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Je suis Alessandro

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Je suis Alessandro

Riflessioni sulla strage di Parigi.

 

C'ero anch'io fra le centinaia di aretini che venerdì si sono riuniti all'insegna di una delle tante manifestazioni sotto il nome "je suis Charlie".

Non posso conoscere le motivazioni di ognuno dei partecipanti, qualcuno era visibilmente commosso intonando la marsigliese, l'inno francese, probabilmente per una vicinanza particolare  alla società parigina. Qualcun altro probabilmente voleva così dimostrare la sua avversione a quell'universo musulmano che ogni tanto vomita questi terroristi, vili criminali.

Non so quanti fra essi ricordassero che il promotore di questo tipo di iniziative di solidarietà fu il presidente americano Kennedy che, in piena guerra fredda, in una Berlino stretta nella morsa sovietica, gridò dal palco "ich bin berliner", io sono un berlinese; manifestazioni simili, in tempi più recenti, dopo il crollo delle torri gemelle nel 2001.

Il mio je suis Charlie non vuol certo dire che io mi immedesimo o approvo quanto quella rivista abbia pubblicato. Molte delle vignette sul profeta Maometto e sul Corano erano oltremodo offensive, ben oltre la satira che mi piace: tuttavia viviamo in una società che fa della libertà di espressione uno dei suoi valori fondanti, ma che parimenti deve consentire una contestazione dura quando certi atteggiamenti calpestino i valori morali di alcuni. Fra dura e criminale c'è un abisso, incolmabile. E non mi pare Wolinsky abbia mai disegnato Maometto.

La ragione che l'Occidente sia largamente e storicamente legato al messaggio di Cristo ed alle religioni che se ne fanno paladine non permette certo di infangare, magari per soli fini editoriali, i valori fondamentali di una larga fetta della popolazione mondiale, quell'Islam che raccoglie sotto di sé un numero strabiliante di fedeli. Individui che vengono da tradizione culturali molto diverse dalle nostre, spesso privi di veri strumenti formativi che sono assai più disponibili nell'Occidente florido e industrializzato, ma che assistono con stupore allo svilimento di valori morali e religiosi che loro immaginano egualmente fondamentali.

Molti di loro sono basiti dall'approccio totalmente materialista che talune società occidentali hanno introdotto in sostituzione dei valori religiosi: se i musulmani non interferiscono con scelte che a loro paiono incomprensibili ed ingiustificabili, parimenti noi occidentali dovremmo rispettare i valori basilari delle loro tradizioni culturali. Chi passa il segno va combattuto con le stesse armi, ma non facciamo di tutt'erba un fascio! Se avessero ucciso il solo responsabile delle offese, mi avrebbero messo in difficoltà: giudizialmente colpevoli, moralmente comprensibili. Al momento in cui uccidono indiscriminatamente, non ho dubbi nel maledirli. Tuttavia l'uomo vede spesso la pagliuzza nell'occhio altrui e non vede la trave nel suo, citando parole del Vangelo: taluni occidentali vorrebbero imporre le consuetudini che si sono radicate in Occidente in sostituzione di quelle tipiche del mondo musulmano.

Ma quanti fra di noi conoscono, rispettano ed applicano i precetti cristiani? La nostra pseudo democrazia, governata dagli interessi economici delle multinazionali e dalla brama di potere di singoli individui spesso spegevoli, o la nostra pseudo libertà economica; la pseudo emancipazione femminile, nata per introdurre al mondo del lavoro l'universo femminile affinché possa partecipare all'orgia dei consumi: questi “valori” dovrebbero, secondo qualcuno, venire imposti ad intere popolazioni quali simbolo di civiltà e progresso. Non scherziamo. Nuovi schiavi del consumismo e del materialismo, nuovi gendarmi al soldo delle multinazionali che intendono espandere i propri bacini commerciali? 

Taluni vorrebbero impedire altri di compiere le stesse cose che i nostri antenati occidentali hanno fatto in giro per il mondo con le giustificazioni più infide; "Dio lo vuole", "portiamo la democrazia" quante nefandezze pesano sulla nostra coscienza negli ultimi 15 secoli.

Qualcuno vorrebbe che gli agricoltori in Brasile non sradicassero la foresta amazzonica per ottenere più aree coltivabili, ma accettano che quella stessa opera, con selvaggi metodi industriali e colonialisti applicati su migliaia di ettari, venga svolta da multinazionali: noi vogliamo che loro preservino l'ecosistema dopo che noi ne abbiamo ratificato la distruzione.

Essi vogliono le stesse cose che noi abbiamo fatto e che noi abbiamo, la spinta derivante dalla diffusione delle informazioni e della pubblicità via televisiva o Web li fa premere ai nostri confini: ricacciamo i migranti, ma non incarceriamo i trafficanti, probabili fonti di reddito per quel terrorismo che tanto ci preoccupa. Guerra fra boss della droga coltivata in Afghanistan, Pakistan e Siria ed una società che dovrebbe chiedersi chi trae profitto dai suoi vizi.

L'Italia ha superato gli anni di piombo, il terrorismo generato da italiani, ha tollerato erroneamente il terrorismo straniero che veniva a mietere vittime in Italia (trent'anni fa a Fiumicino i palestinesi uccisero decine di persone: si mobilizzò qualcuno?), la civiltà di un popolo deve permettere di superare questi momenti che periodicamente si sono presentati nella storia.

Combattere il terrorismo non è facile, ma non vorrei che la strumentalizzazione di certe minacce finisca per essere utile a gruppi ristretti di finanzieri e politici che possono trarre vantaggio dal clima di incertezza che questi eventi genera.

Sono l'unico a chiedermi come è possibile che i due killer siano stati uccisi mentre facevano la sortita dalla tipografia, fronteggiati da una pletora di tiratori scelti? Questi dovrebbero sapere come fermare un uomo senza ucciderlo: processarli o farne dei martiri fa una grande differenza.

Una guerra cresciuta da quando al Kremlino bazzica un certo Putin, una rissa fra gruppi di potere ove noi inermi siamo carne da macello.

Occorre coinvolgere il mondo musulmano per fare terra bruciata intorno a questi assassini, ma non possiamo presentarci come campioni se non correggiamo i nostri comportamenti offensivi.

Il rispetto e la tolleranza sono elementi fondamentali per superare queste crisi, certo con fermezza, ma la religione storica dell'Europa predica il porgere l'altra guancia.

La vendetta indistinta fa parte della cultura dei consanguinei dello scrittore Amos Oz, citato da un amico, nelle cui parole non mi aspetto di trovare equilibrio.

Noi cristiani condividiamo molto di più con i musulmani che con le altre religioni del mondo, teniamo presente che il Corano è stata la prima forma di organizzazione sociale e giuridica apparsa in un enorme territorio e, storicizzandolo, alcune sue parti mostrano ampi limiti: tuttavia devono essere musulmani a chiedersi se quegli insegnamenti sarebbero aggiornati qualora Dio inviasse la versione moderna del Corano tramite un nuovo profeta. Vale anche per il Vangelo, giunto a noi dopo troppe modifiche, censure e “correzioni”.

Tali scelte non dovrebbero essere influenzate da nomenklature e potentati finanziari, bensì frutto autonomo del sentire e dell'agire dell'individuo.

 

 

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