro due i veri “capi” e quelli meglio armati. Lo Scimia utilizzava per certi suoi spostamenti un cavallo bianco che pare prendesse in prestito da Adamo Boncompagni da Montemercole. Il Resti aveva un cavallo scuro.

Questi ragazzi erano conosciuti come “la Banda di Caciari”, dal nome di un agglomerato di case, sulle montagne di Anghiari, dove ogni tanto si fermavano a mangiare da Tito Tagliaferri, anche lui vicino ai partigiani.

Il Russo

Tra la fine dell’inverno e gli inizi della primavera 1944, al gruppetto iniziale si aggiunsero altri elementi. Tra questi arrivarono anche tre slavi, ex prigionieri del Campo di concentramento di Renicci (Anghiari). Il “capo” di questi, si impose anche sugli italiani, diventando il comandante e soppiantando Scimia e Resti, che furono costretti ad un passo indietro. Questo comandante pare che fosse giovanissimo, tra i 19 ed i 22 anni. Era conosciuto come “il Russo”, ma non è chiara la sua nazionalità e neppure il suo nome. Infatti, se per alcuni era davvero russo, per altri era uno sloveno dalla forte ideologia comunista e filosovietico. Scimia racconta che era un militare russo, atterrato con un aereo e preso prigioniero.

Per il nome si passa da un’informativa in mano ai tedeschi, che lo identifica come sloveno di nome Andrea, a Gianni Mineo che nelle sue Memorie lo chiama Ivan-Giovanni, fino ai partigiani Scimia, Francesco Burroni, Santi Boncompagni da Montemercole ed altri, che affermano si chiamasse Vassili-Basilio. Mario Moretti, che pure fece parte della banda, afferma di non aver mai saputo il suo nome e che tutti lo chiamavano solo “il Russo”.

Anche le sue fattezze fisiche non sono ricordate con estrema precisione. In molti lo ricordano con gli stivali e una divisa militare con tanto di berretto, che per alcuni (Mineo) era tedesca e per altri era russa (Moretti). Scimia lo descrive biondo, non tanto alto. Renzo Martinelli, che scrisse di averlo incontrato a Molin de’ Falchi lo descrisse come “… un ragazzotto tarchiato, dagli occhi mongoli, dalla voce e dal tratto assai poco cordiali. Parla (male) l'italiano”. Armando Zanchi, fratello di Bruno, che lo incontrò alle Stabbielle, lo ricorda di altezza media, ma moro di capelli. Leonida Rapati, che abitava alla Stabbielle o lo ebbe più volte in casa sua, lo ricorda come “un bell’omo”. Insomma, le discrepanze sono evidenti, tali da far supporre a Mirco Draghi che i racconti si riferiscano a due differenti persone.

Su un punto, le testimonianze convergono. Il Russo era un duro. Una testa calda. Uno che impegnava i suoi uomini in operazioni rischiose, spesso senza obiettivi ben precisi.

Chi lo conobbe bene afferma “Questo Russo era cattivo, era …”. Raccontano di almeno un tentativo di violenza carnale alla bottegaia del Palazzo (vicino a Barliano). Raccontano anche dell’uccisione di un trentenne con moglie e figli, sfollato a Montemercole, solo perché il Russo si era insospettito della sua richiesta di entrare nella banda: sul far del buio, con modi gentili, gli avrebbe chiesto di accompagnarlo in ricognizione, appena entrati nel vicino bosco: ta-ta-ta-ta e del civile nessuno ne seppe più nulla. Un’altra persona di Montemercole, racconta che fu fatto fuori anche un altro civile che stava a Ca’ di Peccato. Anche Mineo racconta di aver incontrato una ragazza ventenne, che gli raccontò come un suo fratello fosse stato ucciso dal Russo: una ricerca negli archivi, per adesso di sicuro non ha fornito nulla.

Il Russo viene descritto come “uno dai modi spicci, deciso” (Scimia), insofferente agli ordini che provenivano dal Centro, battagliero e talvolta avventato, capace però di intrattenere ottimi rapporti con gli altri partigiani” (Gradassi).

