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Casalini tra capitalismo utopico e capitalismo reale

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Casalini tra capitalismo utopico e capitalismo reale

 

Con una profondità di argomenti, che lascia davvero ammirati, Paolo Casalini, il radical-libertario-liberal-liberista d’Arezzo, ha risposto al nostro comunicato stampa. Non vorremmo occuparcene nuovamente. ‘Tempus fugit’: e tutti noi dobbiamo lavorare per vivere. E poi, sia detto per inciso, uno come lui – che, senza mai riuscirci, desidererebbe tanto essere sarcastico e pungente – non potrebbe offenderci nemmeno se ci sputasse in faccia.

Sì è vero, caro Casalini, il Partito Comunista, proprio perché intende lottare, assieme (si augura) a un ampio fronte d’altri gruppi politici, a tutela degli interessi dei proletari e dei lavoratori, si oppone con forza allo strisciante processo di colonizzazione che sta subendo l’Italia. Pertanto, nei limiti delle nostre forze, non daremo tregua ai vendipatria – un tempo, con Eduardo Galeano, avremmo parlato di borghesie ‘compradore’ – che ci governano o che controllano la nostra economia (leggi Marchionne). Chi, per bassi calcoli politici, vuole equivocare, equivochi pure. Ce ne faremo una ragione. Ma non consentiremo a nessuno di distorcere il senso della nostra proposta sulle politiche della casa e sui criteri di assegnazione degli alloggi popolari. È assolutamente necessario rivederli, per consentire, così, anche ai proletari italiani qualche possibilità d’accesso a questo diritto, ma, allo stesso tempo, occorre ampliare il patrimonio abitativo pubblico per sovvenire alle esigenze di tutti.

Quando, infine, parliamo di “retorica del migrante”, alludiamo a quella cortina fumogena che impedisce a molti, francamente a troppi anche nella sedicente sinistra di classe, di percepire le reali dimensioni dei flussi migratori e le ragioni che li determinano. La rappresentazione, che se ne dà, poggia tutta su un falso: l’emigrazione non è dovuta a una somma di scelte individuali dettate dal bisogno, ma è un fenomeno compiutamente governato dai gruppi affaristici sovra-nazionali che dominano il mondo. E il caos, che ne deriva, non è uno spiacevole accidente, ma un fine perseguito con coerenza. In fondo lo sfruttamento della povertà costituisce il più comodo e più sicuro dei ‘business’.

Le accuse di statolatria, che il buon Casalini ci rivolge, appaiono, a chiunque legga il nostro programma e non si faccia fuorviare dai luoghi comuni più scontati sui “veterocomunisti”, soltanto farneticazioni. Che egli non sappia cosa siano le Aziende Speciali – da istituire per l’espletamento dei servizi pubblici essenziali – non stupisce: in fondo è un liberal-liberista. Si informi (ma Tenti non gli ha detto nulla?) e vedrà che esse escludono, per principio, ogni possibilità di interferenza dei partiti. Abbiamo più d’una volta dichiarato che intendiamo evitare, come la peste, il pericolo di passare da una scriteriata gestione privatistica, rivolta prioritariamente alla ricerca dell’utile di una società multinazionale, a una concezione del pubblico come proprietà privata della maggioranza politica del momento. La natura pubblica delle Aziende Speciali, a cui pensiamo, si radicherà in un consiglio di sorveglianza composto da utenti, lavoratori, ambientalisti e da alcuni (pochissimi) delegati del Comune. Lo si selezionerà con votazioni e sorteggi e dovrà verificare che la vocazione di queste Aziende – la gestione ecologica e sociale del ciclo idrico o la gestione ecologica dei rifiuti – sia costantemente realizzata.

Potrebbe al più irritarci, se rivolta a noi, la parola partitocrazia, che adoperata da un arruolato nelle schiere del PD (oliata macchina di saccheggio del denaro pubblico) risulta, a dir poco, inappropriata. Non che i radicali non affondino anch’essi, e fino al gomito, le loro mani e le loro braccia nei sempre più esausti forzieri dello Stato. Tutta la storia di Radio Radicale – che infondatamente si autocelebra come tempio della libertà di parola e di espressione – sta lì a dimostrarlo. Quanti milioni di euro ci siete costati in venti anni? Cinquanta, novanta o cento? Comunque troppo.

