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«Eviva Maria intorno all’albero della libertà» (11' puntata)

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«Eviva Maria intorno all’albero della libertà» (11' puntata)

Tornano i francesi. Arezzo paga cara la sua “insorgenza”

 

Nell’ottobre 1800, i Francesi, prendendo a pretesto il riarmo della Toscana e certi sconfinamenti dei soldati granducali nella ex Legazione Pontificia (Emilia), dichiararono infranto l’armistizio di Alessandria, del precedente giugno. Poco dopo, le truppe francesi entrarono in Toscana, mentre i soldati toscani se ne scappavano via. A difendere il Granducato rimase un corpo di soldati Austriaci sotto il comando del Generale Sommariva che, senza combattere si ritirava verso Arezzo, attirandosi dietro le truppe francesi.

Quando ormai era troppo tardi, il 14 ottobre il generale Sommariva ordinò di sciogliere le truppe legionarie perché inutili contro la potenza dell’armata francese. Gli aretini, consapevoli che in ogni caso Arezzo avrebbe subìto gravi ritorsioni per i fatti del 1799, decisero di resistere ai francesi, per cercare di ottenere una onorevole capitolazione. (Foto 1)

Il 18 ottobre il generale Sommariva partì da Arezzo e si diresse verso Camucia, portandosi dietro tutte le truppe austriache.

Lo stesso giorno, verso sera, le truppe francesi, comandate dai generali Jean Charles Monnier e Cara Saint Cyr, arrivarono a Pratantico scontrandosi con gli avamposti aretini. Tutte le campane di Arezzo incominciarono a suonare disperatamente, per chiamare in aiuto gli abitanti del contado, ma questa volta non furono in molti i contadini ad accorrere in difesa di Arezzo. L’amarezza, per come era finita l’avventura dell’insorgenza dell’anno avanti, aveva disilluso i popolani, che rimasero alquanto tiepidi alle esortazioni dei loro ex comandanti.

La mattina del 19 ottobre, i cannoni francesi, collocati verso l’Orciolaia, iniziarono a martellare le mura e la stessa città, provocando morte e distruzioni. Gli aretini risposero con i pochi cannoni a loro disposizione. Si verificò un fatto sorprendente, che sembrò di buon auspicio: uno di questi cannoni, collocato a Porta San Lorentino e comandato dal tabaccaio castiglionese Antonio Ghezzi (“abile cannoniere”), colpì in pieno un pezzo francese posto alle Carcerelle, disintegrandolo e uccidendo i serventi.

Vista l’inferiorità aretina, il colonnello Albergotti - in divisa da ufficiale austriaco - il Vicario vescovile mons. Cellesi e il Gonfaloniere Vivarelli Fabbri, si recarono a parlamentare al comando francese, ma non furono ascoltati, anzi, vennero arrestati quali ostaggi.

I Francesi vollero una resa senza condizioni. Sfondarono a cannonate Porta San Lorentino ed entrarono in città, al comando dal generale Monnier. Contemporaneamente il generale Saint Cyr con le restanti truppe attaccava le mura e le scavalcava da altre parti. Circa 3.000 francesi entrarono in città e diedero inizio ad un vasto saccheggio che durò sette giorni.

Furono procurati danni alla Fortezza, dove venne distrutta la chiesa di San Donato in Cremona e, il 26 ottobre, venne minata la parte occidentale, fra cui il Bastione del Belvedere. Furono sfondate porte di abitazioni, di chiese, di botteghe; razziati ori, argenti, oggetti sacri, stoffe, viveri. Il Monte Pio venne saccheggiato. (Foto 2)

Tutti quelli che furono trovati in giro per la città armati, vennero presi e fucilati. Si sparò anche a degli inermi, come il “vecchio Marco Bisdomini”, ucciso mentre usciva dalla propria cantina con un fiasco di vino; come la Fiora Beucci, che se ne stava alla finestra a guardare i soldati, come la bambina Maddalena Bechi, di tre anni.

Violenze a donne e fanciulle. Anche diverse monache subirono violenze di vario genere e l’abate Testi ci narra di tre monache da lui osservate dalla sua abitazione mentre “venivano perquisite nella persona” da alcuni soldati che ricercavano oggetti preziosi. Le poverette supplicavano che qualcuno aprisse loro una porta dove rifugiarsi “ma ognuno in quel punto fece il sordo per non dare a que’ soldati occasione a sacrileghi eccessi”..