Altri, invece, non ne hanno un cattivo ricordo. Anzi, alcuni abitanti delle montagne sopra Anghiari affermano che in realtà il Russo si accontentava di apparire il capo, ostentando il suo presunto potere, ma che a comandare davvero avessero continuato a farlo Scimia e il Resti.

Sia Burroni che Mineo raccontano due episodi similari, che ci aiutano ad inquadrare meglio il Russo. Ecco quello che raccontò Burroni ad Enzo Gradassi: Un giorno Burroni si era recato a Montemercole a por­targli le disposizioni del Comando (che naturalmente non avrebbe eseguito); Vassili lo accolse dicendogli «Vieni, vieni, si mangia maccaroni». Ed a cena mangiarono maccheroni, ma cotti senza sale. Un'altra volta, alle Tarchie, lo sfidò ad una corsa di cavalli. Lui con la sua cavalla bianca, Francesco Burroni, invece cavalcava un cavallo bruno. Vassili perse la gara ed allora tentò di fare uno scambio di cavalcature”. Anche Mineo racconta che, dopo un approccio piuttosto duro, una volta che con il suo modo di fare riuscì a sciogliere la tensione e ad entrare nelle simpatie del suo interlocutore, il Russo - che lui chiama Ivan - prima lo invitò a mangiare vitello e patate e alla fine gli chiese a più riprese, di tornare con la sua cavalla bianca, per correre una gara e vedere chi aveva l’animale più forte.

La banda del Russo

Ci dice Mario Moretti che la “Banda del Russo”, fino a quando lui vi rimase, quindi fin verso il 18-20 giugno 1944, era formata da 15-16 partigiani. La signora Ilia Biserni, che vide arrivare tutti i partigiani e i loro due prigionieri tedeschi a San Piero, il 28 giugno 1944, afferma che erano tra i 20 e i 30 uomini. Probabilmente, in quei giorni di fine giugno, qualcun altro si aggregò alla banda.

Tramite tre foto, scattate a Montemercole nella prima metà di giugno, Moretti è riuscito ad identificare e a ricordare i seguenti nomi. Oltre al Russo, c’era un altro slavo, un ragazzo della Chiassa ed uno del Chiaveretto, quindi oltre a lo stesso Mario Moretti, c’erano Giuseppe Pernici, Tristano Cambi, Faliero Piccini, Altero Scimia (riconosciuto dalla figlia), Giuseppe Angioloni detto “Lodolino”, Bruno Zanchi detto “de Ciucciolo”, Pedro Resti detto “el Rossino”, tutti di Anghiari.

Si sa, dal libro di Curina e da testimoni di Anghiari, che della Banda del Russo ogni tanto faceva parte anche Beppone Livi. Mentre è sicuro che ne facevano parte anche Tito Tagliaferri e Santi Boncompagni detto “da Montemercole”. Lo stesso Moretti accenna ad un altro slavo, mentre Altero Scimia racconta di un tedesco (forse austriaco) che aveva disertato e si era aggregato alla banda. E saremmo arrivati alle 16 unità.

Nella relazione del Gruppo X, Gianni Mineo racconta che assieme al Russo c’erano a trattare il rilascio dei due tedeschi anche i partigiani soprannominati “Tigre” e “Barba”. Se Tigre è risaputo che fosse lo Scimia, Barba è con ogni probabilità Beppe del Barba, cioè Giuseppe Rosadi. Se Rosadi fece davvero parte della banda, allora c’era anche Giovanni (John) Magnani, un italoamericano che durante la guerra era sfollato a Ca’ di Buffa e che ha sempre raccontato di aver fatto il partigiano assieme al suo compaesano.

