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Oh quante belle figlie, Madama Doré…

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Oh quante belle figlie, Madama Doré…

Case popolari accanto al bussolotto di V. Mecenate: così avrebbe dovuto cambiare volto una parte di Arezzo Sud.

 

La Giunta comunale (era ancora assessora De Robertis) aveva approvato il 21 marzo 2012, un atto di indirizzo per una ipotesi di intervento di edilizia sociale integrata e sperimentale da realizzare nell'area di via Duccio da Buoninsegna, attualmente adibita agli spettacoli viaggianti.

Il progetto fu “imbellettato” con un po’ di bla bla bla in architettese. Si leggeva infatti nell'atto di indirizzo, di una "versione evoluta del 'villaggio integrato' , introdotto negli anni '60 anche ad Arezzo: villaggio Gattolino, villaggio Etruria, villaggio Colombo, villaggio Dante, (bei troiai) in cui le residenze erano integrate da alcuni servizi. Questa rivisitazione in chiave contemporanea, tiene conto delle mutate esigenze della collettività, quali in servizio di assistenza anziani, la multiculturalità". Non solo case, ma una sorta di "comunità", dove ci saranno destinazioni sia pubbliche che private, "per evitare – si leggeva - forme di ghettizzazione e affiancare l'integrazione sociale ad attività private capaci di produrre reddito".

Una delegazione del Comune di Arezzo, si recò subito dopo in Regione, da dove emerse la possibilità di far arrivare risorse per realizzare un villaggio integrato di edilizia sociale per un importo non superiore ai 6 milioni di euro.

Di questi soldi parla oggi Gilberto Dindalini, l’immarscescibile e potentissimo presidente di Arezzo Casa. La fin troppo chiacchierata partecipata pubblica (di cui approfondiremo presto alcuni metodi gestionali) si è vista sottrarre il piatto piu’ ricco di tutta la sua storia recente ed il presidente ha cominciato a battere i piedi!   

Ma qui stiamo parlando di soldi della Regione Toscana. Non sono arrivati in una letterina di Babbo Natale con un assegno a data, che trascorso un po’ di tempo non è piu’ negoziabile. Sono soldi nostri!

In regione nel frattempo alcune cose sono cambiate rispetto al 2012. Intanto la delega in questione è in mano al vicepresidente Saccardi, che ha cambiato rotta al sistema delle case popolari. Invece che costruirne di nuove, sta preparando un piano di acquisto di una parte degli alloggi invenduti presenti su tutto il territorio toscano.

Ci sono tre buoni motivi l’hanno spinta a studiare questo piano: avere alloggi sociali disponibili in tempi brevi, dare una mano anche agli imprenditori edili e ridare un po' di ossigeno ad un mercato praticamente paralizzato, evitare ulteriore utilizzo di suolo.

Si tratta di un'operazione concreta per provare a diminuire, almeno in parte, un'emergenza sociale ed evitare la nascita dei ghetti. I quartieri mono-classe, cioè composti quasi esclusivamente da diseredati e stranieri, ha accentuato ancora di più il loro isolamento, fisico e sociale.  Come si può parlare di quartieri integrati quando l'integrazione consisterebbe solo in un centro sociale e poco più o forse poco peggio? Integrati sarebbero quartieri con strade e qualche negozio a piano terra, una parte di città, ma nelle nostre piccole Banlieu, al massimo ci potrebbe aprire un suk, una kebab, un phone center e una macelleria rituale.

L'esempio Gattolino è pertinente solo in parte, perchè quando fu costruito pur essendo separato dalla città, era destinato a movimenti interni alla stessa popolazione già residente in città e negli anni è stato riassorbito dalla città in espansione.

La nostra città (e un po' tutta Italia), salvo le varie China Town, non ha la cultura della segregazione, forse paradossalmente proprio per l'inefficienza della pubblica amministrazione che non ha mai costruito molte case di edilizia pubblica. I costi sono paradossalmente sempre astronomici!

Facciamo una premessa: quando parliamo di sfrattati, soprattutto ad Arezzo, non parliamo di coloro che vengono sfrattati per finita locazione. Per costoro infatti, le soluzioni sono facilissime e immediate. Se ad Arezzo infatti un problema c’è, è quello dei tanti appartamenti vuoti, a prezzi sempre più abbordabili (tra il 10% e il 20% in meno rispetto a 5 anni fa) che non riescono ad essere messi a reddito, nonostante canoni di locazione che spesso non superano il 4% di resa dell’investimento rispetto al valore di acquisto, resa considerata fisiologica non solo dal mercato, ma anche dalla Agenzia delle Entrate.

Il problema degli sfrattati aretini è che la stragrande maggioranza, per non dire la quasi totalità, sono sfrattati causa morosità. La nostra città detiene il record nazionale in rapporto agli abitanti, per sofferenze sui canoni di locazione. Quindi è intuibile che gli inquilini sfrattati per finita locazione, ma con una storia decennale di regolarità nei pagamenti, non solo siano clienti appetibili, ma richiestissimi. Nei confronti dei quali, refrain comunissimo, i proprietari sono disponibili a praticare pure ulteriori sconti, in cambio della dimostrabile tranquillità nella gestione del rapporto locativo.

Il discorso cambia, e molto, quando si parla di inquilini con una storia burrascosa alle spalle, canoni non corrisposti, migliaia di euro di spese condominiali non pagate, contratti di fornitura per acqua e gas in contenzioso…  Sfruttando la lumacosità del sistema giudiziario italiano, cittadini italiani e non (soprattutto non), dopo qualche mese di apparente regolarità, smettono di pagare quanto stabilito, certi di poter contare, prima su un annetto di vita a sbafo, sia rispetto alle spese condominiali sia al canone locativo, poi in ultimo anche nei confronti delle utenze. Ma la giustizia, si sa, prima o poi arriva. E con la giustizia arriva anche l’ufficiale giudiziario, il fabbro armato di trapano e la scorta delle forze dell’ordine. E qui scoppia l’urgenza abitativa.

A fronte però di tanti o pochi veri casi di dimostrata difficoltà, nel far fronte alle spese locative, dobbiamo fronteggiare anche un vero  e proprio esercito di furbetti che speculano molto bene sulle pieghe e sui limiti del nostro sistema ultragarantista. Non ultimo quello della perdita dei requisiti: il Comune assegna ma poi chi pensa all’assegnatario? Innumerevoli le situazioni di disagio socio-economico, cui si sommano invece altrettanti abusi come quelli di chi ha perso i requisiti reddituali o chi elegge la casa popolare a residenza immortale.

È un’anomalia tutta italiana, dove una legislazione permissiva, ha fatto passare l’idea che la casa assegnata si avvicinasse al diritto di proprietà. La dimostrazione ne è che tutti gli inquilini, che non dovrebbero aver avuto reddito sufficiente a pagarsi un canone, sono stati in grado invece di acquistare la casa popolare, quando è stata messa in vendita a prezzi da saldi di fine stagione.  

Soltanto l’anno passato in Italia, la Guardia di Finanza ha scoperchiato una truffa da parte di 12.000 beneficiati, che dichiaravano redditi falsi per pagare affitti irrisori, famiglie che pagavano meno di 80 euro di canone mensile a fronte di redditi reali che oscillavano tra i 40 e gli 80.000 euro.

Una pratica tutt’altro che isolata quella dei «ladri di diritti».

 

 

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