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natale sì, natale no, natale de che.

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natale sì, natale no, natale de che.

Una digressione, seria.

 

Regolarmente l'avvicinarsi del natale mi riporta alla mente come questa celebrazione sia farlocca. In molti sanno che deriva dal rimbucciamento di antichissimi riti pagani legati al culto del sole, che festeggiavano in questo periodo dell'anno solare l'allungarsi delle giornate dopo che esse avevano raggiunto la loro massima contrazione col solstizio di inverno. Quello che noi adesso chiamiamo natale era definito, meno di due millenni or sono, sol invictus. Ci pensò il solito maneggione di Roma (ante litteram quasi, ma esistevano anche a quei tempi) a cancellare il ricordo delle feste saturnali sostituendole con la celebrazione della nascita di Cristo.

Anche se la scelta della data era casuale, i Vangeli non danno indicazione incerta, l'importante era nobilitare la crescente religione cristiana a scapito delle preesistenti.

Non mi pare proprio che Cristo, nei Vangeli, abbia mai sollecitato a festeggiare la sua nascita, del resto tutta la sua predicazione è concentrata sul peso dei propri peccati nel confronto finale con il creatore, un'etica per l'aldilà, sul giudizio finale.

Troppi cristiani dimenticano come la celebrazione più importante sia quella della pasqua e che lunghi passi del Vangelo sono dedicati agli ultimi giorni terreni del corpo del Cristo.

Da sempre le comunità hanno dedicato grande attenzione ai riti funebri e tuttora numerose sono le differenze per quanto riguarda l'atteggiamento delle comunità nei confronti della morte di un loro membro e l'inumazione della salma.

In numerose civiltà del passato, ma anche in tanti gruppi sociali ai tempi d'oggi, la dipartita di un individuo viene condivisa con letizia:  non sono una esagerazione le veglie funebri con il rinfresco che ci arrivano attraverso i film incentrati su gruppi etnici diversi dal nostro.

Alla inumazione segue frequentemente un lungo convivio nel quale chi resta onora e ricorda il defunto, con gioia e rispetto, magari con un whisky in mano come in Irlanda. È una cerimonia comune, in aiuto dei suprestiti, per onorare colla presenza chi non è più.

In larga parte d'Italia, la presenza ellenica che ha lasciato una forma di onoranze funebri abbastanza particolare e anche poco diffusa a livello globale: tristezza, pianto, urla, abiti scuri, rassegnazione. Il famoso pianto greco era così estraneo alle tradizioni italiche che fu addirittura proibito nell'antichità: gli etruschi festeggiavano i funerali, alcune urne cinerarie sono l'elogio della vita dopo la morte. La classe dominante dell'antico Egitto come ampie parti di della popolazione romana imperiale avevano un approccio simile, che si ritrova nei paesi anglosassoni. Interrati o in cassa, cremati o esposti agli elementi, verso la Mecca o in terra consacrata, poco conta; personalmente faccio troppa fatica ad immaginare che il genere umano sia arrivato qui per caso e quindi credo ad una entità suprema che tutto può: ma anche chi non crede (o rifiuta) sarà in difficoltà a non immaginare che, se qualcuno ha dato anima a quanto ci circonda, possa fare caso al trattamento delle spoglie.

L'atteggiamento di molti italiani nei confronti della morte e del ricordo è invece ipocrita.

La formalità, l'autodifesa delle posizioni raggiunte grazie al defunto, il conformismo vorrebbero cancellare le ruggini di una vita come se questo fosse, a quel punto, importante ed ottenibile.

I talebani della memoria si impossessano del ruolo di vestali, spacciandosi per gli unici, veri ed autentici conservatori della memoria del defunto: questo tende a rimuovere gli episodi che ogni altra persona ha condiviso col defunto. Attimi privati, brevi riflessioni o confronti che costituiscono il nocciolo di un rapporto, che taluni più realisti del re vogliono nascondere. Patetici.

Una fastidiosa forma di ortodossia spesso cozza colla personalita trapassata, perché chi ha ricevuto rispetto in vita lo manterrà anche dopo, nella memoria che ha lasciato. A meno non esagerino gli atteggiamenti di chi si vanta di una pseudo esclusività della memoria: a quel punto vincerà l'antipatia verso costoro che porterà all'oblio del defunto.

L'esatto opposto di quanto si prefigga il sentimento umano di mancanza, di assenza. Tornare col pensiero a momenti condivisi con qualcuno è la più bella forma di omaggio, secondo me.

Con buona pace di chi ci ha lasciato ed un buon natale a chi legge.

 

 

 

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