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Disturbi mentali: lavorare si può (e si deve). Ad Arezzo parte il progetto “Utente facilitatore”

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Disturbi mentali: lavorare si può (e si deve). Ad Arezzo parte il progetto “Utente facilitatore”

La storia (raccontata da se stessa) di chi ce l’ha fatta

 

Sebbene il lavoro sia riconosciuto a livello internazionale come veicolo per la riabilitazione di chi soffre di un disturbo mentale, solo il 19% dei pazienti ha un posto di lavoro, rispetto al 65% della popolazione generale. Il corso prende il via lunedì prossimo con 17 persone.

AREZZO -  Pregiudizio e stigma sociale compromettono, ancor più della crisi economica, l’inserimento lavorativo delle persone affette da disagio psichico, nonostante esso rappresenti a tutti gli effetti una parte importante del percorso di cura. Diverse realtà in ambito regionale e nazionale, infatti, sono impegnate nella realizzazione di progetti formativi incentrati sull’inserimento lavorativo delle persone affette da disturbi mentali, certe dei vantaggi che possono derivare dal reinserimento sociale, sia in termini di qualità della vita del paziente che di costi diretti ed indiretti per quanto riguarda le ospedalizzazioni e la possibilità per i caregiver (principalmente i familiari) di dedicare meno tempo alla cura del malato e recuperare la propria vita lavorativa, spesso abbandonata.

La Asl 8 di Arezzo ha dato vita ad un importante Progetto di formazione per l’Utente Facilitatore, realizzato con la collaborazione di Perfomat S.r.l. e il supporto incondizionato di Roche S.p.A., nato con l’intento di favorire l’inserimento nel mondo del lavoro di utenti con problemi di salute mentale, grazie all’acquisizione di competenze specifiche e spendibili.

“Oggi la cura del paziente con patologie mentali – commenta Enrico Desideri, Direttore Generale della Asl 8 Arezzo - non può più limitarsi alla gestione dei sintomi più fastidiosi ed evidenti. L’approccio moderno si basa sul considerare il reinserimento lavorativo e sociale quale parte integrante della cura con l’obiettivo di condurre i pazienti verso il ripristino della funzionalità normale. Si tratta di percorsi a lungo termine che richiedono risorse e competenze che il settore pubblico, da solo, non può sostenere e che traggono notevoli benefici dalla collaborazione con il settore privato ”.

Gli interventi di occupazione assistita possono produrre sostanziali risparmi e ridurre il rischio di ospedalizzazione, riducendo dunque i costi diretti a carico del Servizio Sanitario. “Sono ormai noti gli effetti benefici legati al miglioramento della sintomatologia sul processo di recupero della malattia mentale associati all’occupazione degli utenti psichiatrici stabilizzati attraverso trattamenti adeguati - afferma Giampiero Cesari, Responsabile della  Salute Mentale Adulti, Distretto di Arezzo – Un aspetto importante è l’acquisizione di competenze specifiche utili a trovare e mantenere un lavoro. Esperienze nazionali ed internazionali di programmi di training e addestramento delle abilità sociali e l’inserimento supportato nel mondo del lavoro, rappresentano degli interventi di eccellenza e di provata efficacia nell’inserimento sociale dei pazienti con malattia mentale e aiutano ad abbattere il pregiudizio che offusca l’accettazione da parte della società di questo gruppo di persone”.

Non solo vantaggi sul contenimento dei costi diretti, ma anche benefici su quelli indiretti legati ai condizionamenti che intervengono sulle persone che si prendono cura del paziente psichiatrico. “Si tratta il più delle volte di familiari costretti a modificare il proprio stile di vita in funzione della persona malata – afferma Dorinta Cocca. dell’Associazione Vivere Insieme – Molti riducono le ore di lavoro o abbandonano il proprio impiego per mancanza di tempo. Progetti come questo rappresentano una speranza per tutti coloro che vivono con una persona affetta di disturbo mentale, un ritorno alla vita per il malato e per i propri cari”.

