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Sugli scalini di Casa Petrarca...

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Sugli scalini di Casa Petrarca...

In risposta all’articolo “Disarmonie ritmiche aretine” a firma di George Sand, pubblicato in Informarezzo in data 19 gennaio u.s. e relativo a un episodio verificatosi nel pomeriggio di domenica 18 gennaio u.s. presso la Casa del Petrarca, in occasione di un evento culturale, desidererei precisare alcuni aspetti della vicenda, essendone stato parte in causa.

 

Premetto anzitutto che George Sand ha totalmente ragione nel merito e che i suoi suggerimenti sono pienamente condivisibili; sono anzi veramente grato di averli ricevuti perché ciò consente di sanare una situazione davvero spiacevole, sia per chi ne è oggettivamente, seppur involontariamente responsabile, sia, soprattutto, per chi la subisce. George Sand ha sollevato una questione di civiltà e di rispetto nei confronti del prossimo, e in questo l’Accademia Petrarca ha sicuramente mancato per non aver provveduto alla bisogna; me ne assumo istituzionalmente la responsabilità e me ne scuso con chiunque, nel tempo e a nostra insaputa, possa essersi sentito leso dai nostri comportamenti. Posso garantire, e spero che mi si creda, che ciò non è dipeso da cattiva volontà o, peggio, da insensibilità (chiarirò più avanti questo concetto), ma solo da un’insufficiente (non per questo meno grave) attenzione al problema, anche perché almeno dal 2003, cioè da quando presiedo l’Accademia, il caso in questione non si era mai presentato (e noi organizziamo, in media, circa 35/40 manifestazioni all’anno!). In queste situazioni, tuttavia, sono importanti i contenuti e non i numeri: il problema c’è, e bisogna eliminarlo con priorità assoluta. Per questo ci siamo immediatamente attivati, e spero davvero che per il prossimo appuntamento di “Aritmie” (il 15 febbraio) possiamo farcela, anche se nel momento in cui scrivo non ho certezze assolute perché siamo proprio nelle fasi preliminari dell’intervento e dobbiamo vagliare le ipotesi più praticabili.

Dicevo prima che non si è trattato di insensibilità, e vorrei chiarire questa affermazione cominciando, se mi si consente, da un caso personale. Io ho avuto in casa una parente strettissima inchiodata per 11 anni su una sedia a rotelle, e attualmente, dato che la prima non bastava, ne ho un’altra ugualmente inchiodata su una sedia a rotelle da 8 anni. So bene cosa comporta questa sofferenza sul piano fisico e a livello psicologico, sia per chi la subisce sulla propria pelle sia per chi, giorno dopo giorno, deve affrontare questa situazione ben sapendo che non può esserci alcuna speranza di venirne fuori. Ciò per dire che, quanto a sensibilità verso i portatori di handicap, credo di non avere molto da imparare da chicchessia, specialmente da chi non ha perso tempo a tranciare giudizi sommari e a invocare pene esemplari sulla base di una sola versione dei fatti, peraltro in ciò  sollecitato da George Sand in persona, “speranzoso che chi ha assistito, proprio come me, voglia dire la sua qui sotto, nei commenti” (grazie). Espongo dunque una mia lettura dell’accaduto, peraltro coincidente con l’altra nelle sue linee generali, ma divergente da essa per alcuni particolari non irrilevanti.

L’evento doveva iniziare alle ore 17,15 circa. Intorno alle 17, minuto più minuto meno, con la sala già abbastanza gremita, sono stato avvicinato (all’interno della sala stessa) da una signora che mi ha chiesto se esistesse l’attrezzatura per far accedere disabili, dal momento che per entrare in Casa del Petrarca da via dell’Orto occorre salire alcuni scalini; io le ho risposto che ero rammaricato, ma non ne disponevamo. Qualche minuto, sempre all’interno della sala, uno dei presenti mi ha informato che, all’esterno, stava sorgendo un problema relativo, appunto, alla difficoltà di accesso di un disabile. Sono allora uscito in via dell’Orto, pensando di trovarmi dinanzi a una persona costretta a spostarsi in carrozzina o comunque con evidenti segni di disabilità. Niente di tutto questo: giunto all’esterno, ho infatti visto solo un gruppo di persone, tutte in piedi e apparentemente in buona salute e in buone condizioni, tra le quali ho riconosciuto un signore (di cui per doveroso riserbo taccio il nome) con cui non ho mai avuto contatti ma a me noto per averne varie volte visto il ritratto nei media informatici locali. E’ seguito un breve colloquio proprio con questo signore, nel corso del quale sono stato informato, in prima battuta, della presenza di cinque scalini in via dell’Orto, sulla porta di Casa Petrarca; informazione che, visto anche il contesto del tutto diverso da quello che mi aspettavo, a me è parsa talmente ovvia da sembrare provocatoria, sì da originare una risposta (“lo so bene: sono cinquecento anni che sono lì”) sicuramente frettolosa e infelice ma che rispondeva direttamente all’informazione citata senza voler essere minimamente offensiva nei confronti di nessuno, anche per le ragioni esposte in precedenza, che credo buone. Dopo di che, continuando a non vedere persone recanti segni evidenti di un qualche problema motorio o di altro genere, ho chiesto chi fosse il disabile e il signore in questione mi ha risposto che era lui; gli ho allora manifestato la disponibilità a farlo entrare in Casa Petrarca con l’aiuto di alcune  persone, ed egli ha risposto che se questo significava esservi portato di peso, rifiutava perché ciò avrebbe potuto mettere a repentaglio la sua incolumità fisica. Mi fa piacere che George Sand abbia compreso almeno la mia “buona volontà e il tentativo di riparare alla mancanza”, e concordo sul fatto che avrei fatto meglio a evitare la proposta, nonostante fosse l’unica, empirica soluzione di cui disponevo al momento. Tengo a precisare che tutto si è svolto in modo assolutamente pacato.

Anche alla luce del contesto sopra descritto, faccio fatica a dissipare il sospetto che quel giorno, in via dell’Orto, non ci fosse in realtà alcun disabile desideroso di entrare in Casa Petrarca, perché, come diceva Andreotti, pensar male è peccato, ma spesso ci si azzecca (il che, ribadisco, non sposterebbe i termini del problema, che c’è e va risolto); ciononostante, non voglio neanche mettere in dubbio la parola del signore che mi ha garantito esser lui il de cuius, per cui va bene così. A prescindere da questo aspetto, tutto sommato non dirimente, credo proprio che, negli anni, il signore in questione o qualcuna delle persone che erano con lui siano pur passati qualche volta davanti a Casa Petrarca (con i suoi scalini in bella evidenza) in occasione delle nostre manifestazioni: mi chiedo se non sarebbe stato più semplice e opportuno sollecitare già per tempo e in modo diretto la realizzazione di scelte doverose di civiltà e di rispetto, anziché voler creare intenzionalmente il caso e organizzare fin troppo facili gogne mediatiche. Un suggerimento del genere avrebbe sicuramente trovato ascolto attento e grato, non solo perché assolutamente condivisibile, ma anche perché sarebbe stato sciocco e assurdo andare a cercare rogne (tanto più di questa natura!!!!!!) agevolmente prevenibili.

 

Giulio Firpo

Presidente dell’Accademia Petrarca di Arezzo

 

 

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