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Dove non c'è meritocrazia finiscono per prevalere gli esperti.

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Dove non c'è meritocrazia finiscono per prevalere gli esperti.

Come sempre le elezioni rivelano l’inefficacia delle nostre previsioni e ciò è accaduto anche per ciò che attiene la nostra piccola città. Certamente non è il fenomeno dell’astensione a meravigliare, che era, questo sì, prevedibile, ma quello della polarizzazione che di fatto ha annichilito, ad eccezione di Matteo e Alessandro (i due poli opposti), tutti gli altri competitor. Bruciante è stata la sconfitta di Maria Cristina e non solo per il dispiegamento dei mezzi impiegati, ma perché ispirata a strategie comunicative che evidentemente non hanno funzionato. Forse la verità più semplice è che gli Aretini non dimenticano. La nostra città conosce le vicende personali di tutti coloro che hanno superato i quaranta e non perdona. Ma la comunicazione è stata sbagliata. L’aggressività di Cristina ha corroborato la ripulsa. Inoltre, ha posto il focus sulla sua persona e le amicizie importanti per invertire le sorti economiche cittadine. Anche questo non è piaciuto. Troppa personalizzazione fondata su valori ambigui e poca sostanza nei programmi. Tuttavia Cristina non è scomparsa ed è destinata a rientrare, se lo vorrà. Molto dipende dai conti che farà con se stessa e dalla motivazione profonda che la anima. E anche da interessi materiali. Sono convinta, tuttavia, che avrebbe molto da dare in fatto di contatti extracittadini, perché le amicizie di cui ha parlato sono vere. E così entriamo nella prima e più importante motivazione per il voto a Matteo: la sua omogeneità alle istituzioni regionali e nazionali che favorirebbe Arezzo.

Purtroppo i nostri politici sono tutti omogenei da decenni, ma questo non ha impedito loro di svendere gli interessi cittadini. Anzi ne ha favorito il commercio con dei saldi appetibili sia per chi acquistava sia per chi vendeva (ovviamente non parlo dei cittadini, che non avrebbero venduto niente). Se il ragionamento sulle omogeneità fosse valso, sarebbe stato il caso di votare per l’opposizione in Toscana, quando Berlusconi era in auge. Ma non credo che la forza di tale argomentazione abbia convinto qualcuno in passato. Mutatis mutandis ecco riapparire il ragionamento sugli amici che molti hanno contestato a Cristina!

L’età gioca in favore di Matteo. Ne siamo sicuri? Anche Machiavelli caldeggiava la giovinezza del Principe, dacché la politica richiede molte energie. Ma, per quanto giovane, Matteo ha già superato la fase di innovazione che alcuni individui dalla forte personalità scaricano nel mondo con la potenza di un fulmine, producendo cambiamenti e rivoluzioni. Essa si condensa sui venti-venticinque anni (lo dicono gli psicologi) e ne sono prova le biografie citate anche in questo blog. Il Matteo nazionale aveva già mostrato la sua stoffa appena ventenne. Si obietterà, ma Alessandro ne ha più di sessanta... Certamente, ed è vero che le energie sono minori, ma a una certa età possono essere compensate dalle competenze e dall’esperienza. Matteo è un bravo ragazzo trentenne. Alessandro è un sessantenne di qualità. Non so chi abbia consigliato a Matteo lo spot di pochi secondi che ne descrive la giornata tipo. Purtroppo credo che gli abbia fatto perdere non pochi voti (se si considera il sondaggio che girava in casa PD). Oltre al fattaccio di aver infilato in bicicletta la zona pedonale, Matteo ha svelato ciò che avrebbe fatto bene ad avvolgere nel velo pietoso della privacy. Quel pudore di altri tempi forse avrebbe oscurato la pochezza della giornata di Matteo, che qualche grande scrittore, in altri contesti, avrebbe potuto sublimare con la scrittura raffinata dell’interiorità esistenzialista. La banalità delle cose quotidiane versus i meandri dell’interiorità. Purtroppo qui è difficile superare la coltre della routine e scavare sotto. Manca l’insight.

Ma il problema non è Matteo, che è una persona singola. La responsabilità di ciò che accade è invece collettiva. Dietro Matteo c’è un partito liquido (soprattutto sul piano degli ideali e della morale), ma molto solido su quello degli interessi. Più che solido, roccioso. Si dice che dietro Ghinelli ci sono persone poco per bene. Chi sono i gentiluomini e le gentildonne che stanno dietro Bracciali? Siamo sicuri della loro “diversità”? Dove si radica questa fede sulla “diversità”? In tanto scalpitano e intervengono pure le cooperative. Un po’ per paura e un po’ per salire sul carro nelle migliori postazioni. Credo che, se le cose andranno bene per Matteo, questo non sarà un bene. Sicuramente gli andranno male, sia che vinca sia che perda. Se vince (ed è possibile) potrebbe avvertirne il peso con difficoltà; se perde la delusione sarà veramente forte. Forse Matteo, in questo momento, è l’anello debole. La domanda è: “Chi ha incastrato Roger Rabbit?”. Purtroppo il colpevole non ha un nome specifico, ma i nomi degli stakeholder che stanno dietro.

