Prima Pagina | L'opinione | 1° Barbini, 2° Conti, 3° Marson: tre assessori, tre leggi urbanistiche. Che la grande ipocrisia vada in scena.

1° Barbini, 2° Conti, 3° Marson: tre assessori, tre leggi urbanistiche. Che la grande ipocrisia vada in scena.

By
Dimensione carattere: Decrease font Enlarge font
1° Barbini, 2° Conti, 3° Marson: tre assessori, tre leggi urbanistiche. Che la grande ipocrisia vada in scena.

Questa nuova filippica contro la Regione - ma è bene mettersi nella disposizione d’animo che non potrà e non dovrà essere l’ultima - richiede una premessa, affinchè i non addetti siano informati sui fondamentali.

 

 

La Giunta regionale toscana ha approvato l’ennesima legge urbanistica, e oggi c’è stato un incontro a Firenze in cui l’assessore Anna Marson ha illustrato e difeso i contenuti della legge. Dal 1995 ad oggi, questa sarebbe la terza  legge. Ogni assessore che si è succeduto dal 1995 ha prodotto la sua. Dico sarebbe la terza perché ancora deve essere approvata in Consiglio regionale, quindi ancora è teoricamente possibile una bocciatura o una radicale modifica. Quelli che la sanno lunga dicono però che tutto sia già deciso e poco o niente potrà cambiare. C’è chi nutre ancora qualche speranza, ma l’impressione avuta oggi al convegno è che abbiano ragione quelli che la sanno lunga. Dall’opposizione ho sentito solo frattaglie, segno che c’è il benestare. Sarà meglio il benestare o un passivo disinteresse?

Nella relazione di accompagnamento c’è un punto squalificante, che si riflette su precise scelte nella legge, in cui si parla di “cattura del regolatore”, dove il regolatore è il Comune e la cattura è una metafora che sottintende il soggiacere del Comune agli interessi privati. Quindi la Regione, ritenendo i comuni corruttibili, o meglio corrotti, dato che si cambia la legge vigente che è ritenuta evidentemente criminogena, ha deciso di metterli sotto tutela avocando a sé le decisioni principali, sia in fase preventiva, scrivendo subito cosa non si può fare, sia in fase gestionale, prevedendo forme di niet alle scelte che i comuni faranno.  Fine della informativa.

Una legge urbanistica come quella proposta, ma già in buona parte come quella precedente e quella vigente, prima di essere ciò che dichiara di essere, cioè uno strumento per salvaguardare il territorio regionale e per regolare lo sviluppo delle città, è uno strumento politico che sottende una visione del mondo e della società, un sistema di regolazione del potere, una concezione dei rapporti tra governo e cittadini e tra stato e cittadini.

Ed è proprio da questo punto di vista che questa legge deve essere giudicata e valutata, essendo l’aspetto così detto specialistico assolutamente secondario,  fuorviante e illusorio. Puro fumo negli occhi utile a sviare il discorso dal tema vero. E se anche volessimo entrare nel merito, non ne uscirebbe meglio.

Questa legge, unita agli altri innumerevoli strumenti legislativi vigenti o in formazione, tende ad essere un piano regolatore di un’area vasta quanto l’intera Toscana e quindi va contro la cultura e l’identità delle singole comunità, le nega addirittura programmaticamente, dichiarandone apertamente l’incapacità di sottrarsi alla forza degli interessi privati e perciò bisognose di tutela legale e culturale. Quasi che la regione non trattasse a livelli alti, addirittura a livello europeo, con i soggetti che rappresentano ”interessi di parte”, poteri ben più forti, strutturati e spesso globali di quelli locali con cui si confrontano i comuni. Che dire, ad esempio, del settore energetico, l’eolico in particolare, o del settore delle multi-utilities dell’acqua e dell’energia, dove tutto è regolato a Bruxelles e dove i comuni, e soprattutto i cittadini, rimangono realmente “catturati”? Quasi che la regione non si occupasse dei grandi interventi edilizi, quelli dei grandi centri commerciali con i grandi gruppi. Ma evidentemente essa ritiene di poter tenere testa a questi gruppi e di non essere catturata. Sarà, ma i centri commerciali non mancano di sicuro in Toscana. E, per inciso, questi costituiranno eccezione al “consumo di suolo”. Le case lo consumano questo suolo, i centri commerciali e le aziende sembra di no o un po’ meno. A me sembra sempre lo stesso copione: forte con i deboli, debole con i forti.

Esiste poi una differenza sostanziale tra regione e comuni: gli amministratori comunali, tutti indistintamente, sono scelti dai cittadini, con nomi e cognomi, e ad essi rispondono direttamente a fine mandato, mentre i consiglieri regionali, tutti indistintamente, sono nominati. La regione toscana ha inventato il porcellum , e non è quindi facilissimo ergersi a maestri di etica. Quanto è più legittimata un’amministrazione comunale a prendere decisioni per la propria terra da un sistema in cui è possibile un continuo scambio e confronto tra elettori ed eletti! E quanto è più lontana dagli elettori la regione! Molto più del governo centrale, che è sempre sotto i riflettori e la pressione dei media.

