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FESTA DI LAUREA (PUPI AVATI, 1985): QUANDO L’ITALIA SAPEVA SOGNARE

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FESTA DI LAUREA (PUPI AVATI, 1985): QUANDO L’ITALIA SAPEVA SOGNARE

 

“Spiega a tuo padre cosa vuol dire un miracolo come questo in una famiglia: LAUREARSI. Non DIPLOMARSI, LAUREARSI”. Siamo nell’Italia del 1950: la guerra è finita da poco, gli americani se ne stanno andando, a poco a poco sta emergendo il cafonal del miracolo economico, la borghesia (non più intimidita dalla “reazione antifascista”) sta riemergendo, e si sta riaffermando come arbitra di relazioni sociali e delle buone maniere. C’è una villa, abbandonata e diroccata, vicino al mare sulla costa emiliana adriatica (tra Volano e Comacchio), allora molto povera, eppure fascinosa e selvaggia: una villa da riportare ai fasti di un tempo, dopo che i bombardamenti, la guerra e il caos successivo l’avevano resa “terra di nessuno”. C’è una Signora, Gaia (la fascinosa Aurore Clèment), di buonissima famiglia bolognese, che ha un ricordo indelebile della festa di laurea e delle luci che, a sorpresa, amici e ammiratori fecero accendere per lei nella landa di boschi e campagna attorno alla villa (forse le uniche vere luci della sua vita). E’ c’è Vanni (Carlo delle Piane), il butterato ex-domestico di Gaia, già tra i principali animatori della festa di laurea della padrona, che viene ingaggiato da Gaia per organizzare la festa di laurea della figlia: proprio nella villa al mare come la madre.

Gaia e Vanni, i protagonisti, pure diversissimi per estrazione sociale, sono uniti da un comune destino, sono dei vinti. Lui è uno Zio Vanja in salsa emiliana (di qui, forse l’assonanza del nome, Vanni): coltiva per anni una dedizione nella padrona di cui per errore (e un po’ per vanità) si riteneva oggetto di attenzioni particolari (per un bacio scoccato il 10 giugno 1940, da lui equivocato come gesto di amore e non di esaltazione per l’intervento in guerra dell’Italia) e si avventura in un’impresa faticosa, che non gli rende nulla, e che lo copre solo di ridicolo (organizzare una festa di laurea per una ragazza che poi si scopre aver falsificato gli esami). Gaia, pure dietro la maschera burbanzosa e pimpante della buona borghesia, è in realtà un personaggio triste e in declino, che vive di ricordi e glorie passate come Amanda nello Zoo di Vetro di Tennesse Wiliams. Forse lei lo sa che la figlia non avrebbe potuto laurearsi, eppure lascia che Vanni organizzi la festa. Ma c’è un patto segreto che unisce i due e lui lo sa: la festa è un (segreto) regalo d’amore per lei; il regalo di un vecchio e instancabile ammiratore, regalo che lei ha sollecitato, in una vana, quanto illusoria pretesa di fermare il tempo.

Nella parabola di Vanni e Gaia, dei due vinti, il film Festa di Laurea di Pupi Avati (non il miglior film di Pupi Avati), nella caratteristica sensazione di sospensione tra realtà e sogno (la laurea spacciata per vera, il ricordo del bacio scambiato da lui per amore ….), restituisce lo “spirito di un epoca”, dell’Italia del “miracolo economico”: c’è il cafonal ridicolo della sua piccola borghesia, che vive di riti, di demeriti spacciati e celebrati per meriti (la festa per la laurea che non c’è!), ma c’è la tenace volontà di sogno (e di illusione) dei piccoli, come Vanni, oppressi dalla vita quotidiana e dai loro problemi, ma che continuano a sognare, aldilà delle illusioni che patiscono.

Sospensione tra sogno e realtà, che è la cifra in Avati di una coscienza critica dei suoi anni. Una coscienza che oggi manca al cinema e alle fiction italiane, costruite all’insegna dell’ipocrita “come si stava meglio allora”, frase che Avati tenacemente rifugge. Il “sognatore” di Avati non è lo spettatore superficiale di oggi che ama “auto-mistificarsi” sui “bei tempi” andati, ma è il personaggio che come Vanni-Vanja sa pagare caro sulla sua pelle il prezzo delle proprie illusioni.

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