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La strategia del PD aretino: la lungimiranza, questa sconosciuta! (Prima parte)

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La strategia del PD aretino: la lungimiranza, questa sconosciuta! (Prima parte)

Se qualcuno si chiede perché mi interesso di una vicenda che è tutta interna ad un partito politico, la risposta è semplice: perché questo partito determina le scelte fondamentali del nostro territorio.

 

Gli esiti di questa campagna congressuale, che sfocia localmente nel controllo della poltrona di segretario provinciale, è (al momento) fondamentale per il futuro e lo sviluppo della nostra provincia. Non è quindi solo una questione di nomi (e qui viene il bello) e non è nemmeno una questione di programmi, ma anche una questione di prestigio e peso personale.

Primo postulato: il primo compito dei dirigenti di un partito, non è vincere il partito, ma vincere le elezioni. Questo vale per tutti i partiti…

Il segretario uscente ci ha consegnato un Partito Democratico totalmente succube delle camarille regionali. Marco Meacci è una persona per bene, corretto nei limiti del ruolo, e onesto intellettualmente. Ma è stato decisamente troppo prono ai voleri del granduca o quantomeno incapace di opporvisi realmente.

In meno di 5 anni abbiamo visto il nostro territorio spogliato di ogni suo bene, via ogni tipo di azienda comunale, via ogni possibilità di controllo reale su ciò che ne restava, in nome del nuovo mantra nazionalpopolare: l'Area Vasta.

Solo per puro caso non è andata via anche la provincia e tutte le sue appendici giuridiche ed economiche. Adesso almeno la provincia non c'è più, ma le appendici restano! 

Dietro a Marco Meacci, c'è l’unico vero politico locale di un certo spessore, strategicamente e culturalmente: Vincenzo Ceccarelli. Non che sotto la sua stella non si siano visti grossi rovesci. Val la pena ricordare le scelte disastrose più famose: le elezioni comunali aretine del ‘99 e del 2004. Trattato anche lui come il parente povero con le pezze al culo da un PD regionale che ha (o aveva?) il suo core business a Montepasconia, fu escluso nella prima parte della consiliatura dal governo regionale per far posto al senese Ceccobao, decisione presa nella stessa sede dove fu deciso per trattativa privata il governo della Toscana.

Le dimissioni in blocco del PD aretino furono accolte a Siena (Firenze non conta nulla) con risa e schiamazzi che si sentivano da qui. Da un anno invece (ma che coincidenze) Ceccarelli è stato fatto entrare in giunta regionale, marginalizzando lo stesso Ceccobao e lo strappo sta oggi lentamente ricucendosi.   

Questi erano gli accordi pre-elettorali in ordine di importanza, stabiliti dal duo Monaci-Ceccuzzi: Franco Mussari presidente della Banca; Gabriello Mancini (uomo di Monaci) alla Fondazione. La spartizione prevedeva quindi la candidatura a sindaco di Siena di Ceccuzzi (senza primarie) mentre la carica di presidente del consiglio regionale per Monaci. Così fu anche per il presidente della Regione Toscana e sul segretario regionale Pd, i due decisero di votare e far votare all’unisono Enrico Rossi governatore e Andrea Manciulli segretario toscano.

Alberto Monaci ebbe così garantita la poltrona di presidente del Consiglio Regionale.

Ma quando Ceccuzzi sindaco e primo azionista della banca, si trovò ad affrontare la rogna dei miliardi di euro spariti dal Monte dei Paschi, senza riunire la cupola e senza sedersi al tavolo con Monaci, decise di lanciare la ristrutturazione della banca. Chiamò Alessandro Profumo alla presidenza, facendo saltare la vicepresidenza che era stata promessa solennemente al fratello di Monaci, Alfredo (sembra la storia di papa Borgia, ma è solo di qualche mese fa), gettando il PD senese nello sconforto e mandando in fibrillazione la giunta regionale. Il presidente Rossi cominciò a soffrire, cercando di rimediare come meglio poteva.    