Alcuni individuano nel partito radicale un’agenzia di provocazione al servizio del governo statunitense. Se anche così fosse, i radicali d’Arezzo sarebbero certamente gli ultimi a saperlo. Noi ci limitiamo a dire: chissà chi lo sa? E chi lo sapesse e potesse documentarlo ‘per tabulas’, farebbe comunque bene a tacere.

In ogni caso, nel loro piccolo, anche i diligenti radicali aretini intendono ottemperare ai dettami del credo ideologico che professano religiosamente bruciando quotidianamente incenso innanzi alle immagini di von Hayek e della Signora Thatcher.

Non sorprende pertanto la proposta di abolire la struttura burocratica che fa capo all’Assessorato alla Cultura per sostituirla con ‘Fondazioni’ che dovrebbero mettere i prenditori privati in reciproca, virtuosa concorrenza nella gestione dei beni pubblici. Se davvero si trattasse soltanto di ‘abolire’ gli assessori alla cultura, potremmo perfino essere d’accordo. Ma il progetto di ‘Libera Aperta’, a ben vedere, contempla ben altro.

Il capitalismo utopico – il “Credo” dei radical-liberal-liberisti – è il pilastro ideologico sul quale si sorregge tutta la propaganda dei centri del potere mondiale, dal FMI alla Banca Mondiale, dall’UE alla NATO. Uno degli attuali bersagli della ‘lobby’ delle privatizzazioni è proprio il settore dei beni culturali.

In effetti, per privatizzare (cioè a dire, per espropriare i più e arricchire i pochi), occorre mistificare. Niente di meglio dell’ideologia del mercato, per sollevare polveroni ideologici e per spalancare, così, le porte del tesoro pubblico agli affaristi locali e internazionali. Purtroppo il capitalismo reale – in Italia come nei “virtuosi” paesi anglosassoni” – non è economia di mercato, ma affarismo criminale assistito dallo Stato. Il bel sogno del capitalismo utopico si trasforma, per la quasi totalità della popolazione mondiale, nell’incubo quotidiano del capitalismo reale.

In un paese nel quale anche il Ministero dei Beni Culturali oggi è diventato un’agenzia di privatizzazione strisciante delle aree archeologiche e museali più prestigiose e remunerative, non ci si può stupire più di nulla. Neppure delle rappresentazioni mitologiche della propaganda sedicente liberista, che ci prospetta un mondo in cui tutto – ma proprio tutto – sia affidato ai privati. Si tratta, occorre ribadirlo, di una millanteria propagandistica. Il privato, infatti, non può sopravvivere senza un settore pubblico da parassitare in continuazione.

In effetti, solo tra le righe della proposta di “Libera Aperta”, si coglie qual è il suo vero obiettivo: far mettere, a chissà chi (anche in questo caso i nostri buoni radicali saranno, probabilmente, gli ultimi a saperlo), le mani sulla roba, cioè sulla ricchezza reale e tangibile del patrimonio immobiliare pubblico. Questo si vuol fare, allorché si dichiara che il Comune deve disfarsi di parte almeno dei suoi immobili, anche di quelli più prestigiosi (dobbiamo presumere), non più utilizzati. Non soddisfatta di tutto questo, la benemerita associazione intende, nascondendosi dietro il paravento della lotta alla partitocrazia, anche permettere ai privati di foraggiarsi a spese del contribuente pubblico.

Si predica bene e si razzola male. Si chiede l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, ma si pretende che lo Sato si faccia carico di aziende private e, ‘in primo luogo’, di Radio Radicale.

Cari liberal-liberisti, in questi anni, ci siete costati troppo. Se suddividessimo i finanziamenti che avete ricevuto per il numero dei vostri iscritti e dei vostri elettori, scopriremmo, probabilmente, che la vostra disinteressata (sia chiaro) voracità sopravanza anche quella di instancabili forchettoni come i piddini e i forzisti.

 

 

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