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Il chiusino paesaggistico... e la tecnoburocrazia demenziale

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Il chiusino paesaggistico... e la tecnoburocrazia demenziale

“Dalla giustizia all’istruzione, alla burocrazia, sono principalmente tutte le nostre istituzioni che appaiono arcaiche, organizzate per favorire soprattutto chi ci lavora e non i cittadini, estranee al criterio del merito: dominate da lobby sindacali o da cricche interne, dall’anzianità, dal formalismo, dalla tortuosità demenziale delle procedure, dalla demagogia che in realtà copre l’interesse personale”. Così Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere di domenica 20 ottobre.

 

 

Fotografia realistica della realtà, condivisa da molti altri opinionisti. Apparentemente condivisa anche da molti politici, ma nessuno di essi che compia azioni conseguenti. Quindi, o non l’hanno capito, possibile, o l’hanno capito ma sono favorevoli a questo sistema, probabile.

Per dare corpo a quelle opinioni, porterò un esempio, ovviamente proveniente dalla mia esperienza di architetto, quindi limitata rispetto all’importanza di altre “tortuosità demenziali” in settori certamente più rilevanti economicamente, ma molto più diffusa dato che interessa direttamente molti cittadini.

Commissione paesaggio del Comune di Cortona, di cui faccio parte. Una commissione paesaggio ha il compito di valutare che i progetti da realizzare in determinate aree non contrastino con i valori per i quali esiste il vincolo. Tradotto in italiano, che si armonizzino con l’ambiente in cui essi si inseriscono. Oltre alla commissione paesaggio, questi progetti devono passare anche in Soprintendenza.

Caso di studio: in un edificio unifamiliare in area sottoposta a vincolo paesistico, il proprietario vuole (o forse deve non saprei) effettuare la raccolta dell’acqua piovana proveniente dal tetto. Occorrono dunque dei serbatoi per raccogliere quest’acqua, e il progetto è proprio questo, due serbatoi. Esterni, si penserà: no, interrati, completamente interrati, non si vede un pezzettino che è un pezzettino di serbatoio fuori dal terreno, e neppure è cambiata la morfologia del terreno. Si scava, si calano i serbatoi, si interra, si mettono due chiusini, uno per serbatoio, e tutto è finito. Ecco, i chiusini! I chiusini si vedono,  il paesaggio potrebbe risentirne. Il paesaggio certo subisce una bella modificazione, come una cicatrice sul volto di una persona. Oddio, non è esattamente così, perché il rapporto dimensionale tra due chiusini e l’ambito soggetto a tutela non è proprio lo stesso di un cicatrice rispetto al corpo di un uomo. Però è sempre una modificazione. La legge è legge, va rispettata. E se c’è qualche dubbio che la legge volesse dire proprio questo, nel dubbio, non si sa mai, ci potrebbero denunciare, la responsabilità, il vicino incazzato a cui è stata chiesta la stessa cosa per mettere una persiana, potrebbe configurarsi un qualche reato, sarà meglio seguire la procedura. E comunque la Soprintendenza la vuole sicuramente (così ci viene assicurato). In dubio contra reum, perchè, a scanso di equivoci, il cittadino è sempre reo.

E allora, via con tutti i documenti richiesti dalla procedura: estratti vari del piano regolatore, estratti di planimetrie catastali, relazioni che spieghino l’intervento, che indichino i materiali impiegati, che dimostrino come il progetto (?), dettagliato con piante e sezioni, si inserisca nel contesto senza alterarlo troppo, solo appena appena, ma quasi impercettibilmente e infine, come tassativamente richiesto, le fotografie con l’indicazione delle prese fotografiche e, soprattutto, il rendering con il foto-inserimento!

Cos’è sta roba? E’ una immagine realistica del progetto (in questo caso i due chiusini, essendo il resto ipogeo) inserita nella medesima foto acciocchè sia possibile valutare il confronto tra il prima e il poi, tra l’adesso e il dopo, tra il campo senza due chiusini e il campo con due chiusini, e che si dimostri che la “modificazione” è sopportabile dal paesaggio. Insomma, bisogna rispondere alla domanda: come sarà il paesaggio dopo questi due chiusini?

Sarà esattamente con due chiusini in più, ma con un po’ di soldi in tasca in meno al proprietario di casa, ma anche molti soldi  in tasca meno alla pubblica amministrazione, cioè a tutti noi, visto che quella pratica girerà per gli uffici vari, dalla Soprintendenza al Comune, per diversi mani: il protocollo, il tecnico che fa l’istruttoria, il funzionario che apporrà la firma e vorrà controllare che il tecnico non abbia sbagliato, la segreteria che preparerà il documento di autorizzazione, la commissione paesaggio che un suo pur modesto costo ce l’ha.

Ecco che il verbo: procedure “organizzate per favorire soprattutto chi ci lavora e non i cittadini”, si è incarnato (mi si perdoni il paragone evangelico) nei vari soggetti:

·         il cittadino che vuole il serbatoio: la vittima

·         il tecnico che fa la pratica (progetto è dire troppo): il becchino

·         il funzionario pubblico: il carnefice.

La soluzione al problema? Semplificare le procedure, dicono tutti: mentono a se stessi e agli altri sapendo di mentire. Le procedure non si semplificano, si eliminano e basta. Si toglie il controllo capillare sulla società eliminando le leggi, riducendole all’essenziale, all’osso, a ciò che realmente serve. Si dimentica la parola “pianificazione”. Il resto è demagogia di cui siamo stufi.

Da ultimo: il progetto è stato approvato dalla commissione. Sì, lo so, il massimo sarebbe stato non averlo approvato per contrasto con i valori tutelati, ma quel giorno eravamo in buona, evidentemente.

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