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Disarmoniche aritmie aretine

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Disarmoniche aritmie aretine

Non ragionamo a la carlona e il nostro uscire spesso del solco è la luna a cui abbaiano i cani pedanti

(Pietro del Buta - Le carte parlanti, 1584)

Ieri pomeriggio, la rassegna culturale Aritmie - ideata, organizzata e pensata dall'assessorato alla cultura di Arezzo - ci ha regalato una serata stimolante. Per la serie "I Grandi", a Casa Petrarca, in via dell'Orto, si è potuto assistere ad un dibattito intrigante su una figura aretina controversa: Luca Pacioli.

Davvero un bel pomeriggio. La sala piena, con tanta gente in piedi anche nella saletta antistante, con il pubblico ritardatario obbligato a restarsene fuori. Dibattito stimolante e competente, scherzoso e profondo, a tratti dissacrante nei confronti di questo aretino colto e insieme ambiguo. Che soddisfazione vedere che la città si muove e si propone. Che gioia vedere il successo di una manifestazione a cui non mancano. Purtroppo, i delatori che mai provano anche a partecipare.

Eppure... c'è stato un episodio marginale, rispetto all'evento, che non riesco a tacere.

Sono stato testimone di una ferita alla dignità. Ed è forse la cosa che, meno di altre, riesco a tacere.

Un episodio marginale perché avvenuto fuori da Casa Petrarca e perché se ne sono resi conto in pochi. Ma non marginale a livello umano.

Lo racconto tacendo i nomi dei protagonisti e speranzoso che chi ha assistito, proprio come me, voglia dire la sua qui sotto, nei commenti.

All'esterno della Casa, prima dell'inizio della conferenza, un uomo disabile ha chiesto di poter accedere alla sala dove si svolgeva l'evento. I quattro scalini posti all'entrata impediscono, di fatto, che una persona in sedia a rotelle o una persona con mobilità limitata possa accedere in sicurezza.

La risposta è stata che la sala è inaccessibile (o perlomeno che lo era in quel momento) da un responsabile dell'organizzazione dell'evento. 4 scalini di 25 cm sono una seria barriera architettonica. E se è vero, come ha esclamato lo stesso responsabile, che "...questi scalini son qui da 500 anni", è vero che impediscono ad una persona con lieve o grave disabilità di godere di una conferenza che valeva davvero la pena ascoltare.

Sì, più o meno lo sappiamo che quegli scalini corredano la struttura architettonica di Casa Petrarca da più di 500 anni, ma farlo notare potrebbe lasciar credere che se all'utente non si vuol lasciare il beneficio dell'ignoranza, si vuol altresì consigliare il buon gusto di rimanere a casa quando, o non conosce le strutture architettoniche dove si svolgono gli eventi culturali a cui vuol partecipare, o che, conoscendoli, non metta a disagio gli organizzatori presentandosi all'improvviso pretendendo di parteciparvi.

E poi no! Non si propone ad un disabile di entrare portato a braccia da qualche forzuto volontario. Per due motivi entrambi comprensibili ai più.

Il primo è squisitamente pratico: si tratta di una manovra pericolosa che non può essere fatta da chiunque e che, soprattutto, viene fatta con dei procedimenti di sicurezza anche da persone esperte; non è consigliabile improvvisare.

Il secondo è umano: se non si è predisposti ad accogliere persone con disabilità lo si scrive chiaramente nelle locandine dell'evento per evitare la gaffe di proporre al soggetto disabile di essere portato all'interno della sala come una borsa. Comprendo la buona volontà e il tentativo di riparare alla mancanza... ma consiglierei vivamente di evitare la proposta. È umiliante e lede la dignità delle persona.

Ora una proposta: senza neppure un briciolo di umiltà chiedo agli organizzatori di concedersi un grande privilegio, lo straordinario lusso di imparare a mettersi nei panni dell'altro. È solo così che si capisce che essere portati a braccia, perché impossibilitati a muoversi, rende la vulnerabilità insita nella disabilità un qualcosa che pesa socialmente ed affettivamente, che porta il disabile ad essere escluso da tutto ciò che per gli altri è fruibile, che lo isola e lo stigmatizza in ambiti sempre più ristretti.

Mettiamoci nei loro panni (non solo a favore delle telecamere) e proviamo a sentire come ne usciremmo da quel rifiuto: "So che ti piacerebbe assistere alla conferenza, sei arrivato fin qua, fino alla parte alta della città, sei pure riuscito a trovare un posto dove mettere l'auto, ma ci sono quei quattro merdosi cinquecenteschi scalini che, proprio al traguardo, ti impediscono di entrare... se proprio insisti ti prendo in collo e ti porto dentro, a sala piena, di fronte a tutti".

Qualcuno può dirmi se lo sento solo io il peso della lesione della dignità in questa proposta?

Qualche aretino, ce l'ha la forza di regalarsi il privilegio di "sentire" che la propria presunzione da normodotato è un dato che non può diventare l'alibi per umiliare chi, per ribadire il sacrosanto diritto alla propria autonomia di movimento, deve quotidianamente lottare?

C'è qualcuno, lì fuori, che si concede il lusso di comprendere che il permettere ad un disabile di essere autonomo ribadisce il concetto di "libertà" e lo eleva?

Ed in mezzo a tutto questo io ho di nuovo reimparato il meraviglioso senso della dignità: perché l'uomo di cui vi sto parlando non ha commentato, non ha esercitato il suo diritto da cittadino... è tornato indietro e se n'è andato. Gli ho chiesto perché non abbia voluto insistere: "Per non rovinare l'evento a chi era venuto per goderselo, per non ritardare l'inizio, per non creare disagio", mi ha risposto telefonicamente, ricordandomi che la dignità la si può regalare anche a chi te la toglie solo se si è "grandi" anche se non protagonisti.

Ora una richiesta: io non so se il cittadino che ha subito l'esclusione da un bellissimo pomeriggio vorrà ripresentarsi. Io vorrei incontrarlo il 15 di Febbraio, quando si parlerà di Pietro Aretino. Vorrei trovarlo già seduto in sala quando entro. Esistono rampe rimovibili, signori organizzatori, rampe che possono essere messe e tolte in meno di due minuti. Costano un po' ma non tanto quanto si crede. Ce la facciamo in un mese a predisporne una per il nuovo evento? Se non ci sono i fondi per acquistarne una, ce la facciamo a trovarne un'altra in città che possa servire allo scopo per quell'evento. Salviamo i cinquecenteschi scalini (che rimarranno lì per altri cinquecento anni) e insieme ci salviamo la faccia! Che ne dite?

E grazie all'uomo che mi ha ricordato che non sempre chi mantiene la posizione eretta si guadagna il diritto di potersi chiamare "umano".

 

 

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