La Banda del Russo non aveva una base fissa. I partigiani si spostavano di casolare in casolare, alla ricerca di cibo. Però, in certi luoghi ci si fermavano più spesso, perché magari si sentivano ben accolti. Ecco allora, che la Baracca, le Stabbielline, le Stabbielle dal calzolaio comunista Rapati detto “Pizzico”, Montemercole da Adamo Boncompagni o da Guido Rossi, erano luoghi in cui era più facile trovare il Russo e i suoi compagni.

Le azioni militari avvenivano più che altro per la via dello Scopetone oppure per la via della Libbia. L’ordine era di non uccidere i nemici, pertanto spesso i partigiani della banda, stendevano un cavo d’acciaio attraverso la strada e quando sentivano arrivare una motocicletta, lo tiravano legandolo a due alberi. Il motociclista finiva a terra e loro correvano a disarmarlo ed a spogliarlo, per poi lasciarlo andare via.

La notte sul 18 giugno 1944, il Russo decise di fermare un automezzo, nell’area di Molin Nuovo. A nulla valsero gli inviti dei suoi a desistere. L’automezzo si fermò, ma dietro ce n’erano molti altri da cui scesero tanti tedeschi che scaricarono una pioggia di proiettili sui partigiani. Solo grazie al buio e alla fortuna, nessuno ci rimise la pelle. La paura fu così tanta, che Mario Moretti decise di abbandonare quel pazzoide del Russo. Se ne andò sul Favalto e si unì alla XXIII Brigata “Pio Borri”. Pochissimi giorni dopo fu raggiunto anche da Tristano Cambi, anche lui stufo dei metodi del Russo.

La cattura del colonnello von Gablenz e i duri dissidi tra coloro che volevano restituirlo e il Russo, che non ne voleva sapere e che continuava a ripetere “Anche se bruciare tutta Italia, io non lasciare” (il colonnello tedesco), sgretolò la banda. Sappiamo che fecero pressione per il rilascio Beppone Livi, Antonio Ferrini, Bruno Zanchi, Giuseppe Rosadi e Altero Scimia. Di sicuro, dopo quel tremendo 29 giugno se ne andò Bruno Zanchi, ma quasi certamente anche altri abbandonarono il Russo, come Giuseppe Rosadi e John (Gianni) Magnani.

Che fine abbia fatto il Russo non è chiaro. Moretti dice di non saperlo ed anche altri la pensano allo stesso modo. Secondo alcuni, tra cui Francesco Burroni, il Russo sarebbe morto l’11 luglio nei pressi di Molinelli, durante uno scontro con i tedeschi. Lo reputo poco probabile, considerando il reparto partigiano che, secondo Curina, combatté a Molinelli.

Chissà se era il Russo, quel partigiano che Emanuele Angeleri incontrò a Montemercole, quando il fronte si spostò da quelle parti? Eccone il racconto: “… attorno a Monte Mercole, dal fitto del bosco uscì un giovanottone che imbracciava un mitra con quattro o cinque bombe a mano infilate nella cintura insieme a caricatori per la mitraglietta (sembrava proprio un bandito, come si vede nei film, a parte il fazzoletto rosso al collo) che ci apostrofò in un italiano approssimativo: “Italiani, italiani, visto todiezki?”. Il papà disse di no e gli spiegò in qualche modo dove i tedeschi si erano accampati,  non molto lontano da dove ci trovavamo in quel momento (in un casolare chiamato “La valle”). Ci disse che lui era jugoslavo e si accompagnò un po’ con noi. […] Lo jugoslavo disse che aveva fame e che non trovava da mangiare.  Era aggregato a un gruppo di partigiani comunisti, che si erano dispersi, quando i tedeschi erano arrivati.  Fece un pezzetto di strada con noi, poi ci lasciò e sparì di nuovo nel bosco …”.

 

I partigiani che rimasero con il Russo, non ebbero in seguito il riconoscimento ufficiale, che ebbero invece coloro che, seppur verso fine giugno, lasciarono la banda e si unirono alla XXIII Brigata.

Nelle foto:
- Il Russo
- Beppone Livi
- Bruno Zanchi
- Santi Boncompagni
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