In San Francesco, in San Domenico e nel Duomo furono alloggiati i cavalli. I soldati presero a fucilate persino gli affreschi di Piero della Francesca. (Foto 3)

Francesco Albergotti dice che morirono 25 o 26 persone. Giovan Battista Albergotti parla di 33 vittime. Don Antonio Bacci ha documentato almeno 36 civili aretini e delle limitrofe campagne, morti per mano francese. I feriti furono circa 150. Fra le vittime nobili e popolani, sacerdoti e frati. (Foto 4)

Ci informa il Ghizzi che, così come nel 1384, quando Arezzo venne saccheggiata dai francesi del De Coucy (i corsi e ricorsi …), anche dopo quest’altro saccheggio da parte dei francesi, la refurtiva venne poi rivenduta al mercato di Castiglion Fiorentino. Ci dice, anche, che il Generale Monnier volle cavallerescamente conoscere e premiare per la sua bravura Antonio Ghezzi, l’abile cannoniere, “ma il poveruomo ebbe molta paura”.

Il 27 ottobre si presentarono ai comandanti francesi i Municipalisti cacciati dal Viva Maria il 6 maggio 1799 e cercarono di riprendere il potere. Ma questa volta i Francesi si fecero furbi e, avendo compreso che questi erano odiati dalla maggioranza degli Aretini, il 28 ottobre li cacciarono via e riaffidarono il potere agli amministratori presenti fino al 19 ottobre.

Pur umiliati e trattati a pesci in faccia, i giacobini aretini si dimostrarono incredibilmente servili. Parteciparono alle operazioni di prelievo forzoso imposto dai francesi, si diedero da fare per trovare alloggi agli alti generali, chiesero ed ottennero sconti sulle tasse ed indennizzi per danni.

La Città venne multata per 54.000 scudi! Degli 8.000 abitanti di Arezzo, almeno 2.000 fuggirono dalla città e non vi fecero più ritorno, anche se non sappiamo bene che fine abbiano fatto. Fra saccheggi, distruzioni, multe e requisizioni, Arezzo e le sue campagne subirono danni per l’astronomica cifra di un milione di scudi. Tutta l’Insorgenza era costata circa 160.000 scudi. (Foto 5)

Dopo il ritorno dei francesi ed il saccheggio della città, vi furono varie critiche all’operato dell’Albergotti. Egli scrisse una lettera al Fossombroni, Primo Ministro di Stato in Toscana, in cui si discolpava sottolineando di aver agito in base agli ordini ricevuti. Accusava il generale Sommariva di aver abbandonato Arezzo lasciandola priva di difesa ed ordinando il disarmo delle truppe legionarie. Pose l’accento sul patriottismo dimostrato dagli Aretini.

In altro documento, l’Albergotti ribadisce il comportamento poco onesto del Sommariva, che si ritirò ad Ancona “senza sparare un colpo di fucile” quando le truppe francesi non erano ancora ad Arezzo.

Ecco cosa scrisse il comandante militare del Viva Maria aretino, Giovan Battista Albergotti, amareggiato dalle polemiche, nella sua Memoria dell’accaduto nel 1800 e 1801:

“da questa intrapresa prendino Scuola e il consiglio i nostri Posteri, di non prendere alcuna parte nelle Insurrezioni, ancorché invitati, o nominati dal Popolo, o da altro superiore, perché ignorando la mente, e i segreti dei Gabinetti, si trovano infine abbandonati alla discrezione del nemico ed esposti al pericolo della vita, e alla disperzione della robba”.

 

Cosa rimase del VIVA MARIA?

In molti hanno cercato di capire se quei pochi mesi di insorgenza avessero lasciato tracce sulla popolazione di Arezzo, sulla fiducia nelle sue forze, sulla consapevolezza di avere a disposizione una decisiva arma, quale era stata l’unione delle masse contro lo straniero.

Fra i vari studiosi dell’insurrezione aretina, vediamo che il prof. Giampaolo Fenzi scrive: “Per ciò che concerne le masse popolari, l’esperienza del ‘99 non era passata senza lasciare traccia: questa aveva contribuito a far sì che esse cominciassero a prendere coscienza dei propri autonomi interessi, dei propri diritti, ed anche della propria forza. E se esse si erano ribellate violentemente alla politica dei francesi ... ben presto erano cadute anche le illusioni generate dalla demagogia dei sanfedisti. Così, quando nell’agosto 1801 alcuni reazionari aretini e casentinesi tentarono di scatenare una nuova sommossa antifrancese, l’adesione popolare fu minima, ed il moto ben presto represso”

Secondo il Fenzi anche i Giacobini trassero insegnamenti dagli eventi del 1799: “È a partire da questo momento che l’ala più cosciente e determinata del movimento democratico comincia a volgersi anche contro i francesi, dando vita a dei nuclei settari repubblicani ed indipendentisti, che raggiungeranno il massimo sviluppo nel periodo dell’impero, per poi divenire il nerbo dei primi moti patriottici risorgimentali”.

