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Dalla Russia con amore

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Dalla Russia con amore

Tratto dal libro: Bambini senza valigia"

 

Piccoli passi verso il cancello. È quello che nella sua brevissima vita ha sempre visto. E che non ha mai oltrepassato. Stavolta è aperto. Ha paura di fare quel passo in più che fino a quel momento non gli era consentito. Non lo sa ma quel freddo e grigio cancello è un portale magico: da un istituto a una famiglia, dalla Russia all’Italia, da una vita a un’altra.

Sono passati sei mesi da quando Boris aveva varcato un’altra soglia, quella della direzione dell’istituto per l’infanzia di Mosca. Aveva 16 mesi. Era stato abbandonato al momento del parto dalla madre, giovane ma già al decimo parto. E con una storia di tossicodipendenza. I primi sei mesi di vita li aveva trascorsi in ospedale per disintossicarsi dalla dolorosa eredità. Aveva subìto anche un intervento chirurgico per un’ernia inguinale. Sei mesi con molte cure e niente amore nelle fredde stanze di un ospedale. Poi le dimissioni. Un passaggio forse nemmeno avvertito: dal suo lettino  a quello di un istituto per bambini da zero a tre anni. Intorno a lui sempre camici bianchi, le attenzioni necessarie alla sopravvivenza, una costante, piccola ma crudele guerra di sopravvivenza con i bambini più grandi.

Boris varca la porta della direzione. È tenuto per mano dalla tata che ha cura di lui e di molti altri bambini. Ha un dito in bocca. Avanza timidamente. Vede ma non guarda l’uomo e la donna che ha di fronte a sé. Non li ha mai visti. Non immagina nemmeno chi sono. Ma Chiara e Alessandro sono arrivati in questa stanza dopo un cammino durato tre anni.

«Ci siamo accovacciati vicino a lui. Ci stava davanti e non ci guardava. Alla fine siamo riusciti, con un gioco di sguardi, a creare una relazione. Poi si è sciolto velocemente, ci è venuto in collo e ha cominciato a giocare con noi. Gli abbiamo dato un pelouche, una sorta di can coniglio che diventerà il suo portafortuna, in Russia e in Italia».

Boris va in braccio a Chiara. Con Alessandro è più sospettoso: l’istituto per bambini è luogo di piccoli e di donne. Gli uomini non ci sono.

Dopo questo istante, la separazione. I due aspiranti genitori hanno di fronte a loro una settimana: potranno tornare ogni giorno e per 1 ora stare con Boris. Alla fine dovranno decidere se chiedere o no di adottare il bambino. «Non abbiamo aspettato una settimana. Appena Boris è uscito, abbiamo chiesto alla direttrice dove dovevamo firmare. E l’abbiamo fatto. Subito».

Una firma non cambia le regole. Chiara e Alessandro tornano ogni giorno. L’ultimo è quello più difficile: il domani non è tra 24 ore ma tra 6 mesi. Tanti ne richiede la legge. La separazione è una lacerazione. Uno strappo da un bambino già sentito come figlio e che per 6 mesi continuerà a fare quella vita che viene immaginata ed è durissima, capace di diventare ogni giorno peggiore.

Mentre il cuore rimane con Boris, la mente deve fare i conti con le pratiche da preparare per l’udienza di adozione che si terrà tra sei mesi di fronte al tribunale.

«Pensavamo a una semplice formalità burocratica. Non lo è stata. Ci hanno interrogato. Hanno voluto che raccontassimo le nostre motivazioni. E la nostra situazione: familiare, lavorativa, economica. Il giudice voleva essere certo, con documenti alla mano, che fossimo in grado di dare al piccolo una casa e una sicurezza economica. Volevano perfino sapere come Chiara, libera professionista, avrebbe potuto seguire Boris».

Alla fine la sentenza è si.

Ritrovano Boris: cresciuto ma anche sciupato e più «‘istituzionalizzato»’. Ha i vestiti di sempre. «Gli portiamo i nostri ma non lo possiamo vestire. Li consegniamo alla tata che porta il bambino in un’altra stanza e lo cambia. Ce lo consegna. Sono passati, dopo i sei mesi di attesa per l’udienza, altri 20 giorni perché la sentenza passasse in giudicato».

E Boris varca finalmente quel cancello. Timidamente. Non si guarda indietro. Non ha nulla con sé. Nessun oggetto, nessun ricordo di questa parte della sua vita. Il pelouche del can coniglio è ancora nuovo: spiegano che gli era stato tolto e messo da parte per non scatenare guerre tra i bambini. Boris non immagina il mondo che ha davanti e non sa che alle sue spalle, in quelle stanze dove è finora vissuto, è rimasto un altro bambino che tra qualche anno diventerà suo fratello.

