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Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?

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Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?

Una splendida serata in compagnia di Marco Damilano, una delle menti piu' raffinate del panorama giornalistico italiano, capace di affondare il coltello nella piu' spietata analisi della politica contemporanea. La repubblica dei Selfie. Un libro da leggere

 

Il Mahatma Gandhi sosteneva che «l’uomo si distrugge con la politica senza princìpi, col piacere senza la coscienza, con la ricchezza senza lavoro, con la conoscenza senza carattere, con gli affari senza morale, con la scienza senza umanità, con la fede senza sacrifici».

Per trovare le risposte alla domanda del titolo, Damilano è partito dalle origini, da quando la nostra Italia repubblicana è nata, apparentemente risorta dalle ceneri devastanti di una guerra

Einstein: «Il mio ideale politico è l’ideale democratico. Ciascuno deve essere rispettato nella sua personalità e nessuno deve essere idolatrato. Per me l’elemento prezioso dell’ingranaggio dell’umanità non è lo Stato ma è l’individuo creatore e sensibile, è insomma la personalità. È questa che crea il nobile e sublime, mentre la massa è stolida nel pensiero e limitata nei suoi sentimenti».

Per il fisico tedesco nessuno deve essere idolatrato invece la storia politica della Repubblica italiana è piena zeppa di ‘idoli’ i quali indistintamente hanno cercato di captare i bisogni e i malesseri della massa per propagandarli come obiettivi e finalità. Destra, sinistra, centro-destra e centro-sinistra senza distinzione alcuna e se c’è un punto in cui tutte le forze politiche si sono sempre incontrate è proprio nell’aver ‘sfruttato’ il popolo per le personali scalate ai vertici del potere.

Damilano in più punti e per più personaggi evidenzia le analogie come le differenze dei vari leader ma ciò che tristemente emerge dal suo resoconto è la reazione pressoché invariata della gente che immancabilmente ha finito con il credere alle parole del Cicerone di turno, piena di speranze e aspettative, immancabilmente deluse. Un vero e proprio assalto alla diligenza nel tentativo di salire quanto prima sul carro del vincitore e ciò accade non solo tra gli elettori.

Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?

«La Prima Repubblica era la Repubblica dei partiti. Con l’ossessione della rappresentanza. Nessuno doveva sentirsi escluso dal gioco: nessuna ideologia, nessuna categoria. Tutti dovevano sentirsi coinvolti nella partita. […] La Seconda Repubblica è stata la Repubblica della rappresentazione. Il suo simbolo è stata la tv commerciale che già negli anni Ottanta, prima che il berlusconismo prendesse forma politica, proponeva modelli di vita, rappresentazioni cui uniformarsi. […] La Terza Repubblica, la Repubblica di Renzi, sarà la stagione dell’auto-rappresentazione. Saltare i canali di comunicazione del passato. La Prima Repubblica aveva la Rai, la Seconda la tv commerciale, la Terza Twitter.»

Scrive Damilano nel suo libro: Il 13 settembre 2012 siamo in tanti nell’auditorium del Palazzo della Gran Guardia nella magnifica piazza Bra di Verona. Giornalisti, amministratori locali, sindaci. Nessun parlamentare, pochissimi volti conosciuti. In prima fila il portavoce Marco Agnoletti presenta una ragazza bionda e sorridente: «Voi non lo sapete, ma è bravissima. Guiderà lei i comitati di Matteo: l’avvocato Maria Elena Boschi». In platea l’unico noto è il sindaco di Reggio Emilia e presidente dell’Anci Graziano Delrio, e neppure lui si sbilancia: «Sono venuto ad ascoltare Matteo. Per me è fondamentale che la sua sfida si svolga all’interno del Pd».

È la giornata dell’ingresso in campo. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi si candida a premier contro Bersani.

