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Il Sindaco nella Fontana (10) – Transeat Ultra

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Il Sindaco nella Fontana (10) – Transeat Ultra

 

 

Cari lettori,

se c'è una cosa bella nell'atto di scrivere una storia che è puro frutto della fantasia è quella di farlo nascosti da uno pseudonimo. Uno pseudonimo non scelto da me ma da chi ha avuto il coraggio di pubblicarla.

Ma sapete perché è divertente?

Perché si possono intravedere, nei caratteri di chi commenta il racconto, alcuni tratti che mi sarebbero risultati impensabili e che non si sarebbero mai manifestati se non fossi stato occultato dall'anonimato.

C'è chi fra voi lettori è convinto di riconoscersi "con assoluta certezza" in un personaggio. Il problema è che io non ho mai avuto occasione di parlare con chi è così convinto che io abbia voglia e grazia di citarlo in quello che scrivo. Ma mi piace sapere di descrivere l'esistente pur senza saperlo: in qualche modo mi fa sentire meno alieno.

C'è quello che invece mi ha confidato tutto tronfio il "vero nome" di chi scrive il racconto. Ma non perché lo ha indovinato! No! Perché lo stesso Autore glielo ha confidato. Senza offesa: o frequenti dei gran millantatori o sei un coglione rifinito con l'aggravante di esserlo in perfetta malafede. Detta fra noi sei anche un tantino sfigato: confidarlo proprio al vero Autore è impresa che pochi acciaccatori di cacche riuscirebbero ad uguagliare

Ci sono quelli che devono per forza riconoscere in quello che scrivo il tratto di un Autore famoso sulla base della pura e semplice interpretazione che loro ne fanno. E sarebbe anche bello aver accolto in me la meraviglia di tutte le parole, di tutte  le pagine, di tutti i libri che hanno arricchito la mia vita. Non conosco un solo grande scrittore al mondo che non sia il risultato di tutto ciò che ha letto (cialtroni a parte: quelli che scrivono solo per magnificare il proprio ego e le cui opere sono il risultato di tutto quello che non hanno letto). E allora via a citare tutti gli Autori e tutti i romanzi che avrei plagiato… solo i bulimici della cultura pensano che più se ne cita a memoria più se ne possiede. Quelli a cui la cultura è servita per crescere non la citano, la vivono. Ma occorre esserne capaci e soprattutto occorre averla prima che manifestarla.

I più coinvolgenti sono quelli che lo leggono, ne parlano malissimo facendo finta di non averlo letto e cercano in me un complice per la loro ringhiosità. È sorprendente sentirli citare pezzi interi negando contemporaneamente di aver anche solo aperto la home page di Informarezzo. Signori miei che brutto tratto del carattere la propensione  alla spocchia e la tristissima tendenza a pensare che chi scrive abbia la pretesa di fare cultura alle spalle dei veri "uomini e donne di cultura"  che vivacizzano la levatura intellettuale di questa città.

Ho scoperto che gli aretini che descrivo si materializzano intorno ad un gioco nella speranza di esserci citati dentro e nella convinzione che in una storia fantasiosa ci sia spazio per la verità o per messaggi subliminali. Se davvero ci credono sono stato più bravo di quello che io stesso sono pronto anche solo a pensare.

Ma ci sono anche quelli che mi hanno fatto trasalire di sorpresa e forse anche commosso; quelli che dopo aver letto la storia mi hanno incontrato e guardandomi fisso hanno esclamato: "Sei tu!". Bello il sentimento dell'amicizia che porta a conoscersi tanto profondamente pur senza saperlo. È un miracolo di cui essere grati.

E ci sono anche quelli a cui questa storia piace per quello che è: un modo di ridersi addosso. Ma anche questo occorre saperlo fare; e per saperlo fare occorre essere sicuri che ciò che si è può essere sufficiente, senza doversi "agarare" a sembrare quel qualcuno che immaginiamo migliore di noi stessi.

E comunque grazie per esserci stati fino a qui. A tutti. Nessuno escluso.

Capitolo 10

Transeat Ultra

Fratello Voltapietre si era isolato dal gruppo di persone che circondavano il cadavere di Lina Borsini giusto in tempo per assicurarsi che la quinta missione si svolgesse senza intoppi. Aveva potuto ascoltare, con distacco, la frenetica ricerca di Lombardi e il suo ultimo angosciante respiro. Lo aveva seguito, silenziosamente,  fino in cima alla torre di Palazzo Cavallo e si era tenuto nascosto nell'ombra delle ripide scale che portavano all'area del camminamento di ronda. Aveva atteso che il consigliere Furibondo morisse, solo e consapevole, occultando la propria presenza e la propria identità.

