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Il PIT e la presunta guerra del vino

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Il PIT e la presunta guerra del vino

 

Il governatore ha proposto la sua mediazione alla stampa. L’intento è quello di “tenere insieme lavoro, profitto e bellezza attraverso i cambiamenti che siamo riusciti a produrre sul Piano del paesaggio perché, al di là delle letture iperpoliticiste date finora ad ogni questione, tenendo dritta la barra sul merito delle questioni, abbiamo fatto ciò che dovevamo, da sinistra”.

Nella sostanza si tratta di una riscrittura di alcuni punti dell’articolo 19 che si occupa delle norme generali e dell’articolo 20 che detta le norme per i bacini estrattivi della Alpi Apuane.

Non potendo fare a meno di non scendere nella polemica in cui i nostri commentatori mi hanno coinvolto, cerco di farlo in modo piu’ approfondito possibile, tenendo sempre presente le mie modeste capacità giuridiche, rispetto alla complessa normativa che è stata messa sul tavolo. Non ha importanza se il testo abbia o non abbia millemila pagine: sono particolari insignificanti. L’unica cosa che posso fare io, è una analisi politica del senso di questa norma, lasciando a chi è in grado, l’analisi specifica.

Premetto che parto assai prevenuto per due ordini di ragioni:

La prima, è il manifesto fallimento della legge regionale 1/2005, quella che impose ai comuni la redazioni di piani e regolamenti urbanistici talmente bislacchi, che neppure chi li aveva redatti riusciva piu’ a orientarsi al loro interno. Quando le norme sono troppo complesse e inconoscibili, non solo ai normali cittadini, ma anche agli addetti ai lavori, la discrezionalità diventa la norma e di conseguenza l’ingiustizia è suprema.

La seconda è la sensazione (e per ora questa sensazione nessuno è riuscito a confutarla) che attraverso lo spauracchio della salvaguardia del paesaggio, si sia in realtà tentato di imporre una legge dirigista, parificata ad un piano quinquennale elevato al quadrato, in cui si cerchi non tanto di salvaguardare il paesaggio così come è stato creato mirabilmente dai nostri avi, ma solo come una certa corrente “troppo ideologizzata” vorrebbe che questo paesaggio fosse.

Chiedo scusa ai lettori, ma una analisi politica non può prescindere dalla formazione di chi la fa: facile immaginare cosa può pensare di un simile strumento legislativo uno come il sottoscritto, che ha fatto del pensiero liberale, liberista e libertario, il suo orientamento politico. Anche perché, dovendo immaginare una norma che salvaguardi il paesaggio, credo che con 10 articoli si sarebbe potuta fare benissimo. 

Scrive oggi il nostro Pietro Pagliardini che si chiama “Stato etico” quello che impone comportamenti ai cittadini in nome di principi di tipo etico (peccato non allarghi il concetto). La presunta salvezza della natura (il non consumo di suolo) secondo la mentalità ambientalista, è un principio di tipo etico.

La legge urbanistica del 1942, fatta da un regime autoritario, il fascismo, non aveva stranamente alcun principio etico, ma era solo un insieme di regole procedurali, la cui struttura di base è ancora la stessa. Standardizzava insomma dei metodi di approvazione dei piani, indicando garanzie di vario tipo agli enti e ai cittadini e regolava i rapporti tra questi. Però nulla diceva sul risultato da conseguire con l'urbanistica.
Per una precisa scelta di libertà, vorrei che la legge non lo dicesse, ma che le scelte scaturissero dai normali rapporti presenti nella società: rapporti culturali, di forza, di rappresentanza, di interesse economico, di tradizioni e quant'altro. La 65 è una legge da stato etico, lo confermo fino all'impossibile, perchè decide cosa è bene e cosa è male nelle scelte urbanistiche. Si legga solo l'inizio e si capirà. Non diversamente dalla sua nonna, la 5/95 e dalla sua mamma (e non ci metto l'aggettivo) la 1/2005