«Lo portiamo in albergo. Lo laviamo e per la prima volta lo vediamo nudo. Aveva l’odore particolare e per noi inconfondibile dell’istituto. È iniziata così la nostra vita con lui. Lo abbiamo preso spento e lo abbiamo visto illuminarsi dopo una settimana in famiglia».

Un lunghissimo viaggio. Iniziato sul divano verde di casa con una domanda di Chiara ad Alessandro: «adottiamo un bambino?». La risposta è si.

«Decidere di adottare un bambino è un salto nel buio che nasce dalla voglia di maternità e paternità. È stata una scelta meditata che ha avuto bisogno di un notevole tempo di maturazione. Abbiamo scoperto poi che la consapevolezza della decisione ci sarebbe servita per superare le difficoltà burocratiche del percorso che avevamo intrapreso».

Il primo passaggio è il decreto di idoneità che rilascia il Tribunale dei Minori in base alla residenza dei coniugi. Alla domanda occorre allegare 14 documenti. Dopo qualche mese, a volte anche un anno, il tribunale fissa l’udienza per i due coniugi che, nel giro di 8-12 mesi, se ritenuti idonei, hanno finalmente il decreto. Nel frattempo, assistenti sociali e psicologo devono redigere relazioni sulla coppia che, con questa documentazione, deve, entro un anno, scegliere tra le 80 associazioni italiane autorizzate e dare mandato ad una di queste di curare la procedura di adozione, in questo caso internazionale. È necessario poi frequentare un apposito corso e affidarsi a persone che non conosci.

«Non è stato facile ma era la cosa che volevamo fare. Oltre agli aspetti psicologici ed emotivi della scelta, ci siamo trovati di fronte ad un percorso complicato e a un’ondata di stress non da poco. Con il nostro fardello di speranze e di disillusioni, abbiamo compreso perché non tutte le coppie arrOlego arrivano fino in fondo. E’ una strada ad ostacoli che ha una sua logica: se giungi alla conclusione ti sei creato una corazza, sei forte e in grado di affrontare i problemi».

A Chiara e Alessandro viene proposto un bambino russo. «Non avevamo idee o pregiudizi sulla nazionalità. Pensavano che sarebbe stato più semplice un bambino del sud est asiatico ma quando ci hanno indicato la Russia non abbiamo esitato un attimo».

L’impatto con la realtà è duro. «Siamo stati fortunati perché i bambini russi destinati all’adozione internazionale hanno, in molti casi, problemi. Le situazioni più semplici sono riservate all’adozione da parte di famiglie russe. Gli istituti sono di due tipi: uno per i piccoli fino a tre anni e uno per i più grandi. Quelli per i piccoli hanno 1 tata per 25 bambini. La logica è quella della sopravvivenza: nessun contatto fisico e quindi niente calore umano; si piange poco perché il pianto non provoca alcuna risposta; si cresce con fatica perché si vive al chiuso con temperature esterne, per gran parte dell’anno, al di sotto dello zero».

Se la burocrazia italiana è complessa, quella russa lo è di più. «Il loro ente chiede ulteriori certificazioni per l’avvio della pratica. Altri 12 documenti che attestano, tra l’altro, la situazione economica dei coniugi, corredata da dieci foto della casa dove vivono. Il tutto ‘apostillato’, una sorta di doppia autenticazione di un funzionario della prefettura o di un sostituto procuratore della Repubblica che garantisce quella dell’ufficiale comunale o del notaio. E poi, in tempi non prevedibili, arriva la delicatissima fase di abbinamento del bambino alla famiglia».

 

3 anni invece di 9 mesi: è il tempo di attesa per due coniugi che vogliono avere un figlio in questo modo. È la storia di amore e determinazione di chi vuole adottare un bambino. È la storia di una famiglia che nasce.

E che non si ferma. Dopo un anno con Boris, Chiara e Alessandro si rifanno la stessa domanda che si erano fatti sul divano verde di casa: adottiamo un bambino? La risposta è la stessa. Ma non sarà al buio come la prima volta: «sarà una goccia nell’oceano ma vogliamo vedere gli occhi di un altro bambino che si illuminano e vogliamo dare un fratello a Boriss».