Insomma, il Viva Maria avrebbe contribuito a far capire ai nostri antenati, di ogni estrazione sociale, che quando siamo governati da stranieri è difficile stare bene. Ci saranno stranieri più bravi ed altri più severi, ma sempre stranieri saranno. La doppia delusione del 1799 - per i filofrancesi e per i filoaustriaci - non fu inutile per creare un embrione di coscienza nazionale nei nostri antenati.

Scrive Stefano Pratesi: “In alcune realtà iniziò … a formarsi in questi anni una vaga e ancora primitiva coscienza politica popolare, che denotava l’emergere di una nuova consapevolezza della propria importanza politica e “militare”. Sta proprio qui il risvolto, meno visibile ma non per questo meno importante, del “Viva Maria”, nella dimostrazione cioè che il “popolino” cominciava a prendere coscienza del proprio peso nelle vicende pubbliche”.

Stuzzicante e da approfondire, anche la singolare ipotesi di Franco Cardini: “Non è certo casuale se proprio in Toscana e in Romagna, teatro di insorgenze popolari molto radicali, si è fatto strada nei due secoli successivi un radicalismo anticlericale, socialista o anarchico: la delusione successiva ai moti e la diffidenza per sacerdoti e nobili debbono aver avuto in ciò il loro peso”.

Penso che sia in qualche modo ricollegabile all’insorgenza del “Viva Maria” ed all’attaccamento ai Granduchi della famiglia Lorena, dimostrato in più occasioni dai popolani della Valdichiana, la sommossa che ci fu a Policiano ed in altri paesi vicini nel marzo 1849, in occasione della Repubblica Toscana e che portò quasi duemila persone a Castiglion Fiorentino, per restaurare l’arme granducale.

Dopo il Viva Maria, fu così universalmente attribuita all’intervento della Madonna del Conforto, la difesa di Arezzo e del suo territorio, contro gli invasori stranieri, al punto che 150 anni dopo, durante l’ultima Guerra Mondiale - come ci ha testimoniato Enzo Droandi, allora giovane staffetta - i partigiani alla macchia cantavano la strofa dell’Inno “Bianca Regina Fulgida”, là dove il testo dice: “Per Te se ostile esercito calpesta il nostro suolo, Vergine un Grido solo: Vittoria e Libertà!”.

Del Viva Maria di Arezzo sono rimaste anche le migliaia e migliaia di documenti, conservate nei vari archivi e biblioteche; quei documenti che hanno “abbagliato” il prof. Paolo Pastori durante le sue lunghe ricerche: “… abbagliato e confuso dalla forte luce di libertà e di autonomia che – diversamente da quanto avvenne in Firenze, ormai devitalizzata dal dispotismo granducale -, ancora promana da quelle carte, da quei ricordi di eventi tanto drammatici e vissuti con tanta decisione da risultare eroici”.

Santino Gallorini

 

FOTO

1 - Proclama del Generale Annibale Sommariva, Comandante delle truppe austriache in Toscana, dato in Arezzo, il 17 ottobre 1800. Invita gli aretini a porre in lui “l’intera fiducia”, lui conosce l’arte della guerra e lui sa come difendere la Toscana. Il giorno dopo, mentre arrivano i Francesi, fuggirà da Arezzo, senza combattere, lasciando sola la città.

2 - Il Bastione del Belvedere, minato dai soldati francesi il 26 ottobre 1800.

3 - Particolare degli affreschi di Piero della Francesca, in San Francesco. Gli accertamenti, preliminari al restauro, hanno messo in luce i fori delle pallottole sparate dai soldati francesi.

4 - Una pagina del Libro dei Morti della Fraternita dei Laici, con alcuni degli uccisi dai francesi, il 19 ottobre 1800. (Foto di Antonio Bacci)

5 - Pietro Guadagnoli, frontespizio del “Breve Ristretto Istorico di Notizie sopra il Saccheggio della Città d’Arezzo …”.

 

 

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