Prima Pagina | Lettere alla redazione | Lettera aperta a Piero Rossi

Lettera aperta a Piero Rossi

By
Dimensione carattere: Decrease font Enlarge font
Lettera aperta a Piero Rossi

Caro Piero Rossi

I tuoi “sassi in piccionaia” sono sempre stimolanti, divertenti e “tirati” con un linguaggio originale ma comprensibile a tutti. La tua esperienza americana non deve essere estranea a questo metodo.
Ieri all’incontro organizzato da Silvio Simi e da Libera e Aperta, hai tenuto una relazione, sempre nel tuo stile da uomo di spettacolo (anche Giovanni Rupi ha espresso le sue giustissime denunce-osservazioni con il piglio di chi sa calcare il palcoscenico), di cui la parte sulla partecipazione dei cittadini alla vita della civitas - come l’ha giustamente chiamata l’altro relatore Bisazza Terracini – mi ha particolarmente interessato.

Tu hai detto: in tutto il periodo della giunta Fanfani, i cittadini non hanno partecipato attivamente alla vita urbana e, d’altra parte, l’amministrazione si è guardata bene dal sollecitare tale partecipazione, anche con progetti di utilità pubblica (come, a puro titolo di esempio, il pulire i marciapiedi o il verde pubblico). Hai poi continuato auspicando iniziative come queste che sono molto frequenti in altri paesi.

Ti confesso che, di primo acchito, questa idea di chiamare i cittadini all’opera per migliorare la propria città, svolgendo compiti per i quali già si pagano tasse allo stato, mi è sembrata, esagerando un po’, più da stato etico che laico, più da bene-comunisti che da liberali. Però è strano, ho pensato, lo fanno negli USA, ancorché in fase iniziale di sclerosi da overdose di obamiana e liberal (in senso americano) politically correctness, e sarà mai possibile che si possa definire quella nazione bene-comunista? In una città liberale, una volta assolto il compito di aver pagato le tasse, il cittadino ha il diritto di essere lasciato in pace e nessuno lo può fare sentire in dovere di compiere azioni in favore della collettività. E nemmeno può essere giudicato male per questa sua indifferenza (naturalmente salvo casi straordinari, dalla banalità di spalare la neve sul marciapiede da parte dei frontisti a casi estremi tipo la difesa in caso di guerra). Lo stato mamma, ma in questo caso anche padre, appartiene ai nostri climi.

Ma allora sbagli tu Piero o sbaglio io? Riflettendoci sopra, credo che non sbagliamo nessuno dei due.

In una realtà come la nostra, dove lo stato è appunto una mamma, molto sciatta e disordinata per la verità, ma anche padre, autoritario come lo sanno essere quei padri che si occupano poco dei figli ma che ogni tanto hanno grandi scatti d’ira e passano dall’indifferenza all’autoritarismo peggiore, in uno stato quindi che mette bocca ovunque, che decide e legifera su tutto, che entra nei minimi dettagli delle”vite degli altri”, e che per fare questo dispone di un apparato pubblico qualitativamente paragonabile a quello della ex Unione Sovietica, tanto imponente quanto inefficiente, e tanto più imponente è, tanto più inefficiente dovrà essere, i così detti corpi intermedi, quelli che dovrebbero mediare tra le istituzioni pubbliche e i cittadini, sono anch’essi istituzioni riconosciute (Ordini, sindacati, associazioni di categoria, ecc), sono cioè corporazioni, quindi molto poco libere perché sono cooptate al “tavolo” decisionale. Concertano, ma se concertano vanno per forza d’accordo con lo stato e non sono liberi. In una situazione così, il cittadino in quanto singolo individuo non esiste nei confronti dello stato. Esiste certo nei media, anche troppo, con le ripetitive interviste radio-tv “grazie per la testimonianza”, “ma sentiamo cosa ne pensano i cittadini”, “dateci il vostro parere telefonando a… oppure su whatsapp…., perchè la trasmissione la fate voi”. Questo è il cittadino che per una comparsata nei media farebbe follie e i media lo sanno e ne approfittano. Ma il cittadino reale, quello che si alza la mattina, va al lavoro, cerca di assicurare una vita dignitosa a se stesso e alla propria famiglia, che magari si interessa alla vita della città, alla politica, che ha cioè passione civile, per potervi partecipare deve schierarsi da qualche parte, deve collocarsi sotto una bandiera, deve appartenere a qualcosa che non è spontaneo ma è strutturato, pilotato, organizzato, che ha un Presidente, in genere storico. Può trovare spazi di libertà solo nella possibilità di partecipare alla fondazione di un ….comitato contro qualcosa. Ma dura poco anche questo, perché i comitati o muoiono subito altrimenti diventano permanenti perché il Presidente si è ricavato uno spazio di potere, piccolo o grande che sia, e non intende mollarlo. Partecipa ai tavoli con quelli che contano (si fa per dire), qualche volta lo citano in cronaca locale. Insomma, la solita storia delle istituzioni che tendono a mantenere se stesse e a sclerotizzare.

Con questo sistema nemmeno il volontariato è talvolta vero volontariato, ma lavoro marginale, secondo lavoro con nome diverso. La mattina vado in ambulanza per 4/500 euro al mese, arrotondo la magra pensione. E poi una volta all’anno, tutti riuniti per una bella manifestazione pubblica con le loro belle divise gialle, rosse, arancioni, azzurre. Uno si sente importante, e il Presidente sembra un generale. Niente da condannare, per carità, il servizio viene reso, ma la società civile, quella di cui parli tu Piero, non avanza di un passo.

In una società corporativa tutto parte dallo stato e tutto finisce nello stato e quindi la società non sviluppa gli strumenti culturali per sapersi organizzare da sola. Allora essere chiamati a dare una mano alla città in questa situazione è da stato etico, perché chi non partecipa si pone fuori dal contesto civile. Significa che uno che viene chiamato non è utile veramente, ma serve solo a legittimare l’esistenza dello stato, è un soldatino che porta acqua al mulino di qualche amministratore. E’ una medaglia sul petto del sindaco, dell’assessore, del politico di turno. In una società dove non ci siano una moltitudine di organizzazioni codificate e organizzate dall’alto, sarebbe giocoforza organizzarsi dal basso, in comitati “pro” e non solo “contro”. In una società in cui ci sia uno stato leggero, i cittadini si responsabilizzerebbero, quindi rasare l’erba del prato del verde pubblico vicino casa sarebbe un ovvio interesse diretto di decoro per i cittadini stessi, tenuto conto che l’alternativa, cioè non fare niente, potrebbe comportare l’aumento dell’imposizione fiscale, perché alla fine l’erba va pur tagliata.

La partecipazione in una società corporativa è invece più simile ad una corvè di medioevale memoria, solo che al posto del feudatario c’è lo stato, inteso come comune il più delle volte. Perché spazzare i marciapiedi gratis a chi aumenta le tariffe per i rifiuti del 9% in un anno e si prevede per i prossimi anni un aumento del 3% all’anno? Lo sceriffo di Nottingham spremeva i sudditi ed esigeva corvè. Questo stato alimenta per forzal’indifferenza dei cittadini verso la società.

Quindi, caro Piero Rossi, meno male che l’amministrazione non ha chiamato i cittadini alla corvè, per non aggiungere al danno, la beffa. Nella ipotetica città liberale sarebbe auspicabile questo impegno diretto, ma questa è un’altra storia.

  • Invialo ad un amico Invialo ad un amico
  • Versione stampabile Versione stampabile

Vota questo articolo

0