Ma per capire a fondo il senso di una legge, non basta neppure essere esperti di diritto. Nemmeno chi materialmente redige il testo di una norma, a volte può comprendere a fondo il risultato finale del suo operare. Il principio secondo cui un battito di ali di farfalla in Cina, può generare un uragano in Brasile, è quanto mai reale al momento della promulgazione di una nuova legge.  Solo chi la vede applicata ai casi concreti del suo vivere quotidiano, ne può comprendere a fondo la portata.  Nello sforzo di cercare di documentarmi dunque, non ho potuto prescindere dal pensiero di coloro che dovranno viverla sulla loro pelle. Poiché non credo ci siano solo spauracchi ideologico/populistici dietro i giudizi fortemente negativi di Confagricoltura (ma anche la CIA non ha scherzato), non posso fare a meno di non tenere questi giudizi in seria considerazione. Chi crede che sia possibile imporre una etica di comportamento attraverso il proliferare delle leggi, fa tornare in mente la grande soddisfazione degli ambientalisti al momento in cui si vietò la dragatura del letto dei fiumi, salvo oggi trovarsi in situazioni drammatiche a causa degli stessi letti invasi da ghiaia e sedimenti vari. Alla prossima alluvione di Firenze ne riparleremo in ben diversi termini. (E’ sempre il principio della farfalla no?)   

La cosiddetta “guerra del vino” comincia mercoledì 27 agosto quando su Repubblica esce un articolo a firma Maurizio Bologni, dal titolo “Il Chianti: Pit frittata, minaccia i vigneti”. Sottotitolo: “Il Consorzio all’attacco del piano del paesaggio: pascoli al posto dei filari e divieto di reimpianti nei vecchi. L’assessore Salvadori si associa: oltraggioso per l’agricoltura. Marson ammette subito: su alcune cose si può discutere”.

Premetto in onore alla trasparenza, di cui il palato fine dei lettori di informarezzo sono ghiotti, che ho avuto (in occasione del commissariamento di BE) la possibilità di stabilire con Maurizio Bologni un intenso dialogo, durante il quale ci siamo confrontati giornalmente sugli sviluppi della situazione della nostra banca. In questa occasione ho potuto conoscere un giornalista meticoloso ed attentissimo alle fonti.    

Ecco come comincia l’articolo di Repubblica: “Pascoli al posto delle vigne, per garantire l’ancestrale alternanza di colture. E altolà al reimpianto delle viti, che invece sono troppo vecchie e hanno bisogno di essere rinnovate”. La fonte, si comprende subito dopo, è il presidente del Consorzio Vino Chianti che prosegue: «E’una clamorosa frittata, è come se la Regione ci venisse a dire che i vigneti, finora considerati un elemento caratterizzante e tipico della bellezza delle colline, deturpano il paesaggio toscano – attacca il presidente del Consorzio Chianti Aldo Busi – Si mette a rischio un pilastro dell’economia e dell’occupazione, oltre che il più inflessibile custode del paesaggio».

Gianni Salvadori, l’assessore regionale all’agricoltura, sta con loro e nell’articolo di Bologni il pensiero è riportato senza mezzi termini: «E vero, nel Piano ci sono previsioni che penalizzano e sono addirittura oltraggiose per la vitivinicoltura e per l’intera agricoltura, ma c’è tempo per emendare». L’assessore Salvadori sposa la causa di imprese, piccole e grandi, dei lavoratori. «Nella parte descrittiva del Piano ci sono passaggi pregiudizievoli per l’agricoltura che di per sé fa il paesaggio»

Anna Marson, intervistata da Bologni, difende la filosofia del Piano, ma di nuovo non chiude a correzioni: «Il mosaico delle colture va mantenuto, ma su alcune cose si può discutere».

Che cosa intende Anna Marson quando parla di mosaico di colture, così come quando ne parla il Pit e chiunque si sia mai interessato di paesaggio? Si spera che non ci si riferisca a quel particolare modo di coltivare grano, vino e olio sullo stesso appezzamento, che era tipico della mezzadria e quindi di buona parte della Toscana centrale! Eppure è proprio così: ci si riferisce proprio a quell’alternanza di colture (che poi sono sempre le stesse, cereali, viti e olivi) e di bosco, che consente ancora di leggere nel paesaggio toscano, l’impronta storica della classica coltura promiscua e dell’appoderamento.

