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Il Porcellum: nessuno lo vuole, ma tutti sono terrorizzati dal cambiarlo (anche in Toscana)

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Il Porcellum: nessuno lo vuole, ma tutti sono terrorizzati dal cambiarlo (anche in Toscana)

Roberto Giachetti e il Satyagraha della democrazia. E' ormai al 38’ giorno di digiuno (con tre cappuccini al giorno)

 

 

Il modello di democrazia che vogliamo, piaccia o non piaccia, dipende in gran parte dalla legge elettorale di cui ci siamo dotati, anche se il problema della governabilità esiste ed è reale.

Il Porcellum del famigerato ex ministro leghista Calderoli, è l'esempio più lampante di pessima legge elettorale e i suoi effetti nefasti sono sotto gli occhi di tutti.

Non solo non consente ai cittadini di scegliere e consegna alle burocrazie dei partiti le nomine dei parlamentari, ma nemmeno garantisce la formazione di governi stabili, né tantomeno rappresentativi. Una legge elettorale che ha confinato al minimo assoluto la fiducia nei partiti (solo il 5% dei cittadini dichiara di averne) e contemporaneamente ha regalato loro il  massimo potere nella scelta di chi debba rappresentare i cittadini.

Gran parte dei parlamentari sono stati eletti attraverso il meccanismo della nomina da parte del “padrone”, compresa quella larga parte dei rappresentanti del PD che sono arrivati nella stanza dei bottoni attraverso il voto delle primarie: un ibrido democratico su cui l’influenza dei capicorrente è piuttosto pesante.  

D’improvviso si chiede a codesti rappresentanti di rinunciare a tutti gli anni di sacrifici fatti, anni in cui hanno dovuto ossequiare, leccare, accondiscendere, tollerare, tacere, sopportare e tutto in nome della carriera politica. Ma quando mai… è veramente pretendere troppo!

Anche il M5S (hanno votato la mozione Giachetti per far dispetto al PD, ma solo quando erano certi che nessun altro l’avrebbe fatto) difende il Porcellum a giorni alterni , dopo che con poche decine di voti a testa, scrutinati dalla Casaleggio & C. in nome della democrazia interna, ha stabilito chi sarebbe diventato parlamentare e chi no. Ma affrontare il voto di preferenza, è tutto un altro paio di “zibidei”.   

Ci siamo infilati in un meccanismo perverso da cui non usciremo mai, se non attraverso un forte spinta popolare. La dimostrazione ultima arriva dalla senatrice Finocchiaro, che ha brigato per scippare la riforma della legge alla Camera e avviarla al Senato dove sapeva benissimo che non sarebbe mai partita.  Non una semplice furbizia, ma una chiara scelta politica, precisa, pensata e studiata … per restare fermi. Sempre fermi. Ancora più fermi!  

Ed infatti come volevasi dimostrare: in commissione Affari costituzionali del Senato sono arrivati solo 11 sì: Pd, Sel e Scelta civica. Ben 10 i no (Pdl e Lega), e cinque astenuti, i grillini più il senatore Francesco Palermo del gruppo delle Autonomie. Ma al Senato l'astensione vale come voto contrario, e dunque l'odg è stato affondato. Dal Pdl, che pure professa bipolarismo a ogni piè sospinto, non arrivano spiegazioni convincenti per questo no. «Il doppio turno funziona solo se si vota per una Camera sola, altrimenti si rischia di avere maggioranze diverse nei due rami del Parlamento», spiega Donato Bruno. Lucio Malan la butta sui costi: «Votare due volte sarebbe una spesa enorme, oltre 140 milioni buttati». A parte che i costi sono gonfiati a dismura, si continua scientemente a confondere i costi della politica con i costi della democrazia.

Il Partito Democratico fu fondato in nome di una aperta "vocazione maggioritaria". All'intenzione non è mai seguita una coerente azione e quello spirito iniziale è andato ormai quasi del tutto perduto. Ciò che è mancato è stato coraggio di voltare pagina e di constatare la fine della forma partito novecentesca, una forma partito che ha trasformato i soggetti politici in uffici di collocamento, i politici in professionisti della seggiola ed il tesseramento in un mercato ed i nostri parlamentari, sono oggi terrorizzati dal dover abbandonare un seggiolone costato metri e metri di leccate. Pretendere da loro che riformino la legge che li ha portati fin lì, è cosa quasi impossibile.

La regione Toscana sta mostrando le medesime dinamiche: il documento di indirizzo elaborato nello scorso mese di luglio dal gruppo di lavoro del Consiglio regionale sulla riforma elettorale, prevedeva infatti che entro il 31 ottobre fosse presentata una proposta di legge da portare in Aula, per  poter essere votata entro il 20 dicembre. E cosa è successo? Nulla di nulla. Silenzio di tomba! Non si ode volare una mosca…

Non solo manca ancora un testo su cui confrontarsi, ma vi è anche una forte contraddizione interna al Pd, i cui esponenti, negli incontri pubblici strombazzano di voler fare presto, attaccano il porcellum nazionale accusandolo di summa iniquità (come il presidente Rossi a Badia Al Pino), e quindi di voler far presto a cancellare il Porcellum toscano, ma dall'altro non concretizzano l'impegno a causa di contrasti interni, relativi soprattutto al ripristino del voto di preferenza, che per molti di loro rappresenterebbe la fine dei sogni di gloria e di ogni ambizione politica.

Come se ne esce? Attraverso un profondo ed efficace moto dal basso. Attraverso una azione che rimetta in moto le energie migliori del paese, nel tentativo di cambiare il rapporto tra elettori ed eletti.

Alla fine si tratta di cambiare i partiti, la loro forma, il loro modo di organizzarsi e di interagire con la società. Cambiare i partiti per salvarli da loro stessi e cambiarli in fretta, prima che qualcuno pensi di abolirli.

La scelta dell'adozione del sistema uninominale maggioritario, tralasciamo se ad un turno o a due, anche se il doppio garantisce maggiore equilibrio, ci sembra una scelta obbligata. L'uninominale maggioritario è infatti il sistema che impone il maggior grado di rottura rispetto allo status quo. Impone ai partiti, di modificare le forme di potere stratificato, le camarille interne, i giochini di palazzo, le alleanze trasversali tra correnti, forme inadeguate e superate da tempo e li costringe ad immergersi nella società, recuperando un rapporto che oggi pare perduto.

E' un sistema semplice, che assegna il deputato del collegio al candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti, senza bisogno di complicati calcoli incomprensibili. Ha un forte effetto bipolarizzante, il che risponde alla necessità di fornire all'elettore chiare opzioni alternative, con ulteriori effetti positivi in tema di governabilità. Assegna all'eletto il ruolo di rappresentante del territorio; ruolo, e qui è il bello del sistema, finalmente revocabile a fine mandato.

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