Nel frattempo ci sono stati alcuni eventi di straordinaria portata: le primarie 2012 e le elezioni 2013. Le primarie hanno consegnato alla storia la fotografia di una base elettorale in rivolta, proprio nelle regioni da sempre considerate le roccaforti d’Italia: Toscana ed Emilia. Segnale questo che il desiderio di discontinuità sul territorio è evidente.  Non è solo la capacità di Matteo Renzi di proporsi  come alternativo alla linea politica tradizionale che ha catalizzato i consensi, ma soprattutto la sua capacità di incarnare il desiderio di cambiamento: pur di cambiare gli elettori del PD avrebbero votato anche Satanasso.  

In nome della continuità invece si sono affrontate le elezioni nazionali, vero momento di verifica per un partito. La perdita di consenso in pochi mesi è stata un record mai registrato nella storia della Repubblica Italiana, se si esclude la caduta di Bettino e del PSI a seguito di Mani Pulite. Lo smacchiatore ha così deciso di mollare.       

Il PD aretino, cosciente di questo grande movimento della sua base (:-)) e del suo corpo elettorale, ha proposto quale candidato unico a guidare il partito, da eleggersi con votazione bulgara, Massimiliano Dindalini: un cognome, una garanzia! Sgombriamo il campo: Massimiliano è una ragazzo ottimo. E’ intellettualmente onesto, è simpatico, affabile e intelligente. Ma è stato svezzato ed è cresciuto nel partito, è stato giovanissimo consigliere provinciale, poi sindaco della Repubblica di Civitella, quindi presidente (su nomina) della Ferroviaria e poi presidente (sempre su nomina) dei trasporti su Area Vasta per  Tiemme. Adesso obbediente ai voleri del partito di Ceccarelli, si appresta a diventare il segretario provinciale. Onestamente ne ammiro il coraggio: senza una professione propria, sarà bersagliato di critiche. Se non lascia la presidenza di Tiemme (magari a favore di qualche senese che assumerà subito 300 concittadini) verrà messo in croce non solo dalle opposizioni, ma anche dai suoi. Se accetta lo stipendio da segretario provinciale, verrà messo in croce dalla opposizione interna. Ma chi glielo ha fatto fare?

Secondo postulato: alle elezioni l’importante non è partecipare ma vincere. Anche questo vale per tutti i partiti.

Non è difficile prevedere che alle prossime elezioni regionali si preparino grossi spostamenti di voti. Non sappiamo ancora nulla di come saranno organizzate, perché a poco più di 14 mesi dalla convocazione dei comizi elettorali, il Consiglio Regionale si guarda bene dal mettere all’ordine del giorno la revisione della legge elettorale toscana. Il “protoporcellum” è ancora là, nonostante il presidente Rossi, da bravo smacchiatore di cinghiali, pontifichi su Facebook giornalmente, sulla necessità di rivedere il “Porcellum” nazionale. Speriamo che il granduca ce la mandi buona e senza vento. La grande fortuna del PD è che si presenterà alle regionali in un momento di grandissima difficoltà per il PDL e mentre i pentastellati sul territorio non riescono per ora a mietere i consensi delle politiche. Ma è impensabile (secondo me e stante la situazione attuale) riuscire a dribblare il ballottaggio. E come Ceccarelli ben sa, i ballottaggi possono essere pericolosi assai. Dipende tutto da chi sarà il competitor. Se sarà Stefano Mugnai, al posto di Rossi comincerei a prendere qualche sonnifero per dormire...   

Terzo postulato: i dirigenti che guadagnano una catastrofe elettorale, vanno a casa. Dovrebbe valere per tutti i partiti, in tutto il mondo. Ma in Italia per il momento no.

Fine prima puntata.

Nella prossima parleremo dei dirigenti che hanno fallito, del tesseramento al partito, dei candidati che si sono ritirati, del perché lo hanno fatto e delle promesse impossibili: la lungimiranza questa sconosciuta!

 

 

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