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Il grande enigma: BancaEtruria.

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Il grande enigma: BancaEtruria.

Attualità e prospettive.

 

Credo che sull'andamento complessivo del prodotto interno provinciale, oltre allo spostamento di fatturato derivante dalla rilocalizzazione delle partecipate che operano sul territorio ed ai fallimenti di imprese, non si debba sottostimare l'effetto dei recenti bilanci negativi di BancaEtruria.

I dati comunicati dalla banca del territorio al 30 settembre 2014 indicano che il denaro fresco è aumentato mentre i crediti alla clientela sono diminuiti in nove mesi del 16%: hanno quindi ragione famiglie ed imprese a lamentare il credit crunch operato dalla banca aretina.

Meglio definirlo credit crash, visto anche il tracollo del patrimonio netto.

Questo è uno degli effetti delle scelte del management, oltre a incertezze sul futuro del personale, con aree di business previste dal piano industriale che spariscono.

Gli altri numeri balordi si annidano nel crollo del margine (di interesse e di intermediazione) e nelle pesantissime rettifiche (che i soci hanno imparato ad odiare) tant'è che il periodo si conclude con una perdita di 126 milioni di euro, da assommare alle altre centinaia (di milioni). Un degrado drammatico cui i nostri reagiscono sventolando il progetto di passaggio da cooperativa a s.p.a.. Le settimane passano. E accondiscedenti media tacciono.

Tutto si riflette naturalmente sul valore borsistico dell'azione che ha raggiunto il minimo con ulteriore impoverimento di tutti coloro che ne sono soci.

Mia madre ha smesso di chiedermi aggiornamenti, ma io mi ero preparato lo stesso.

Pur avendo incorporato istituti di credito dalle Alpi al Mediterraneo, la banca è principalmente presente in Toscana, Umbria e Lazio: un fattore di rischio perché la espone all'andamento di una ridotta area geografica, nel bene e nel male. Soprattutto per quanto riguarda la politica di concessione del credito che in passato non ha seguito linee prudenziali, bensì particolari.

Mi ricordo, nel mio passato nelle commissioni di ArtigianCredito, la attenzione con cui i denari accumulati grazie alle imprese artigiane venivano messi a garanzia di attività imprenditoriali della provincia, senza chinare la testa a richieste traballanti sospinte dai funzionari delle associazioni.

E come invece arrivassero balzane richieste di supporto proprio da talune banche che finanziavano a bischero sciolto. O come anzi si incentivavano le nuove aree di attività, perché è giusto che così sia, dinanzi ad un piano industriale che scontava le incertezze dell'innovativo.

I risultati di BEtruria continuano a divergere sostanzialmente dalle previsioni del piano industriale 2012-2014, l'indagine ispettiva di Bankitalia continua e la sensazione è che la polvere accumulata sotto il tappeto viene fuori. Magari toccherà alle obbligazioni piazzate alla borsa di Dublino, in Irlanda, per alleggerire il portafoglio crediti, ma comprate dalla stessa banca. Robbetta da oltre 1,5 miliardi, non bruscolini (bilancio 2012, per chi ne capisce; ricercate le operazioni “mecenate”).

Oppure alle operazioni, simili, sugli immobili.

Evidente il mancato controllo ad ogni livello, mentre il concetto di azione di responsabilità latita. 

Un piano industriale che è stato approvato da soggetti che tuttora siedono al tòp (accento alla Briatore/ Crozza), nella continuità che vede i dirigenti della banca da molti anni racchiusi in una piccola cerchia, poche decine di persone che se la cantano e se la suonano, dividendosi oltre 3 milioni all'anno.

Conflitti lampanti o sotterranei, a giudicare dalle pesanti multe che sono state irrogate da Banca d'Italia al precedente consiglio di amministrazione che è in larga parte l'attuale.

Sanzioni importanti, da 72.000 a 200.000 euro a testa, ma inferiori agli emolumenti (per forti di stomaco: la “politica di remunerazione”, ossia quanti soldi ai vertici di Betruria), che paiono non aver intaccato il bunker di via Calamandrei. 

I principali indici per un istituto di credito sono Core&Tier, sulla copertura rischi: quello di BEtruria peggiora (il CET è al 5,9%).

Dovrebbero migliorare sensibilmente per rispondere ai requisiti imposti dalle norme 2019: se le cose non si aggiustano, la città dovrà fare i conti con un disastro (per forti di cuore: un riepilogo chiaro, forse non molto noto, della situazione come descritta nel 2013).

Senza controllo dei controllori, a giudicare dalle sanzioni ai sindaci revisori, quella difesa degli interessi di pochi che ha portato a respingere senza approfondimenti un'offerta (per chi continua a credere che scherzassero, a pag 7 ecco il punto di vista di BancaPopVicenza sulle trattative con BEtruria,).

Chi ha voglia, confronti la recente evoluzione di BancaPopVicenza (ultima semestrale di BPVi) e trovi risposte sul rifiuto aprioristico, se ci riesce.

Non vorrei che domani non ci fosse neanche un'offerta da respingere, ma solo un'azione di imperio dalla vigilanza di Banca d'Italia, con conseguente spezzatino. La città ne soffrirebbe.

Al di là delle poche crisi societarie imprevedibili, il patatrac ha motivazioni interne. La riduzione del credito è iniziata anni addietro, ma in molti giurano che i criteri di erogazione del credito fossero clientelari e non verificati. La presenza di imprenditori indebitati nel CdA di Betruria certo ha contribuito a diffondere perplessità sull'uso dei denari di soci e risparmiatori.

Considerato che la Banca Centrale Europea ha immesso cifre ingentissime sul mercato, affidando alle banche l'obbligo di dare impulso alle imprese ed alle famiglie, viene da domandarsi infatti come si sia comportata la banca del territorio. Al dritto o all'arrovescio? (per chi crede alle favole, bilancio 2013  oppure anche qui)

Un istituto di credito dovrebbe sapere valutare l'impiego dei denari che ha in gestione sotto il profilo della sicurezza, della redditività e della crescita del territorio. Occorre effettuare scelte di fondo, immaginare quali siano i pochi driver di sviluppo, prevedibili o possibili, che il territorio deve giocare per un futuro migliore. Possibile che da Arezzo non sortano idee buone?

E torna in ballo anche la politica, nazionale e locale; la prima tesa a spandere cortine di fumo, la seconda proiettata alla elezioni, dove si gioca il nuovo giro di poltrone di partecipate, nell'ottica miope che contraddistingue il “partito”. Specifico che non tiro la volata alla controparte, le guerre di pollaio sono evidenti a tutti.

Bianconi contro i suoi, ma a favore dei “bravi ragazzi”: basterebbe questo a far preoccupare.

Nella prossima puntata, qualche spunto dalle ricerche che sono disponibili a tutti, specie ai politici, quelli che si chiamano decision makers: estikazi, direbbero a “6uno0” di RadioRai.

 

 

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