Questa legge, nell’immane e vano sforzo di un governo perfetto, guidata da un esprit de geometrie, tende, e non potrebbe essere diversamente,  all’omogeneizzazione e alla standardizzazione delle scelte, e così le differenze invece che risaltare si attenuano. La vita e la bellezza delle città nascono dalle differenze, dalla peculiarità dei caratteri distintivi e diversi, ma queste diversità si vogliono annullare se Cortona e Cecina, Montevarchi e Poppi, Anghiari e Bientina dovranno rispondere alla stessa norma urbanistica e perfino edilizia; attraverso  il regolamento edilizio tipo, caso più semplice ed evidente, ma anche quando la legge stabilisce la regola generale di evitare il “consumo di suolo” fuori dai perimetri delle aree non urbanizzate. Non ha alcun senso giudicare questa regola in linea di principio, per il fatto che non c’è un principio assoluto, ci sono moltissime realtà e situazioni diverse meritevoli di essere analizzate e valorizzate nelle loro diversità e peculiarità. Il consumo di suolo, inoltre, non esiste, esiste un uso del suolo, buono o cattivo. E’ stato buono fino ad una certa epoca storica, è stato distruttivo dall’inizio del secolo scorso in poi. Cioè dalla formalizzazione della “cultura urbanistica” omologante, fatta di principi generali e assoluti partoriti dalla mente di pochi in danno di tutti; dall’inizio della pianificazione come concetto che lega  la forma del territorio, all’economia, all’organizzazione della società in ogni suo dettaglio, in una visione folle di cui deve essere svelata la falsità e l’inganno. Lo sapranno i cittadini che esiste un articolo della vigente legge il cui titolo è: “Governo del tempo e dello spazio urbano e pianificazione degli orari della città”? Non sembra forse il nome di un Ministero in un film di fantascienza  in cui un tiranno folle vuole dominare il mondo?

Pianificare significa annullare la capacità di scelta delle comunità a vantaggio di un potere centrale. Pianificare risponde alla logica di abituare i cittadini al fatto che il potere centrale (regionale in questo caso) è indispensabile perché senza stato niente può avere reale valore. E’ lo stato, tramite l’architetto-pianificatore-demiurgo, portatore di verità, e non il cittadino, che legittima le scelte urbanistiche ed edilizie. Ma l’aspetto grottesco è poi che, a fronte di queste bellicose e retoriche intenzioni pianificatorie, città e territorio sono sempre peggiori, sono sempre più fragili, sono sempre meno attraenti e più invivibili. Perché? Perché nessuno ha il potere reale di governare processi così complicati come quello insediativo e dell’abitare e, fino a quando non è entrata in uso la disciplina dell’urbanistica, le città si sono sempre sapute regolare da sole. Basta guardare i nostri centri storici.

Non si pensi di liquidare questo ragionamento derubricandolo nell’ambito del mondo protestatario dei comitati, spesso guidati da interessi particolaristici di tipo personale di cui in Toscana abbiamo esempi fulgidi (una lottizzazione disturba la veduta dalla villa di un intellettuale de’ sinistra, una strada di interesse nazionale passa nei terreni di una nobil donna) o di una improbabile e fantasiosa forma di democrazia diretta, perché è ovvio dover riconoscere e auspicare un livello decisionale (vero ed efficace) di scala superiore, in ordine alle scelte infrastrutturali o di individuazione di aree e territori che necessitino di particolari attenzioni e rispetto, per le ragioni più disparate. Ma oltre pochi casi, tutto il resto è questione di potere e di controllo sulla società e sulle sue istituzioni senza alcun risultato che non sia imbrigliare le scelte delle comunità e dei cittadini.

Adesso cosa accadrà? Accadrà che i comuni dovranno spendere una montagna di soldi per rifare i piani – e poi dicono che lo stato li strozza – accadrà che ci sono comuni come Firenze che è fermo al Piano strutturale e quindi non ha ancora murato un mattone con le leggi urbanistiche regionali, nemmeno con quella del 1995. Ma dovrà ricominciare daccapo, dopo aver buttato al vento qualche milione di euro, e buttarne al vento altri milioni. Se pianificare è legare le scelte al tempo, mica male come risultato! Accadrà che politici e funzionari faranno le madonne pellegrine per congressi a pavoneggiarsi per avere bloccato il “consumo di suolo”, non immaginando, o non dicendo, che il mercato ci aveva pensato già da solo.

 

Che la grande ipocrisia vada in scena.

  • Invialo ad un amico Invialo ad un amico
  • Versione stampabile Versione stampabile

Vota questo articolo

0