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La famiglia MaPiMaWu, un campanello per quattro

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La famiglia MaPiMaWu, un campanello per quattro

Secondo racconto tratto dal libro "Bambini senza valigia"

 

 

11 anni e mezzo. E qualche linea di febbre. Nella sua brevissima storia 19 diverse città e l’immagine della madre che se ne va con una valigia, E, soprattutto, una domanda: dove è il padre che non vede da mesi. A 11 anni e mezzo varca la porta dell’istituto che la ospita. Oltre la soglia Angelo e Rossana che la prendono per mano e l’accompagnano a casa loro. Una semplice visita. In futuro si vedrà.

Jiao è abituata a visitare case nelle quali resta come se fosse in una stazione per il cambio del treno. È cinese. Lo sono i genitori, la sua cultura, le sue abitudini. Ma è nata in Italia. Non si sente molto diversa da una pallina da flipper. La madre le ha detto addio molto presto: un giorno ha fatto la valigia. Non ricorda nemmeno se l’ha salutata. Nella sua memoria, reale o artefatta, rimane  l’immagine di una donna che si allontana da lei con una valigia. Mai più rivista. Nemmeno un’idea di dove sia adesso. Il padre non si è integrato. Non parla l’italiano. Gira per le comunità cinesi sparse in Italia. Conoscenti, amici, forse semplici connazionali ai quali lascia per qualche settimana o qualche mese Jiao. Spesso torna in Cina per lavoro. La piccola si adatta a ogni situazione. Matura silenziosa e rapida. L’ultimo amico al quale il padre l’ha affidata osserva lo scorrere del tempo: lei cresce, lui non torna. E nemmeno dà notizie. L’uomo decide di portare la bambina in un istituto. Addio all’ultima famiglia cinese della sua vita.

Adesso guarda l’uomo e la donna che ha di fronte. Lei è vedova e ha una figlia nata da quel matrimonio tragicamente interrotto. Lui è il secondo marito. A casa c’è Lucia, una ragazzina poco più grande di Jiao. Sono una famiglia. La vorrebbero più grande e stanno pensando a un altro figlio. Una gravidanza non è andata a termine e adesso l’idea è quella di un affidamento. Forse di un’adozione. Molte domande, ancora nessuna risposta. Jiao sale in auto con loro. La prima domanda è quella naturale che si fa a ogni bambino: “«cosa vuoi mangiare”». La risposta è immediata: “«lasagne e pollo”». La Cina non è vicina. Per Jiao è lontanissima. Il pranzo successivo sarà, quasi per dovere di ospitalità, da parte, di Angelo, Rossana e Lucia al ristorante cinese.

Dopo un mese e mezzo di contatti e di ambientamento, assistenti sociali ed educatori valutano che la piccola può andare a vivere in quella che sarà la sua nuova casa. “«Avevamo timore che fosse spaventata dal lasciare l’istituto e dal venire a vivere con persone che aveva appena conosciuto”». In realtà Jiao ha già impacchettato le sue poche cose e attende. Pronta e sorridente a salire su quello che spera essere l’ultimo treno della sua infanzia.

I primi momenti non sono facilissimi. “«Era pur sempre una bambina – ricorda Rossana. Ogni sera aveva bisogno che le leggessi una favola per farla dormire. Spesso ci chiedeva di poter dormire con noi. Una piccola regressione all’infanzia”». Che Jiao supera come ha sempre fatto in ogni occasione e di fronte ad ogni difficoltà. “«A un certo punto mi ha detto, semplicemente, che stava bene e che non era necessario che le facessimo compagnia”».

Parla poco ma il suo italiano era ed è perfetto: «“aall’asilo e poi alle elementari aveva intuito che se non fosse stata capace di comunicare sarebbe stata isolata. Avrebbe seguito la sorte di suo padre. Quindi parla l’italiano. E a scuola studia. Molto. Nessun problema alle elementari e alle medie. Adesso frequenta il liceo”». È perfettamente bilingue: italiano e mandarino. La sua meta è Venezia, laurea in lingue alla Cà Foscari.

“«In questi anni abbiamo avuto solo un momento di tensione. La prima volta che le abbiamo detto che quella sera non sarebbe potuta uscire. Ebbe la reazione di tutti gli adolescenti: rabbia e ribellione. Si chiuse in bagno e ci restò più di un’ora”». Fu Lucia a convincerla ad uscire: “«le dissi che nessuno era cattivo con lei ma anche in una famiglia ci possono essere anche regole e scelte che non si condividono”».

