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Della Colonia Arcadica dei Novoli

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Della Colonia Arcadica dei Novoli

 

Contrariamente agli amici Cinelli e Bigi, io non ho nemmeno per sbaglio pensato di leggere, men che meno studiare, il Piano paesistico della Regione Toscana. Non sono più furbo di loro, ho solo più pregiudizi, che però trovano regolarmente conferma quando si tratta di pianificazione regionale. Infatti quanto ci hanno loro raccontato su questo giornale ha di gran lunga superato, in perversione pianificatrice, ogni mio più malevolo e censurabile preconcetto.

La dichiarazione rilasciata poi dall’assessore Marson il giorno di ferragosto alla Nazione, nell’articolo sui vignaioli del Brunello, inferociti perché temono che nelle loro preziosissime vigne si voglia fondare la nuova Colonia Arcadica dei Brunelli, con prati e pecore non metaforici, in quanto “non in linea con i caratteri del paesaggio toscano”,  è addirittura degna di una approfondita esegesi e la riporto integralmente:

Le vigne fanno parte del paesaggio toscano. Altra cosa sono però i nuovi impianti estensivi che hanno cancellato luoghi da sempre trattati con mosaici colturali complessi. Poi c’è la potenziale criticità idrogeologica. Ricordiamo che oltretutto il Pit raccoglie direttive, non prescrizioni. E adesso siamo in una fase di osservazione. Ci sono due rischi concorrenti che vogliamo evitare: abbandono delle aree marginali e le trasformazioni che non tengano in conto la natura dei luoghi”.

Dunque le vigne fanno parte del paesaggio toscano, e su questo siamo d’accordo. Ma le vigne non sono nate spontaneamente grazie all’impollinazione, sono frutto del lavoro dell’uomo il quale le coltiva secondo le conoscenze del tempo, in base al sistema economico-sociale dell’appoderamento, con le tecniche a disposizione al momento e alla fine del ciclo annuo, raccoglie l’uva per produrre il vino. Si potrebbe ragionevolmente pensare che sarebbe bene ne venisse prodotto parecchio meno, non per la decrescita felice che sembra piacere ai nostri graziosi Arcadi pianificatori, ma in modo che venisse loro a mancare qualche fiasco di troppo quando si riuniscono per i loro convegni pianificatori. Purtroppo la preziosa bevanda svolge un ruolo economico e culturale troppo importante, quindi bisogna allo stesso tempo produrne tanto e buono, però mandandone poco a Firenze. Potrebbe essere questa una scelta dirigistica di salute pubblica da inserire nel Pit. Prendere nota per una osservazione.

I nuovi impianti, dice l’assessore, hanno cancellato i “mosaici colturali complessi”. E’ un dato di fatto purtroppo. Ma l’assessore Marson pensa forse di reimpiantare i filari di viti maritate con i fondi europei e poi farli coltivare a cooperative di giovani che per sopravvivere dovrebbero  avere sussidi dall’Europa, o dallo stato o dalla regione, cioè con nuove tasse e soldi nostri? Se si pianifica, che si pianifichi tutto, anche l’economia, con un bel piano quinquennale, e si dica da dove dovrebbe provenire il reddito con la maglia fitta. Ah già, i piani quinquennali li hanno già fatti anni fa ed è finita come sappiamo.

Poi c’è il “potenziale rischio idrogeologico”. Qui l’argomentazione sale di tono e si colloca sul piano filosofico: il rischio è aristotelicamente in potenza o in atto? Ora il rischio, in quanto situazione di non certezza, sembrerebbe essere sempre in potenza, come dice l’assessore. Sembrerebbe, ma potrebbe essere anche diversamente, perché il rischio in potenza significa che c’è la possibilità che si passi da una situazione di non rischio ad una situazione di rischio. Quando siamo in una situazione di rischio abbiamo il rischio in atto. Ma il rischio in atto non è il dissesto idrogeologico in atto, è la possibilità che il dissesto passi da una fase di potenza ad una fase di atto. Insomma, per non ingarbugliarsi troppo, quella del rischio idrogeologico mi sembra buttata là tanto per introdurre la categoria “catastrofe” nel discorso, che fa tanto TG dell’ora di cena, per drammatizzare e cercare di portare acqua al mulino del Pit.

Ci avviciniamo alla fine e adesso, per atterrare più morbido dopo l’acrobazia della “catastrofe”, quasi rendendosi conto di aver sparato con un cannone ad una mosca, si blandisce il popolo partecipativo (o partecipante, chissà, siamo sempre alla potenza e all’atto) dicendo che tutto sommato ci sono le osservazioni, se ne può parlare, sono solo indicazioni mica prescrizioni. Insomma, quasi una esercitazione accademica, un trattato sul paesaggio, abbiamo scherzato un po’, voi fate le vostre osservazioni che noi a fare come ci pare siamo sempre in tempo. Dopo le elezioni però, perché prima si fa anche in tempo a togliere l’incomodo.

Il finale torna ad essere filosofico. Non l’aut aut kierkegaardiano ma l’et et hegeliano. E mi sembra pure giusto.

Anch’io ho scherzato, evidentemente, e l’assessore non me ne vorrà. Mi sarebbe piaciuto in vero affrontare il tema in maniera più seria. Mi sarebbe piaciuto approfondire il tema della modernità e dell’anti-modernità in relazione alle trasformazioni del paesaggio. Io che, per molti versi, ho sviluppato una forte opposizione alla modernità di origine illuminista, che tende all’astrazione assoluta ed esclude la materia e la natura dal proprio orizzonte, dovrei essere portato a dire che sì, la maglia fitta va conservata punto e basta, allo stesso modo come deve essere conservato un edificio storico importante. Il pianificatore, invece, che per natura tende a decidere astrattamente sulla vita del territorio, fregandosene bellamente della vita di chi lo abita, quando non tende, al pari delle grandi ideologie del novecento, a creare l’uomo nuovo che si deve adattare ai suoi (del pianificatore) desideri, dovrebbe fregarsene della maglia fitta e dato che la tecnica lo permette, dovrebbe aspirare a spianare ogni cosa guardando l’aspetto più produttivo.

Mi sarebbe piaciuto provare a ragionare seriamente su questa contraddizione ma, prendendo troppo sul serio l’argomento mi sarei sentito come Vannino Chiti e C. con la riforma della Costituzione: discutiamo in maniera approfondita affinchè nulla cambi. Quindi, sarà per un’altra volta

 

 

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