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Lettere alla redazione: Un taxi vuoto si è fermato dinanzi al parlamento regionale, ne è scesa la nostra rappresentanza cittadina

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Lettere alla redazione: Un taxi vuoto si è fermato dinanzi al parlamento regionale, ne è scesa la nostra rappresentanza cittadina

Ormai questo blog ha documentato il sacco di Arezzo operato dal sultano Rossi. Sanità, rifiuti, gas, beni culturali, ecc. tutto è stato scientemente e strategicamente tolto ad Arezzo. Di certo occorrerà una trentina d’anni perché Arezzo possa riprendersi. Non conosco Rossi, ma ne ho due ricordi. Uno vecchio di una decina di anni e l’altro più recente.

Ricordo Rossi quando La Margherita (ancora esisteva e fioriva) promosse un’iniziativa sulla sanità che si tenne nella sala interna al Palazzo del Comune. Ricordo il cipiglio, per meglio dire il grugno. Molte le domande dei medici presenti, alcune petulanti e querule. Ma Rossi guardava torvo, continuando a masticare una gomma. Così, biascicando, rispose duro, aspro alle varie contestazioni. Non aveva torto il sultano, ma lo stile dell’uomo falsificava le risposte. Non c’è idealità in uno sguardo torvo. Non c’è dialogo con chi ti rumina sul muso. Più che di morale è una questione di estetica. Non si può essere così superficiali da ignorare le apparenze (Oscar Wilde). E quella di Rossi era sgradevole.

Poi, qualche giorno fa, eccolo in televisione all’“Aria che tira”. Poveretto, i giornalisti hanno documentato un recente scandalo sotto la sua gestione (la Regione acquista una palazzina per quattro milioni di Euro e la rivende, il giorno dopo, a un terzo circa del prezzo pagato: la magistratura indaga). Il sultano si è schermito (“Non sono documentato”), poi, in risposta a chi appariva incredulo per tanta ignoranza a fronte di tanto sperpero, si è lamentato (sempre astiosamente) dicendo che non era venuto in quella trasmissione per parlare di siffatte questioni. Già perché il sultano risponde solo alle sue domande, non certo a quelle altrui. Era venuto per parlare di cose nobili, di sanità, e non certo di quell’immondizia!  

Avendo Peter Gomez contestato un tale atteggiamento, lui sputacchia che non si degna di rispondere a un giornalista come Gomez, né a un giornale che non legge mai. Neppure io leggo “Il Fatto” (i giornalisti, compreso il nostro concittadino, sono troppo polemici e rissosi), ma il Governatore non può rispondere così. Una tale risposta non ha una valenza politica, ma semplicemente di educazione o, meglio, di maleducazione. Se preferite, è un problema di rispetto cioè di mancanza. Qualcuno dirà che sono sofisticata, ma uno così, se invitato a cena, potrebbe mangiare con le mani e contestualmente mettersi le dita nel naso. Se il rispetto che ha degli altri fosse trasposto sul piano igienico, non si capisce come abbia potuto fare l’assessore alla sanità senza scatenare un’epidemia di peste.

Resta la domanda: “Cosa abbiamo fatto noi Aretini per meritarci uno così?”.

Secondo una ricerca di qualche anno fa della società triestina SWG, la cittadinanza aretina sembra vivere una condizione depressiva che promana dal Medioevo. Sembra quasi che, dopo Campaldino, gli Aretini siano rimasti affetti dalla “sindrome dello sconfitta”, perdendo voglia di combattere. Da lì nasce anche il “ringhio”, che è la risposta truce di chi non fa paura. Se questa interpretazione vale, si capisce perché la classe politica aretina sia priva di consistenza a livello regionale e a livello nazionale. I politici cittadini sono il prodotto funzionale di questa attitudine depressiva. Non hanno spina dorsale, piegati dalla depressione (ma si mantengono sempre ridenti). Essi incarnano lo sperdimento e hanno fatto scelte conseguenti. In sostanza la nostra classe politica non è disposta a battersi per Arezzo. Se gli Aretini sono degli “sconfitti”, tanto vale fare della sconfitta un valore da mercanteggiare. Così i politici hanno scelto di “vendere” gli interessi della città per il proprio tornaconto, cioè per le loro carriere.

Parafrasando Churchill, potremmo dire: “Un taxi vuoto si è fermato dinanzi al parlamento regionale, ne è scesa la nostra rappresentanza cittadina”.

Bracciali “il Giovine”. Che inesperienza quando afferma che i suoi contatti con la Regione e la fratellanza di partito gli consentiranno di difendere gli interessi di Arezzo! Oramai molti hanno capito che accadrà l’esatto contrario: per disciplina di partito il Giovine svenderà Arezzo senza sparare una cartuccia. Sempre sorridendo.

Ma il problema non è lui, ma ciò che rappresenta. La classe politica cittadina non ha valori: fa politica perché deve pur vivere di qualcosa. Si dirà: “Ma questa è la scoperta dell’acqua calda!”. Certamente, non c’è nulla di nuovo in questa affermazione. Ma ciò che non è chiaro è in che misura la politica intesa come lavoro  alteri la politica. Forse altera lo stesso sistema democratico. Weber aveva previsto la nascita della politica e del lavoro intellettuale come professione, ma mai si sarebbe spinto a considerare la politica come una forma di assistenzialismo. Al posto di un welfare universalistico,  oggi soccorriamo questi intellettuali privi di lavoro con finanziamenti pubblici! Questa del resto è la malattia nazionale. Se la politica è un lavoro, non si può rimanere disoccupati! Tanto più al giorno d’oggi. Ne sa qualcosa il povero Meacci, che ha dovuto trovar lavoro fuori di Arezzo (sempre in politica, però). Il fatto è che chi deve mantenere il lavoro fa qualsiasi cosa. Tanto più se lo stipendio è buono e, in certi casi, è ottimo. Ne sa qualcosa la nostra rappresentante regionale, che non ha neanche preso in considerazione l’ipotesi, prospettata da qualche sciagurato, di rinunciare agli emolumenti di parlamentare regionale. Che siamo scemi! “Poi cosa vado a fare?”, deve essersi chiesta.

Il fatto è che quando la politica si trasforma in lavoro, si aprono inevitabilmente degli spazi per la corruzione.  A me sembra che non sia chiaro il nesso tra politica intesa come lavoro e corruzione. Noi Aretini, in qualche misura, ci riteniamo indenni dal malaffare e, personalmente, non ho ragioni di credere il contrario. Ma non mi meraviglierei se scappasse fuori qualche storiaccia. Sono troppi i politici dell’ex PCI ancora in gioco, che ricoprono incarichi di potere e ben pagati. Dove non c’è meritocrazia, lì aumenta la corruzione. Addirittura alcuni studiosi hanno trovato un nesso tra corruzione e cosiddetta fuga dei cervelli, che è poi l’esatta descrizione del nostro Paese. Certamente se i talenti non trovano spazio, se ne vanno. E rimangono i cooptati, i furbetti, talvolta i collusi e i corrotti.

Bracciali forse è un bravo ragazzo, ma è l’espressione di questo sistema. Il suo lavoro è la politica. Come per il vice-Sindaco (oggi Sindaco) Gasperini. Alcuni dicono che sono giovani e che questo dimostra la loro estraneità al torbidume della politica. Niente di più sbagliato! Essi sono i rappresentanti di un sistema indotto naturaliter alla corruzione. Aspettate e vedrete (spero di sbagliarmi …).

Buon voto, Aretini! Ma anche “Buona astensione!"

 

 

 

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