Il rapporto con la “«sorella”» funziona subito: “«Jiao è brava, solare, capace di fare amicizia subito e con tutti. Io vado in crisi molto più facilmente di lei. Talvolta mi chiede di aiutarla nei compiti, soprattutto nel disegno. Condividiamo molte cose. Le piace lo sport, la pallavolo. E la musica italiana, in particolare Mengoni. Del suo passato non parla e io non gli le chiedo nulla”».

Funziona anche il rapporto con i genitori affidatari: “«è molto aperta, intelligente, autonoma, educata, generosa, curiosa di tutto, anche di politica. Un giorno, mentre la accompagnavo in macchina a scuola – ricorda Angelo – mi ha chiesto chi era il Presidente della Repubblica e gli altri rappresentanti istituzionali. Mi ha fatto domande che non sentiamo spesso dai giovani. Si sente italiana ma è figlia anche di una cultura che tempra: in Cina i genitori lavorano e i figli se la cavano da soli. Niente baci e abbracci, soprattutto tra padri e figlie. E così succede anche quando incontra suo padre”».

Il padre e la famiglia d’origine sono la zona d’ombra della vita di Jiao. “«Con il padre ha un rapporto complicato. Lo incontra quando lui è in Italia. Sono incontri rapidi e veloci, spesso sui marciapiedi di una stazione, tra un suo viaggio e l’altro. Parlano poco e noi ovviamente non comprendiamo quello che dicono. Jiao è protettiva e finisce per essere lei ad avere cura del padre. E non l’inverso. Lui non conosce l’italiano e non sa muoversi bene tra burocrazia e pratiche italiane. Lei lo aiuta e sembra provare tenerezza per lui. È meno dolce con la madre. O meglio con il ricordo della madre: non l’ha più vista e sa soltanto, dal padre, che si è risposata e che ha dato alla luce altri figli”».

Jiao prepara il suo futuro. Con idee molto chiare che preferisce affidare non alle parole ma allo scritto: “«fin da piccola sognavo di vivere con una famiglia italiana, perché la famiglia dovrebbe essere la tua ancora di salvezza e il tuo rifugio più sicuro e non un posto in cui si è come estranei, un giorno non sai se avrai da mangiare o no, non sai mai se sarai solo sola o se ci sarà qualcuno ad aspettarti a casa, non sai nemmeno il significato della frase “"ti voglio bene"” o degli abbracci e dei baci.

All'asilo e alle scuole elementari invidiavo molto i miei compagni perché all'uscita della scuola c'era sempre qualcuno ad aspettarli con le braccia aperte e a sfinirli" di baci, mentre io aspettavo l'arrivo di un padre che si scordava della mia esistenza. Invidiavo tutte le mamme bellissime dei miei compagni perché la mia era una figura inesistente, come tutto il resto, in fondo.

E tutto questo, quello che è capitato dopo, era il mio sogno nel cassetto. In fin dei conti, senza saper se sia un bene o un male, l'assenza di una figura protettiva mi ha reso più forte in tutti i sensi, capace di affrontare le cose solo con l'aiuto di me stessa.

Però a un certo punto arriva il periodo dell'adolescenza, il periodo più difficile da vivere perché senza una "guida esperta" non riesci a andare avanti.

I genitori sono le figure più importanti perché mentre si cambia e si scoprono nuove cose solo chi ha già vissuto questo momento può capirti.

Ringrazierò all'infinito il destino e anche il mio assistente sociale per aver illuminato la strada della mia vita facendomi incontrare/conoscere delle persone meravigliose, aggettivo misero per descrivere il loro vero valore, che mi accompagnano in questa avventura chiamata adolescenza e spero, in futuro, per la vita. Queste persone sono la mia famiglia affidataria. Una famiglia vera che non ho mai avuto, un po’ pazza ma bella proprio perché particolare, come quella di un telefilm che guardiamo tutti insieme la sera mentre si cena.

L'affidamento è una cosa bella come l'adozione, ma per fortuna più semplice da realizzare.

 

Noi ci chiamiamo per ridere MaPiMaWu perchè sul campanello ci sono 4 cognomi: quelli della nostra famiglia”».

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