Per questo motivo la Asl 8 ha deciso di sviluppare un progetto rivolto agli utenti del Dipartimento di Salute Mentale (DSM) per favorirne realmente l’inserimento lavorativo, tenendo in considerazione le attitudini dei pazienti stessi, il fabbisogno locale in ambito lavorativo e la possibilità che gli utenti possano contribuire attivamente nel processo di cura di altri utenti afferenti alla struttura.

Inizierà lunedì la fase formativa di 244 ore, suddivise in lezioni teoriche (120 ore), supporto all’apprendimento individualizzato (24 ore) e tirocinio (100 ore) nell’ambito delle strutture che costituiscono il Dsm (strutture ambulatoriali, di ricovero, strutture residenziali e semiresidenziali). Il corso è rivolto ad un gruppo di 17 utenti ed è finalizzato alla creazione della figura del Facilitatore Sociale, che potrebbe essere impiegata in forma di volontariato e retribuita in attività di sostegno ad altri utenti che afferiscono al Dsm di Arezzo.

“Dopo le prime esperienze di formazione-azione, come quelle organizzate a Pisa e La Spezia, possiamo dire oggi che il facilitatore svolge un importante ruolo di mediazione rispetto agli altri pazienti – dichiara Diana Gallo, Presidente Associazione L’Alba e docente Performat - Li aiuta, infatti, ad usufruire con fiducia delle opportunità di cura e a comunicare con sincerità i proprio reali bisogni ai medici, cosa che spesso risulta difficile a causa delle barriere legate al rapporto medico-paziente, spingendoli così ad essere al centro della cura per riappropriarsi del proprio percorso di vita. La professionalità che si acquisisce rappresenta inoltre un esempio costante per l’utente stesso del fatto che è possibile guarire e di quanto sia importante auto-determinarsi attraverso la riattivazione delle abilità sociali e la ricostruzione di una rete amicale.”

L’Utente Facilitatore ha la funzione di una vera e propria cerniera tra i servizi sociosanitari e il contesto sociale dell’utente: forte dell’esperienza diretta delle difficoltà che si possono incontrare quando si riprende a lavorare dopo e durante un disagio mentale, è in grado di accompagnare gli altri pazienti nel loro percorso di inserimento lavorativo, facendo un’attività di tutoraggio per valorizzare e potenziare le capacità del singolo.

Il progetto, oltre a favorire l’instaurarsi di un circolo virtuoso che pone il paziente al centro, potrà determinare più ampie ricadute sociali ed economiche: lo sviluppo e l’avviamento di un intervento di questo tipo potrà determinare in futuro il mantenimento dell’attività assistenziale dell’utente facilitatore mediante la creazione di Cooperative e/o il coinvolgimento di enti pubblici o associazioni.

Nella sola provincia di Arezzo, in condizioni più o meno avanzate, ci sono quasi 3.500 persone affette da schizofrenia, la gran parte delle quali, se inserite in percorsi diagnostici e riabilitativi, possono uscire da questa loro condizione patologica con forti ricadute di tipo sociale. 

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La storia (e l’insegnamento) di Federica Fabbriciani

Mi chiamo Federica e questa è la mia storia.

Tutto è iniziato il 27 Luglio del 2000: ero in vacanza in Sardegna con il mio ragazzo e, non so per quale motivo, il mio cervello è andato in tilt. Molti hanno pensato all’eccesso di droghe e alcool, ma per me è stato il mio cuore che non ha retto il dolore di una vita che ormai si era spezzata.

Il mio primo ricovero è stato il 30 Agosto del 2000 e mi ricordo solo la disperazione negli occhi degli altri e io che non capivo cosa realmente mi stesse succedendo.

Uscita dall’ospedale ho iniziato il mio percorso che è durato anni: anni bui, senza vittorie, solo dolore che si univa ad altro dolore: problemi con l’alcool, problemi di lavoro, problemi in famiglia, nonché, smesso e ripreso decine di volte con la cura: pensavo di guarire smettendo di prendere le medicine.

