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Je Suis Charlie...

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Je Suis Charlie...

Dopo i terribili fatti di Parigi, venerdi' 9 gennaio alle ore 18:30 ad Arezzo, IN PIAZZA G.MONACO (Piazza S. Jacopo non era sufficiente visto l'alto numero di adesioni) gli aretini si sono radunati per gridare "Siamo tutti Charlie". In difesa della libertà di parola, libertà di espressione, libertà di opinioni, libertà di stampa, libertà di satira.

 

Tanta gente in piazza G.Monaco. Fiaccole, candele, accendini, lampade dei cellulari... qualunque cosa facesse luce solo per ricordare e per gridare: Je Suis Charlie. 

E mentre in Piazza G.Monaco gli aretini si ritrovavano insieme, in Francia Hollande parlava ai francesi: "Esprimo tutta la mia solidarietà alle famiglie e alle vittime.Vi chiedo di essere uniti. L'unità è la nostra migliore arma dobbiamo essere implacabili contro razzismo ed antisemitismo - ha continuato - Nel supermercato si è portato avanti un atto antisemita intollerabile.I due assedi erano collegati, l'assalitore del supermercato kosher a Parigi dove sono morte quattro persone, ha detto a una tv francese di aver sincronizzato la sua azione con i fratelli Kouachi, gli altri due jihadisti accusati della strage di Charlie Hebdo e uccisi in una tipografia. Ma non si possono accusare tutti i musulmani -ha sottolineato Hollande -. Dobbiamo evitare - ha ammonito - che questi fanatici possano pensare che hanno a che fare con l'Islam. Non hanno niente a che fare con la religione musulmana" 

Ma in fondo, ha ragione anche ELENA LOEWENTHAL (La Stampa) quando scrive che tutto sommato, non siamo Charlie! 

"Io non sono Charlie. Nessuno di noi lo è più, ormai. Se le manifestazioni di massa tanto sulla piazza reale quanto su quella della rete hanno unanimamente scandito questa identificazione, c’è qualcosa di profondo e profondamente ferito che stona in tutto questo.  

Io non sono Charlie perché fra chi è vivo e chi è morto ammazzato da una raffica di spari in nome di Allah c’è un abisso di differenza, e tutti noi vogliamo fermamente non essere Charlie. E c’è da scommettere che se Charlie potesse parlare, direbbe: «Guarda che fra voi che siete vivi e noi che siamo stati uccisi c’è una bella differenza!». E magari ci farebbe una vignetta.  

Ma io non sono Charlie soprattutto perché non siamo tutti vignettisti irriverenti come Wolinski, non siamo tutti economisti terzomondisti come Bernard Maris, non siamo tutti poliziotti come Ahmed Merabet. Il fondamento della libertà, quella di essere e quella di esprimersi, sta nel riconoscere che il mondo non è tutto uguale e noi nemmeno, anzi. L’uguaglianza non è un valore, lo è invece la parità: di essere e di esprimersi nella diversità che ci caratterizza in quanto individui. E’ proprio il fanatismo che propugna invece l’eguaglianza assoluta: come scrive Amos Oz, il fanatico è così generoso che, dopo aver scoperto dove sta la giustizia, vorrebbe portarci tutti. Vuole, anzi, che tu sia come lui che sta dalla parte giusta ed è disposto a ucciderti, pur di renderti uguale a lui.  

Per il fanatico, siamo tutti Charlie. Ma non è così, perché forse il più grande valore di questa nostra cultura colpita al cuore sta proprio nel riconoscimento che il mondo è vario. E’ persino bello, perché è vario. La nostra cultura è fatta di volti e opinioni diverse, si definisce nella sua multiformità e nella libertà di essere tutti gli uni diversi dagli altri. Io non sono Charlie. Non sono un vignettista. E magari neanche apprezzo l’irriverenza di Charlie. Ma rivendico il diritto di Charlie ad essere Charlie e per quello devo battermi, scendere in piazza, gridare sulla rete.  

Così, le matite alzate in piazza e gli hashtag virali, al di là delle buone e doverose intenzioni, tradiscono una specie di equivoco. E’ semplice, diretto, identificarsi nelle vittime. Ha una grande energia comunicativa. Ma è un cammino rischioso. Quanti di coloro che l’hanno scandito sarebbero stati disposti a fare lo stesso il giorno prima, quando Charlie era ancora vivo e disegnava? Dobbiamo imparare a tracciare i confini della nostra identità e a dare alla libertà il peso che merita non soltanto per i morti, anche per i vivi. Non per un demagogico scatto d’orgoglio in stile scontro di civiltà, ma per una questione morale più profonda. Quella che ci riguarda tutti in quanto individui di una società che trova il suo valore principale nella diversità di ciascuno e nel rispetto di questa diversità, non in un amalgama uniforme incapace di distinguere i morti dai vivi. Se per il fanatismo siamo tutti uguali – morti o vivi, vignettisti o poliziotti, proprio perché non siamo Charlie dobbiamo difendere strenuamente il diritto di Charlie alla sua libertà, che è la stessa nostra anche se siamo diversi da lui"

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