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Chi ha incastrato Roger Rabbit?

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Chi ha incastrato Roger Rabbit?

Come ho già scritto la domanda è: "Chi ha incastrato Roger Rabbit?". Matteo è stato l'anello debole della catena. La persona più esposta. Un intero sistema di interessi, infatti, si è schierato dietro Matteo: professionisti dell'edilizia, del diritto, della partita doppia, della comunicazione, ecc. Poi imprenditori politici, come Ceccarelli, De Robertis, Donati, ecc. che (appunto) vivono di politica. I signori della guerra. Alle spalle i peones, anch’essi nutriti in parte o in toto dalla politica. Il branco di coloro che arrotondano gli stipendi. Poca roba, in certi casi, ma non disprezzabile. Ebbene questo corteo si è posto alle spalle di Matteo, in attesa di avanzare, brucando erbe e foraggi. Matteo, come Pietro l’Eremita, alla guida di uno stuolo di affamati in vista della Terra Santa. La crociata dei poveri (oggi più o meno classe media in declino). Dietro di loro sarebbero comparsi, successivamente, i signori della guerra. Quelli delle crociate “vere”.

Ma quanti sono numericamente i professionisti, gli imprenditori politici e i peones? Carlo Carboni ne ha tratteggiato un quadro impietoso nel suo ultimo libro. Essi digeriscono quasi un punto e mezzo in percentuale del PIL. Poi conclude (chiedo scusa a chi ha già letto questa citazione): “Le persone che vivono di politica sarebbero oltre un milione, circa il 5% degli occupati, con una spesa annua di 757 euro a testa per i circa trenta milioni di contribuenti italiani” (Carboni, L’implosione delle élite, 2015).

E ad Arezzo quanti sono? Nessuno fa questo tipo di ricerche, anche perché, tralasciando le star politiche locali, gli attorelli secondari di ACLI, ARCI, associazioni teatrali, cooperative, circoli culturali, agenzie formative, pubblicitari, sindacalisti, rappresentanti delle categorie, ecc. non aprono certamente le porte a chi voglia indagare. Io ho idea che si tratti di qualche centinaio di persone che vivono direttamente o indirettamente di politica. Ma ragiono a spanne e forse la stima è per difetto.

Matteo l’Eremita si è sentito solo in mezzo a questa compagnia, che lo spingeva avanti.  Forse è stato anche spronato in modo azzardato dalla famiglia. Talvolta i padri si attendono grandi gesta dai figli … Fatto è che Matteo paga un prezzo esoso, ben oltre le sue personali responsabilità. Mi auguro che non ne risenta troppo, ma non è un buon segno che non si sia presentato ai media per riconoscere la sconfitta. Anche la laconica dichiarazione del Dindalini segretario (un membro – credo – della gloriosa stirpe chianina) ha rivelato la fragilità di un partito, i cui dirigenti non tengono la schiena dritta di fronte allo schiaffo patito. Poi il Dinda parla di sentimento anti-PD. Davvero ci ha capito poco: non è il PD che provoca rigetto. Sono le persone che non convincono.

Dunque ha vinto Ghinelli. Tutto bene? Certamente no. Ghinelli cambierà alcuni equilibri, ma non è detto che i posti vacanti siano occupati da ricambi dignitosi. Un fatto è certo, i gas si espandono per tutto lo spazio a disposizione. Ma possono essere venefici. Il nuovo sindaco ha avuto il coraggio di dichiarare, prima del voto, che i suoi assessori sarebbero stati degli esperti, ebbene tenga fede alla parola data. E ricordi che Lucherini si è fatto fregare anche (ma non solo) dai suoi cortigiani impresentabili. Luigi XIV aveva creato Versailles per togliere di mezzo i nobili da Parigi. Solo così ha potuto creare la forza dell’assolutismo monarchico, motore del progresso borghese. È bene che Macrì risieda a Versailles, onorato e vezzeggiato. Lontano da Palazzo Cavallo.

