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Arezzo vota .. e non vota.

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Arezzo vota .. e non vota.

La ricerca dello status. Il piacere narcisistico di stare fra i notabili di una comunità e di farlo via elezioni è per la maggior parte dei candidati ad un Consiglio Comunale di medie cittadine di provincia (come Arezzo) lo scopo delle loro candidature.

 

Un moralista stigmatizzerebbe senza remore tale misera ambizione, per me invece è legittima e persino lodevole ma disprezzo l’ipocrisia di certe dichiarazioni di principio che feriscono la buona fede degli elettori.

 

Tale rincorsa allo status rappresenta uno degli stimoli forti anche per le cariche regionali o nazionali ma in quei casi a predominare c’è la rilevantissima spinta economica e di potere.

La legge che istituii l’elezione diretta del Sindaco ha portato stabilità nella conduzione delle amministrazioni comunali ma affossò la rilevanza dei Consigli. Oggi contano poco o nulla tutti i consiglieri comunali a meno che la maggioranza, per defezioni e “incidenti”, non diventi risicata e il “ricatto”, anche del più scalcinato dei suoi componenti, acquisisca potere di veto politico.

Unica prerogativa onorevole dovrebbe essere, per i consiglieri comunali, farsi carico del ruolo di terminali istituzionali di una costante discussione cittadina sui problemi, sulle soluzioni possibili, sui progetti, le idee, le necessità dell’oggi e del domani della comunità. Questo dovrebbe avvenire durante i cinque anni del mandato e NON solo alla vigilia delle elezioni, quando a predominare sono slogan, demagogia, libri dei sogni, giochi di sponda, attacchi e fughe dalla realtà concreta e gite in periferia delle star politico-televisive nazionali (che nulla sanno della realtà locale). Tanto più, la possibilità di una vittoria elettorale la si costruisce nel tempo, penetrando nel tessuto culturale ed economico della città, producendo ascolto e dibattito ed offrendosi come rappresentante di istanze e come produttore di buone idee. Non sarebbe male la costruzione di stati d’animo costruttivi, alieni da sciocche ideologie/retorica, capaci di contrastare senza livore e con acume e studio le mancanze e gli errori di chi provvisoriamente sta governando la città. Persino una dilettevole presa per le mele (come ai tempi del L’Ago), ironica e beffarda, satirica e tagliente potrebbe creare parte di un clima pro-sociale.

La “sinistra” cittadina è da sempre maestra nel controllo del tessuto sociale: ha sempre cercato quella sorta di “egemonia” in chiave locale che le consentisse di farsi partecipe delle istanze e delle speranze dei cittadini. Ma se dico “controllo” non é per caso: lo ha sempre fatto in forme socialiste di vecchio stampo, con l’uso di clientele, favori, e qualche volta con obbrobri indicibili. Lo ha fatto e l’eredità di questo agire servirà ancora a prendere voti. Adesso però, la sinistra aretina ha davanti una sfida epocale per la città: cambiare la pratica del potere, amministrare senza il consolidamento del consenso come motore delle scelte, aprirsi alla città nel suo insieme, portare a galla e servirsi di competenze e merito ovunque siano annidati, usare trasparenza e coraggio, rimuovere la ruggine, riprendersi il primato rispetto allo strapotere degli organismi intermedi della società aretina; anche tante altre cose. Può farlo, ha molti giovani e un candidato a Sindaco che porta scritto sulla fronte un termine: speranza. Se la delude sarà tempo perso, come quello che abbiamo buttato nel cestino della storia con l’amministrazione di Fanfani.

La “destra” aretina storicamente non  ha mai colto l’importanza decisiva del compenetrare il tessuto sociale con un giusto uso del collateralismo, con la nascita di organizzazioni intermedie, con una presenza attiva e costante sulle problematiche di cultura ed impresa. Nella seconda metà degli anni ’90, pur continuando nella sottovalutazione sistematica di quanto sopra detto, riuscì a creare un clima di speranza, a presentare facce nuove, nuove istanze, nuove promesse; sulla scorta della popolarità crescente dei leader nazionali i cittadini di Arezzo cominciarono a riporre fiducia in un possibile e proficuo cambiamento di rotta e si cominciò a respirare nuova aria; gli eletti nelle istituzioni furono amplificatori e portavoce di quel clima e la gente imparò ad apprezzare la loro volizione. La discesa in campo di un professionista aretino, stimato e con una faccia da sindaco perfetta, fu la ciliegina sulla torta che portò alla storica vittoria del ’99. Furono, i primi, anni di vero cambiamento che purtroppo non resse la pressione degli “affamati” e si concluse senza onore. Oggi le condizioni storiche nazionale del centrodestra sono disastrose e niente più che una buona lista civica può legittimamente rappresentare quel tempo che fu, prima del disastro. C’è una lista del genere in competizione e molti elettori faranno bene a darle il loro voto. Poi si tratterà di non demordere e di ritornare a costruire un serio, lungimirante e complessivo progetto di cambiamento per la nostra città, mettendo a regime un autentico e proficuo uso politico del consenso: auspicare una alternanza al governo cittadino vale quanto la speranza che i giovani di sinistra sappiano fare bene il loro lavoro. Mi sarebbe piaciuto che tale lista non avesse fatto la coalizione che ha fatto. Di quei cascami che resistono e dei nuovi arruffapopolo ne parlerò nei prossimi giorni.

 

 

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