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Cafoni si nasce, ricchi si diventa

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Cafoni si nasce, ricchi si diventa

 

 

 

 

C’è qualcuno che sposa la tesi che il termine “cafone” indicherebbe “il signore della stalla” o il “padrone degli armenti”, per cui cafone non sarebbe il rozzo e ottuso, ma con ogni probabilità proprio il “signore” che lo accusa di essere tale.

Ed in effetti “padrone della stalla” è termine perfetto per indicare chi di fronte a giornalisti e telecamere, accusa di indegnità persone che nemmeno conosce, solo perchè si preoccupano prima di tutto di tutelare gli interessi della municipalità, trascinando poi nel fango intere categorie di professionisti aretini per il gusto di poter dire alla fine che...  "in base al titolo quinto chi ha i guadrini ha sempre vinto”.  

Max Weber ha scritto che, in una civiltà corrotta e decadente, alla cafonaggine della società corrisponde il “cesarismo” dell’organizzazione politica; proliferano grandi e piccoli ducetti che trattano i cittadini come sudditi, i quali invece di scacciare questi leader cafoni – e qui il paradosso dei nostri tempi malati – si sottomettono come pecore alla volontà del capo.

Spesso si identifica il cafone con il maleducato, ma non tutti i maleducati sono cafoni. Teofrasto diceva che “la cafoneria parrebbe essere inciviltà garbata” ed elenca un vasto repertorio di cafonerie: da chi va in assemblea dopo aver bevuto, porta scarpe più grandi dei suoi piedi e parla ad alta voce, a chi si mette a sedere tirando la veste sopra il ginocchio, così che si intravedono i genitali, a chi mentre fa colazione, getta lo strame agli animali da tiro e così via.

Ma non sempre essere cafoni significa essere maleducati: il maleducato ignora le regole del vivere civile, le norme della buona educazione; la cafonaggine invece è un fenomeno sottoculturale, è un modo di essere, uno stile di vita.

È cafone chi abbandona i sacchetti dell’immondizia per strada, chi non fa la fila, chi lascia la macchina in divieto di sosta, chi non spegne il telefonino a teatro, al cinema, ad un concerto: mentre ascoltavo la messa è squillato il telefonino al sacerdote; forse era il Padreterno che si voleva complimentare per la predica.

Il cafone dei nostri giorni è maschilista, sessista, è chiassoso, esibizionista, arrogante, rozzo nei modi e nel pensiero, insofferente alle regole, insegue la scalata sociale e la tensione al benessere.
I cafoni di oggi somigliano ai Rusteghi di Goldoni o a Tony Pagoda, il protagonista di “Hanno tutti ragione”, il divertente romanzo di Paolo Sorrentino, o ai personaggi trash dei film vacanzieri e dei cinepanettoni.

Accade così che il calciatore Romario dia del cafone al mitico Pelè. Ma accade anche che Cacciari chiami Briatore cafone megagalattico e Briatore restituisca la definizione al mittente rispondendo che i veri cafoni sono Giovanna Melandri ed il regista Giovanni Veronesi.

A proposito, la Cassazione ha stabilito che l’espressione cafone è offensiva in quanto “investe le qualità personali” della persona alla quale viene indirizzata. Ma la stessa Corte ha giudicato lecito e giustificato il dare del cafone nello stressante traffico cittadino, perché “l’ingiuria se provocata da fatto ingiusto merita tutte le attenuanti senza escludere l’assoluzione”.
Ma se il maleducato può essere recuperato modificandone il comportamento abbattendo le ragioni sociali e culturali che hanno portato alla formazione della sua situazione, per il cafone invece non ci sono possibilità perché, come direbbe Totò, “Cafoni si nasce!”.

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