Matteo senior si interroga. Almeno così sembra. Ma il problema non è il renzismo, che può non piacere. O bene o male Renzi è il solo attore in grado oggi di calcare la scena. Chi pensa a un ritorno di Berlusconi a capo delle schiere riunite del centro-destra non ha capito nulla. (Riunirsi può far bene, ma non sotto Berlusconi, che ha concluso la trasmissione). Il problema è quello delle minestre locali che sir Matteo tenta di ammannire.  Il PD ha perso perché, con rispetto per Matteo l’Eremita, non c’era partita con il suo competitor. Poi l’Eremita ha fatto molteplici errori e Casalini gliene ha fatti notare alcuni: ha cercato la continuità con le istituzioni che più hanno bastonato gli Aretini, non ha ucciso (in senso politico) il babbo Fanfani, ha sbagliato la comunicazione (qualche spavalderia di troppo: “Vincerò tra due settimane!”), ecc. Last but not least ha pigiato il tasto del giovanilismo a fronte della maggior parte degli elettori che giovane non è: una vera sciocchezza. Ma tutti questi sono peccati veniali, perché il torneo a sindaco vede in gioco cavalieri singoli (“in singolar tenzone”) e vince quello più gagliardo. Rispettare lo sconfitto significa dirgli questa semplice verità e ricordargli che si cresce soprattutto nei rovesci (peraltro il fatto di avere trent’anni dovrebbe rassicurare sulle future nuove possibilità).

Forse il Matteo Senior dovrebbe interrogarsi sui processi di selezione della classe dirigente locale, se il paladino scelto cade di cavallo così in malo modo. Inoltre, accanto al candidato sindaco sconfitto, ci sono gli onorevoli parlamentari il cui prestigio aumenta soprattutto nell’assenza. Nessun quartiere si presenterebbe al Saracino disponendo di cotanti cavalieri. Per carità, niente a che fare con la scuderia romana del PD, che non a caso Barca aveva definito “pericolosa”! A Roma si ha a che fare con la delinquenza; ad Arezzo con il vuoto cosmico. Nel primo caso si ha un problema di natura penale. Nel secondo, se si scarta l’ipotesi di un intervento di Astro-Samantha, dovrebbe muoversi la politica. Cosa può fare?

Salvati suggerisce di stabilire tra il PD nazionale e quelli locali un rapporto di franchising. La parte nazionale cede il marchio a quella locale, ma sotto condizioni stringenti. Il vantaggio reciproco è evidente, ma la stipula di clausole rigorose (e rigide) potrebbe servire a neutralizzare casi come quelli dell’attuale governatore della Campania. De Luca non doveva essere candidato.

La scelta della classe dirigente locale, tuttavia, implica anche dei meccanismi di selezione. Le primarie, in ragione del fatto che non sono neppure regolate dalla legge, offrono margini di discrezionalità enormi. Un partito che si batte per le “pari opportunità” non dovrebbe dimenticare di concedere a tutti i candidati le stesse opportunità di convincere gli elettori. Non è stato così e la questione sarebbe troppo lunga da spiegare, ma è certo che l’Eremita abbia goduto di una posizione vantaggiosa rispetto agli altri due. Qualche anno fa la dirigenza locale era selezionata da quella nazionale. Oggi quella locale si afferma in loco, con metodi e finalità non sempre chiari, nel miglior caso con la cooptazione. Un partito come il PD dovrebbe tutelare la sua immagine nazionale dalle possibili scorribande locali.

Forse male non sarebbe restringere il voto delle primarie agli iscritti, altrimenti perché iscriversi? Se si vuole riconoscere dignità al partito, occorre distinguere gli iscritti da coloro che non lo sono. A meno che le regole delle primarie non siano all’americana. Ma questo implicherebbe un’apposita legge.

Prima di arrivare alle primarie suggerirei comunque una preventiva selezione dei candidati. I laburisti del Galles hanno qualcosa da insegnarci (D. Jeuda, Emily, 1999). Il primo passo: garantire apertura e trasparenza nel processo di selezione delle candidature. Questo significa che gli iscritti sono informati della possibilità di candidarsi, resi edotti delle regole di selezione, incoraggiati a candidarsi.

Il secondo passo: creare un comitato per valutare, su precise regole e tramite colloquio, tutti i candidati (mi scuso per la sintesi che fa torto alla precisione, ma non posso fare diversamente).

Il terzo passo: i colloqui mirano ad accertare che 1) vi sia piena comprensione del ruolo e delle funzioni del sindaco (se la candidatura a quello mira); 2) conoscenza delle linee e delle strategie fondamentali del governo laburista; 3) il valore delle esperienze umane che possano essere preziose per un sindaco; 4) le capacità comunicative.

Personalmente, oltre a valorizzare la passione, darei un’occhiata anche al curricolo di studi e di esperienza politiche pregresse.

Ammetterei, quindi, alle primarie solo le persone selezionate. La campagna per le primarie, infine, dovrebbe essere sostenuta, per tutti i candidati, dal partito stesso. Solo il partito può garantire le pari opportunità.

I laburisti gallesi sono troppo macchinosi? Beh, teniamoci allora i nostri modesti rappresentanti.

 

 

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