Alessandro potrebbe vincere, ma non fa politica, fa l’ingegnere. Dovrebbe parlare alla gente di centrosinistra, ma non lo fa. Dovrebbe dichiarare il nome di qualche futuro assessore che non sia esattamente Macrì (quello di destra), ma una persona apartitica e degna di considerazione. Meglio se esterno alla politica. Se teme di perdere il voto degli altri di destra (ma non ne vedo le ragioni ...), dichiari che gli assessori saranno scelti per merito e per competenza e non per cooptazione. O ora o mai più!

Provo senza alcuna ipocrisia un senso di solidarietà per Matteo. Ciò nonostante, per il dovuto rispetto, non posso fare a meno di suggerirgli di trovare un lavoro, anzi tutto per la sua crescita personale. Poi perché, anche se è giovane, non sta bene vivere di politica. (Come purtroppo si ricava dallo spot).

Mi scuso per la lunga citazione che segue.

“(…) Si pensi che, fra spese dirette e indirette, il ‘teatrino’ della politica nel 2010 costava al paese 24,7 miliardi (il 2% del Pil e il 12,6% dell’Irpef). A parte i compensi e i vitalizzi d’oro, nel 2012 occupava circa 180.000 tra parlamentari, amministratori regionali e locali, ai quali andavano aggiunte almeno altre 30.000 unità di personale apicale, di nomina politica, nelle authorities e nelle società e consorzi di partecipazione statale. Vanno inoltre sommati circa 300.000 tra consulenti e incaricati dalla Pubblica Amministrazione. Solo le spese per il parco auto della Pubblica Amministrazione superava i 4 miliardi annui.

Secondo uno studio della Uil ancora nel 2013 si sono spesi 23,5 miliardi per il funzionamento di organi istituzionali, società pubbliche, consulenze, auto blu, ecc. poco meno di un punto e mezzo percentuale del Pil. Sei miliardi per organi istituzionali; due miliardi e duecentomila per consulenze; due miliardi per il funzionamento degli organi di enti e società partecipate; cinque miliardi e due tra autoblu e direttori di nomina politica (es: Asl). Le persone che vivono di politica sarebbero oltre un milione, circa il 5% degli occupati, con una spesa annua di 757 euro a testa per i circa trenta milioni di contribuenti italiani” (Carboni, L’implosione delle élite, 2015).

È evidente che Matteo non ha colpa di tutto questo. E non è giustificato scaricare le tare di un sistema sul singolo. Matteo, tuttavia, è omologo al sistema.

Il vero problema è quello della selezione della classe dirigente, che non può essere affidata all’organizzazione improbabile delle primarie. Le doti politiche debbono essere accompagnate da quelle intellettuali. Le prime implicano la passione, la capacità di parlare in pubblico, il carisma, la relazionalità, ecc. Le seconde, a mio avviso, prevedono un buon curricolo di studi. Secondo una raccolta di saggi femministi (Emily), nel Labour inglese ogni candidato veniva preventivamente valutato da una commissione di probiviri. Solo successivamente, se aveva superato l’esame della commissione, poteva candidarsi ai vari ruoli.

Si dirà: “In questo modo faranno politica solo i laureati!”. Non vedo cosa ci sia di male, se a far politica saranno quelli che hanno studiato maggiormente (e che hanno doti di passione, carisma, ecc.)? Ovviamente non si devono escludere i non laureati, ma il nostro è un paese dove, in maniera indecorosa, l'istruzione dei parlamentari è mediamente molto bassa. Dove la laurea è sottovalutata e i laureati sono pochi: il che è anche un paradosso di mercato (I. Visco, Investire in conoscenza, 2014). Se la politica, unitamente alle qualità che le sono tipiche, valorizzasse anche gli studi non farebbe certo male.

Purtroppo viviamo in una società che disdegna la meritocrazia (e provoca la fuga dei cervelli e la conseguente diffusione di corruzione e immoralità). Ma nessun paese evoluto può permettersi a lungo il disprezzo per il capitale umano. Come è stato detto, non è facile restare a lungo ricchi e cretini.

Del resto l'alternativa è alle porte, anche se può risultare sgradevole. Dove la media dei politici è mediocre, si apre la strada al populismo e ai leader soli. Oppure, come sostiene Daniel A. Bell, la mancanza politica di meritocrazia spingerà, per reazione, a negare il principio democratico di “una testa, un voto”. Alcuni, infatti, meriteranno per le loro competenze un voto pesato, che valga più di quello di altri. E la democrazia sarebbe confinata ad alcuni diritti di base (pari trattamento per tutti di fronte alla giustizia, libertà di parola, ecc.).

Casalini parlava di deriva tecnocratica. Certamente dove non c'è meritocrazia finiscono per prevalere gli esperti. La questione è chiara: proprio la mancanza di merito dei politici provoca l'esigenza di affidarsi agli esperti che sono un succedaneo del merito. 

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