Ma attenzione: per i pascoli, in quel sistema produttivo, non c’era proprio posto: bisogna lasciare le aree della mezzadria, risalire la montagna o scendere nelle maremme, seguire i percorsi della transumanza per trovare aree di pascolo. Tra pascoli e vigneti non c’è mai stata nessuna relazione, sono spazi ecologicamente e storicamente separati.

Siamo sempre sul finire dell'agosto 2014 e la Marson cerca ancora di frenare le polemiche: “La realtà è che noi abbiamo sollevato criticità sulla proliferazione di vigneti di tipo industriale: i piccoli vignaioli ma anche le buone, grandi aziende, devono stare tranquilli”.

Ma il presidente del consorzio Vino Chianti rincara la dose: «Non può essere un atto politico a dire dove io devo piantare viti o dove non posso farlo, deve essere il viticoltore a scegliere, perché conosce il vino e come lo si fa». E dietro a Busi, si accodano tutti gli altri consorzi. Letizia Cesari (Vernaccia di San Gimignano) teme che i coltivatori si ridurranno «a fare i giardinieri per mantenere la beltà senza produttività», mentre Fabrizio Bindocci (Brunello di Montalcino) ricorda che «non ci sono dissesti se c’è un agricoltore attento, perché usa pochi antiparassitari, regimenta le acque, tiene i fossi puliti perché l’acqua scorra, per le ristrutturazioni recupera le pietre e i vecchi docci perché le case rispettino il più possibile il contesto toscano». Andrea Giorgi (Vino Orcia) ritorna con la memoria a quando «il paesaggio forse era più bello, ma non era adatto a un’agricoltura redditizia». Al contrario, Andrea Natalini (Nobile di Montepulciano) afferma che «duecento anni fa c’erano molte più vigne di ora». Errore storico, ma poco rilevante.

Il 29 agosto Repubblica scrive, evidentemente riportando la Marson: «Nessun divieto assoluto per i nuovi vigneti nel Piano paesaggistico, solo alcune condizioni per chi vuole realizzarli», e aggiunge «Invito tutti a leggere il testo, non ci sono prescrizioni di sorta»,  ma precisa che il testo conta oltre le 3 mila pagine. Né basta l’assicurazione, sempre da parte di Marson, che «uno degli obiettivi del Piano è riportare all’uso agricolo gli appezzamenti lasciati in eredità dalla mezzadria e oggi incolti o boschi secondari, trasformandoli anche in vigneti». Alle parole della Marson infatti fanno eco quelle del collega all’agricoltura Gianni Salvadori: «C’è un taglio culturale generale che va adeguato, non possiamo fermare le imprese che vogliono crescere». E il giorno successivo aumenta la dose con un carico da novanta: «Il problema del piano regionale è il suo indirizzo culturale, che non riguarda solo il vino, ma tocca anche gli altri comparti. Prima afferma che l’agricoltura è una grande opportunità e una risorsa per la Toscana, poi elenca le criticità del settore. Siccome tutto il testo diventerà legge, si rischia di generare confusione e contraddizioni. Le criticità non sono prescrizioni, ma rischiano di diventarlo applicando il piano».