Sale sul palco in camicia bianca e cravatta scura, diventerà una divisa, mentre sullo schermo scorrono i frame degli ultimi due decenni: Reagan, Thatcher, Madonna, Carl Lewis e poi Falcone e Borsellino, il primo Mac rudimentale, i dischetti per il computer presto andati in pensione, Steve Jobs... Sotto il podio c’è la scritta: Adesso! Il cuore del renzismo nascente. Non un’ideologia, nessuna appartenenza. Adesso è l’anno Zero che arriva dopo il disastro. Il prima e il dopo. Il presente che è l’arma letale di Matteo e dei suoi. Non abbiamo nessun passato, per questo ora tocca a noi. Ci siamo anche noi, quelli che non c’erano prima. Quelli che sono cresciuti in venti anni di zero rappresentanza politica e di devastazione della speranza, negli anni del Blocco.

D’altronde che Renzi sia ben visto e ben voluto dalla cerchia filo-berlusconiana ben lo si evince dalle dichiarazioni di Giuliano Ferrara: «E volete che un vecchio berlusconiano pop, come me, non si innamori del boy scout della Provvidenza?». Un ‘amore’ così forte da sopravvivere anche al ‘tradimento del Patto’ perché, scrive Damilano: «Renzi per Ferrara è qualcosa di più del semplice prediletto: è il discendente di una cultura che vede l’essenza della politica nella Realpolitik, nell’analisi feroce e spietata dei rapporti di forza, nel cinismo dei patti traditi e dei capovolgimenti di pensiero».

Non solo svecchiare i gruppi dirigenti. No, c’è qualcosa di molto più grande da rottamare: un’intera generazione di sinistra, la sua cultura, la sua pretesa di dettare modelli di vita, miti e idoli culturali, il sistema delle idee.

«Dobbiamo rottamare la generazione del Sessantotto che dipinge se stessa come l’unica che ha gli ideali, l’unica Meglio Gioventù che ci sia mai stata. No, ci siamo anche noi.»

L’outsider arriva al potere non con un voto popolare, ma con una manovra di Palazzo. Un tradimento, il brutale assassinio politico del capo del governo Enrico Letta, appena rassicurato.

Dal tweet con l’hashtag #enricostaisereno alla defenestrazione del premier non è passato neppure un mese. Renzi va a comunicare all’inquilino di Palazzo Chigi che il giorno dopo sarà sfiduciato dal suo partito, il Pd, senza neppure un passaggio parlamentare, l’onore delle armi, la possibilità di difendere il suo operato in una sede istituzionale.

L’unico ostacolo che incontra sulla sua strada è una macchina che esce in senso contrario dall’ingresso secondario di Palazzo Chigi: la Smart blu su cui viaggia Renzi guidata dal deputato Ernesto Carbone è costretta a fare retromarcia. Una volta entrati, però, i giochi sono fatti. Il ministro Dario Franceschini, amico di Letta, è già sintonizzato sul nuovo padrone di casa, si fa fotografare accanto alla macchinina parcheggiata nel cortile mentre al piano di sopra si conclude lo sfratto. Rientrerà nel governo Renzi da ministro della Cultura.

Renzi è un politico neppure quarantenne che conquista il potere spostandosi nel vuoto lasciato dal precedente regime, come insegnano i teorici del ramo, per esempio Curzio Malaparte in “Tecnica del colpo di Stato”: «La tattica bonapartista non è soltanto un gioco di forza: è soprattutto un gioco di misura e di abilità. Quasi una partita di scacchi, in cui ogni esecutore ha il suo compito preciso e il suo posto assegnato, dove il più lieve errore nella mossa di una pedina può produrre incalcolabili effetti e compromettere l’esito della partita».Ecco fissata una volta per tutte la narrazione della scalata renziana. Non la abbandona neppure quando, cinquecentoventisette giorni dopo, in vestito blu entra nel salone delle feste del Quirinale per il giuramento del suo governo. La sconosciuta Boschi presentata a Verona giura in tailleur cobalto da ministro delle Riforme. Il barbuto Delrio che era mescolato nella platea della Gran Guardia affianca i ministri da sottosegretario alla presidenza del Consiglio.

Cinquecentoventisette giorni per diventare il padrone d’Italia.

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