La mia svolta, che ha dato l’inizio alla mia strada per la guarigione, è stato il Settembre del 2005, quando per l’ennesima volta ho smesso di prendere le medicine: i miei questa volta non hanno detto una parola e insieme al mio medico, il Dottor Cesari, hanno deciso per un trattamento sanitario obbligatorio: il 23 Gennaio 2006 mi hanno ricoverato in SPDC, il reparto psichiatrico di Arezzo.

Per 33 giorni sono restata lì dentro con l’unica speranza di uscire e di tornare a casa, ma quando ho preso la decisione di uscire, i miei non mi volevano a casa. Sono andata a vivere in via Curtatone nella residenza comunitaria per ragazzi che hanno i miei stessi problemi.

Sono stati dei mesi bellissimi: finalmente amata e coccolata da tutti gli operatori, ma anche il mio dovere quello di finire l’Università. In comunità ho dato il mio ultimo esame e poi sono tornata a casa. Ma le cose non andavano ugualmente bene con i miei genitori. Ma nonostante tutto, grazie all’SPDC e alla comunità ho deciso in quel momento di prendere in mano la mia vita e di lottare con le armi che avevo, insomma di gestirmi la malattia da sola. Incompresa e non capita, presa la forza, ho iniziato a cambiare la mia vita attraverso il dialogo e le parole, ma le cose non cambiavano e non funzionavo lo stesso.

Il 19 Aprile del 2007 ho discusso la tesi e con il massimo che potevo prendere mi sono Laureata, ora sono Dottore Magistrale in Lettere. Ma purtroppo la mia situazione familiare non è cambiata anzi con il tempo è peggiorata. Io sono buddista dal Maggio del 2002, essere buddista significa letteralmente prendere completamente in mano la propria vita: il 5 Gennaio del 2008 ho preso una borsa piena di vestiti e sono andata via da casa dei miei, con la promessa che ho fatto di fronte a me stessa di non tornarci mai più.

Dal 2008 ad oggi le cose sono molto cambiate nella mia vita, grazie alla mia forza di non arrendermi mai di fronte a niente. Ho cambiato veramente e profondamente la mia vita e le lotte per la mia libertà sono state tante e alcune anche senza tregua e altre sono ancora in atto.

La prima vera lotta è stata relativa alle terapie: ero controllata da tutti nel prenderle: ho acquistato con il tempo la fiducia di tutti: dottori, operatori e della mia famiglia, per poter gestire e prenderle da sola. Ho anche lottato tanto per la diminuzione dei farmaci, adesso ne prendo uno solo.

Grazie al Buddismo ho determinato di cambiare la mia vita: ho accettato l'aiuto degli altri e le opportunità terapeutiche e riabilitative che mi venivano offerte e quindi ho iniziato un percorso riabilitativo finalizzato al lavoro presso l'Accademia Britannica Toscana. Grazie alle capacità che ho dimostrato e al supporto degli operatori del Dipartimento di Salute Mentale di Arezzo, alla fine, dopo un tirocinio formativo della Regione Toscana, sono stata assunta. Il lavoro rappresenta per me un punto fermo nella mia vita.

Ho lottato per anni per questo: per la normalità e per essere felice ugualmente nonostante i farmaci, le terapie e la paura. La paura di essere ancora giudicata per il mio problema, la paura di sentirmi  male, la paura di sentirmi ancora sola.

Adesso non mi sento più sola. Anche perchè in questo lungo percorso ho incontrato persone che mi hanno aiutato: ho capito grazie ai dottori, agli operatori e soprattutto grazie alle persone a me più care che una possibilità va data a tutti. Un solo motto mi ha portato avanti in questo percorso NON ARRENDERSI MAI di fronte a niente, soprattutto di fronte a se stessi.

Grazie, Federica

 

 

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