Sul Corriere Fiorentino arriva la Cia, la confederazione piu’ a sinistra nel panorama delle associazioni degli agricoltori: «Ci fa piacere leggere – spiega Luca Brunelli, presidente di Cia Toscana e produttore vinicolo a Montalcino – nelle dichiarazioni del presidente Enrico Rossi e degli assessori competenti, che la Regione Toscana non vuole vietare i nuovi vigneti. Ne prendiamo atto con soddisfazione. Tuttavia nel Piano i divieti per i nuovi vigneti ci sono, eccome; così come ci sono per il florovivaismo, l’ortofrutticoltura, l’agricoltura intensiva in genere. Altrimenti di cosa parla il Piano quando usa termini come “limitare”, “contrastare”, “ostacolare” “evitare”?». Il sindaco di Montalcino Silvio Franceschelli chiosa: «Le schede d’ ambito che stabiliscono cosa si possa e cosa non si possa fare a livello agricolo, non si limitano a raccomandazioni ma contengono vere e proprie prescrizioni che non rendono onore al nostro lavoro, durato anni, di armonizzazione tra crescita economica e compatibilità paesaggistica». In realtà lo stesso giorno, il governatore Rossi cerca di spiegare: «Voglio ribadire che i termini presenti nel piano non si riferiscono affatto a vincoli o divieti. Sono raccomandazioni che ovviamente vanno calate nella realtà del territorio delle varie aziende e da cui ci si può discostare motivatamente. Sono raccomandazioni tese a far adottare tutti gli accorgimenti necessari per evitare le criticità o le conseguenze indesiderate evidenziate dal piano stesso».

Infatti i primi a dover applicare questi termini, saranno proprio i sindaci. “Stretti tra l’incudine e il martello” (Repubblica di sabato 30 agosto). Il sindaco di Greve, Paolo Sottani: «Cosa direi al produttore del mio Comune che mi chiedesse di reimpiantare o estendere i suoi vigneti? Teoricamente gli direi di si. Tecnicamente però sono tenuto a recepire le prescrizioni del nuovo Piano e, quindi, a dirgli che quasi sicuramente non potrà farlo».

Ma cosa sono le schede di ambito? Le venti schede d’ambito in cui si articola la ricchissima documentazione raccolta dalgruppo di lavoro del Piano, formato come è noto dai tecnici della Regione insieme ai docenti e ai borsisti del Centro Interuniversitario di Scienze del Territorio. Si tratta appunto di un ampio quadro conoscitivo che non si limita a descrivere la situazione di fatto, ma ne ricostruisce le dinamiche storiche e – soprattutto – segnala per ogni tematica quali sono i valori e quali le criticità per ciascun ambito territoriale, per poi indicare gli indirizzi per una coerente politica del territorio. Nelle schede si segnalano criticità, e si indicano indirizzi di tutela, dal punto di vista dell’assetto idrogeologico, della rete ecologica, del sistema urbano e del paesaggio agrario. Anche la scheda numero 17 (Montalcino) contiene osservazioni critiche sull’estensione dei vigneti, sui terreni delle crete, sui rischi idrogeologici ed ecologici di molti dei nuovi impianti. Ma non si tratta di “prescrizioni”, come ritiene anche il sindaco di Montalcino, bensì di “indirizzi”. Il problema è capire se i comuni devono attenersi a questi indirizzi oppure no.

Nel primo caso, altro che prescrizioni diventano… Ed infatti, questo è scritto: “Da qui – dall’analisi delle criticità – gli indirizzi per il futuro compreso quello di «indirizzare l’evoluzione della maglia agraria verso unità meno estese, nel senso del versante, e realizzando adeguati sistemi di gestione dei deflussi», (…) e di «limitare la perdita degli ambienti agropastorali e agricoli tradizionali, evitando la diffusione estensiva di nuovi vigneti specializzati in ambito collinare, che quando presenti in modo esteso e dominanti costituiscono ambienti agricoli di scarso valore naturalistico”. Obiettivo finale, «tutelare la complessità della maglia agraria del sistema di impronta mezzadrile e riqualificare i contesti interessati da fenomeni di semplificazione, banalizzazione e perdita degli assetti paesaggistici tradizionali».

Il Piano su una cosa non transige: ogni trasformazione che comporta alterazioni del paesaggio va studiata bene, che si tratti di cave come di vigneti o di infrastrutture. Ogni intervento richiederà un progetto, questa è la vera novità. Se il progetto sarà redatto in forma adeguata, presentato a modino, sostenuto con motivazioni soddisfacenti, nulla sarà veramente impossibile.  

Il Piano paesaggistico contribuirà a instaurare la nuova cultura del progetto: questo sarà il suo scopo principale.

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