È il secondo giro su una «giostra» affascinante ma nello stesso tempo estenuante. «Pensi che sarà più semplice perché ci sei già passato. Ma non è così. Ricominci da capo e nessuno, anche questa volta, ti facilita. Ancora un anno per le pratiche italiane e per darti una nuova idoneità: quella di prima non è più valida. L’associazione ti pone di nuovo le stesse domande per accertarsi della tua consapevolezza e della tua volontà».

Le carte si accumulano, il tempo passa, il figlio che verrà sta crescendo da solo in qualche parte del mondo. Dopo qualche mese una notizia, un nome, un luogo, una foto sgranata. «Avremo un bambino in adozione, ancora a Mosca, di nuovo nello stesso istituto dove era cresciuto Boris. Il nome è Oleg e stavolta abbiamo anche una foto sgranata. Il piccolo è stato nella lista delle adozioni nazionali ma senza esito. Adesso è entrato nell’altra. Partiamo per incontrarlo».

È inverno e Mosca non è la città più ospitale del mondo in questo periodo: 25 gradi sotto zero. «Lasciamo Boris in Italia e andiamo incontro a colui che speriamo diventi suo fratello. Oleg ha 2 anni e ha trascorso i suoi primi 10 mesi in casa con la madre alcolizzata e tossicodipendente. Un giorno i vicini hanno chiamato la polizia perché il bambino piangeva ininterrottamente da troppo tempo. Gli agenti sono entrati nell’appartamento e lo hanno trovato nudo e senza più una lacrima. Non sanno da quanto tempo era solo. Ancora oggi Oleg non riesce né a dormire né a stare da solo». Viene portato in istituto e interviene il giudice: la madre perde ogni diritto. Farà ricorso ma lo perderà definitivamente. E Oleg finisce nello stesso istituto che aveva accolto Boris dopo la sua degenza in ospedale pediatrico.

 

«Quando rientriamo nell’istituto è un tuffo al cuore: tutto è come tre anni prima. Per noi era ormai un luogo noto e mentre aspettavamo di essere ricevuti, ci siamo aggirati per i corridoi e le grande stanze che accoglievano i bambini. Gioia per aver portato via Boris, speranza di fare altrettanto con Oleg.

Attendiamo nella stessa stanza, quella della direttrice. La porta si apre e il piccolo entra con la tata. Non è calmo e timoroso come Boris. Piange disperatamente e perde sangue dal naso. Domandiamo. Ci spiegano che sono arrivati nuovi bambini e che è scattata una piccola guerra per il controllo del territorio: Oleg l’ha perduta».

Chiara lo prende in braccio. «Mi sono accovacciata, l’ho stretto a me e lui ha appoggiato la testolina sulla mia spalla. È rimasto così per oltre mezz’ora. Solo allora sono riuscita a vederlo in viso. Si è calmato e abbiamo cominciato a giocare. Anche lui, non abituato alle figure maschili, ha impiegato più tempo per accettare il contatto con mio marito».

Chiara e Alessandro rimangono, anche in questo caso, una settimana. «Era più grande di Boris e avevamo la sensazione che sapesse che eravamo lì per lui, che probabilmente lo avremmo portato via con noi. Ma non potevamno farlo al termine di quella settimana ma solo, se tutto fosse andato bene, tra sei mesi. Lui ci guardò andare via dal cancello, domandandosi se saremmo ritornati a prenderlo. O se anche noi lo avessimo abbandonato».

Passano i mesi, si torna in tribunale, quasi un’ora di domande da parte del giudice e alla fine la sentenza. Altro tempoa attesa perché passi in giudicato e nessuno faccia opposizione.

«Torniamo da Boris in attesa che la burocrazia faccia il suo gioco. Alla fine siamo di nuovo a Mosca. Non in due ma in tre. E ripartiamo non in tre ma in quattro. Il 15 giugno la nostra famiglia è completa. La prima estate non è facile. Boris è naturalmente geloso e Oleg non tollera il caldo italiano. Per farlo dormire, installiamo i condizionatori d’aria».

«Un bambino adottato è quasi un bambino normale, come tutti gli altri. Mangia, dorme, cammina, parla, gioca. Adesso ride, piange e urla. Ma è anche un bambino che porterà sempre con sé la ferita primaria dell’abbandono, una ferita profonda che non si può rimarginare pienamente, anche se è stato adottato da piccolo, anche se l’adozione è avvenuta senza troppi traumi, anche se è riuscita pienamente. Un bambino che urlerà senza alcunnessun motivo, che potrà farsi del male, che avrà attacchi di rabbia che non saprà spiegarsi, una rabbia che gli nasce nel profondo, che ha radici lontane e che dovrà imparare a dominare, contenere, con cui soprattutto dovrà imparare a convivere». 

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