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LIMITAZIONE ALL’USO DEL CONTANTE, CONFCOMMERCIO TIENE ALTA LA GUARDIA

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LIMITAZIONE ALL’USO DEL CONTANTE,  CONFCOMMERCIO TIENE ALTA LA GUARDIA

Dopo la proposta avanzata dal ministro Saccomanni di ridurre a 500 euro il tetto massimo per le spese non tracciabili. Il presidente nazionale di Confcommercio risponde all’appello della presidente dell’Ascom aretina Anna Lapini confermando l’impegno della confederazione a tenere desta l’attenzione sul tema, che mette a rischio i consumi interni e l’operatività delle aziende italiane.

 

“Siamo impegnati ad effettuare ogni sforzo affinché venga mantenuta la massima attenzione sul tema dell’utilizzo del denaro contante, che è di particolare rilevanza per i settori che la Confcommercio rappresenta”. Il presidente nazionale della Confcommercio Carlo Sangalli risponde così all’accorato appello che la presidente dell’Ascom aretina Anna Lapini gli aveva rivolto all’indomani della proposta avanzata dal Ministro Saccomanni di ridurre a 500 euro la soglia massima per l’uso dei contanti nelle transazioni commerciali.

“Un favore fatto solo alle banche, che non sposta di una virgola i problemi legati all’evasione fiscale o al riciclaggio di denaro sporco”, lo aveva definito il direttore dell’Ascom Franco Marinoni. E nella sua lettera a Sangalli la Lapini aveva sottolineato “gli effetti depressivi devastanti” che il provvedimento potrebbe avere “sui consumi, e di conseguenza sulle imprese, già duramente provate da questa difficile contingenza economica”.

“Nel corso degli ultimi anni ci siamo dovuti sistematicamente confrontare con drastiche ipotesi di riduzione della soglia per l’utilizzo del contante e di obbligatorietà di impiego di strumenti elettronici di pagamento”, scrive Sangalli alla presidente aretina, “gli attuali limiti continuano a determinare per le nostre categorie rilevanti difficoltà ed una situazione iniqua rispetto agli operatori ubicati negli altri Paesi dell’Unione Europea. Pertanto, una nuova riduzione della soglia determinerebbe ulteriori effetti negativi sull’operatività delle aziende”.

In effetti, anche attualmente la situazione oltre confine è ben diversa da quella del nostro Paese: per esempio, in Svizzera e in Slovenia non esistono limitazioni, mentre in Francia la soglia è molto più alta (3.000,00 euro). Questo ha provocato una fuoriuscita di consumi e spese dai nostri confini, portando profitto ai commercianti esteri e conseguente danno a quelli italiani. Una ulteriore e drastica diminuzione del contante metterebbe così definitivamente fuori gioco  le imprese commerciali italiane.

Lo ha sottolineato anche un altro aretino, Giuseppe Angiolini, che in qualità di presidente della Camera italiana dei Buyers della Moda ha scritto ai Ministri Saccomanni e Alfano per scongiurare l’ipotesi: “sarebbe un colpo durissimo, anche fatale, per molti esercizi commerciali. Già l’importo di mille euro è facilmente raggiungibile e superabile nella distribuzione del lusso, tanto che sarebbe auspicabile un ragionamento inverso. Il rischio che corriamo è altissimo: la chiusura di tante vetrine che rendono vivi e vivibili i centri urbani delle nostre città e il conseguente effetto negativo sull’indotto complessivo”. Angiolini condivide il fine del provvedimento proposto da Saccomanni: “la lotta all'evasione fiscale è importante, ma può essere attuata tramite strumenti diversi, che non abbiano effetti sui consumi e che non rallentino l’arrivo di una ripresa economica che purtroppo tarda a manifestarsi concretamente”.

Degli effetti depressivi sui consumi legati ad un uso limitato del contante ne sanno qualcosa gli operatori del lusso anche a livello provinciale. Roberto Duranti, presidente della Federpreziosi Confcommercio aretina, ne denunciò per primo la portata quando si passò al limite attuale di mille. “Una manovra che a livello nazionale è costata al nostro settore almeno il 20% in meno degli affari, con punte del -30% in alcune aree”, sottolinea Duranti, “dietro non c’è nulla di losco, semplicemente le persone non vogliono essere spiate, tanto meno nei loro acquisti accessori. Qualcuno la sente come una violazione della privacy, è un atteggiamento anche caratteriale che non nasconde necessariamente situazioni scabrose o fini illeciti come l’evasione fiscale o il riciclaggio di denaro sporco”. Proprio per combattere evasione fiscale e riciclaggio, dal maggio 2011 i rivenditori di preziosi, come del resto gli agenti immobiliari, hanno l’obbligo di identificare attraverso appositi registri i clienti che spendono almeno 3.600 euro. “Una decisione nata per un fine giusto, ma attuata al solito con le modalità sbagliate”, commenta Roberto Duranti, “dimostra anche una certa debolezza dello Stato, che evidentemente da solo non riesce a stanare gli evasori fiscali, ma non può neppure confidare solo sugli operatori commerciali trasformandoli in ispettori di polizia. Non so neppure quanto sia costituzionale chiederci di fare i controllori riempiendo moduli burocratici. Non ci dovrebbe competere, il nostro mestiere è un altro”.

Il risultato è stata un’emorragia di potenziali clienti verso i Paesi limitrofi. “Non si capisce perché a livello fiscale debbano esistere così tante diversità in Europa. Non può esserci concorrenza leale finché non si combatte ad armi pari. E le nostre sono spuntate”.

 

 

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