Mancava solo un giorno e poi, finalmente, sarebbe andato oltre. Oltre il giuramento fatto in nome della Giustizia, oltre questo tragico Cluedo da epica risorgimentale. Aveva voglia di tornare alla sua vita. Sentiva il bisogno di fermarsi a riflettere e non tanto (e non solo) per rivedere il senso della scelta, compiuta consapevolmente ma con molti dubbi, di abbracciare l'azione dei suoi Confratelli, piuttosto per valutare con onestà l'efficacia stessa della scelta.

Guardò ad ovest, a quel tramonto infuocato che macchiava la città come uno schizzo di vernice su un quadro. Osservò il sole che scendeva dietro l'orizzonte. Era bella Arezzo vista da queste altezze. Bella, solida, dignitosa, antica, plurimillenaria culla e tomba di antiche culture. Appariva bella da qua, dove puoi prenderti il distacco necessario per immaginare che tutto quello che si respira entrandoci non esista e non sia mai cominciato. Puoi anche prenderti la libertà di sognarla altra da se stessa. Non si voltò mai a guardare il cadavere di Lombardi. Non per disprezzo ma per il pudore che sentiva di dovere ad un uomo con cui spesso aveva avuto contrasti ma che considerava migliore di coloro che lo avevano preceduto. Fosse anche solo per la mancanza di sovrastrutture ipocrite. Rabbioso, iroso, tendente all'incontinenza verbale… tutto vero! Rigido e spesso ottusamente attaccato a stereotipi. Ma mai ipocrita o compiacente. Peccato.

Adesso teneva basso lo sguardo sullo schermo del telefono nel quale appariva, in rapida sequenza, il suo pensiero tradotto in scrittura:

"Furibondo è morto. Tutto secondo i tempi e le modalità previste. Resta da segnalare luogo del ritrovamento a Ispettore. Salute, salute, salute"

Finito il messaggio digitò il codice che gli permetteva di criptare il messaggio nell'ipotesi di eventuali intercettazioni. Inviò. Si girò verso il corpo di Lombardi e lo ricoprì di un pesante broccato rosso fuoco. Senza alcuna esitazione se ne andò.

I 12 telefonini dei membri della Loggia degli Urbanisti Inurbati trillarono quasi contemporaneamente. La decriptazione del messaggio confermò il successo della missione e, nello stesso tempo, confermava la necessità di un nuovo incontro dei Fratelli per la mattina successiva.

Mestolone, mentre leggeva,  si sedette allo scrittoio. Il suo studio, nella penombra del tardo pomeriggio estivo, era un rinfrescante rifugio per l'ansia che stava prendendo il sopravvento sulla sua consueta lucidità. Fin dove si  era spinto per affermare un principio di valore? Fin dove era giusto spingersi in nome del rispetto della cosa pubblica e della sua salvaguardia? Fino a che punto i cittadini possono spingersi per togliere di mezzo quanti, legittimamente eletti e nominati, tradiscono il mandato in maniera spudorata?

Era una domanda retorica giunti a questo punto della missione. Dall'indignazione, il gruppo che lui guidava spiritualmente, era passato a ipotesi di soluzione, da lì a dichiarazioni di intenti pratici e propositivi fino ad arrivare alla realizzazione di un piano che, di lì alla fine dei tempi, avrebbe lasciato sugli aretini – e su chi intendeva governarli – la consapevolezza che ad un tradimento del mandato amministrativo sarebbe seguita (o prima o poi) una punizione esemplare.

Ed esemplare lo era davvero. Probabilmente Arezzo e la sua provincia non contava tanti morti ammazzati dai tempi della Battaglia di Campaldino e quei pochi omicidi (pochi davvero e che tra l'altro si spalmavano nei decenni) erano perlopiù dovuti a quelle inquietanti alterazioni della capacità umana di controllo delle proprie azioni e delle proprie emozioni o a risse finite male per il controllo di una qualsivoglia attività criminale o presunta tale.

L'organizzazione del disegno aveva richiesto alcuni mesi di pianificazione. Gran parte del lavoro era volto ad occultare gli ideatori degli omicidi, i loro scopi e, soprattutto, il percorso pratico per raggiungerli. I membri della loggia avevano tessuto una tela che aveva richiesto molti mesi per essere perfetta e per intrappolare le sette vittime in modo tale che non ne potessero uscire se non da morte. La parte finale della missione, invece, non richiedeva più di qualche giorno per concludersi tragicamente.

Tutto iniziava con la morte del sindaco nella notte fra giovedì e venerdì. Proseguiva sabato con la morte della Diavolini e nella giornata/serata di lunedì continuava con Bonaccia, Borsini e Lombardi. Domani tutto si sarebbe concluso e la Loggia che era stato chiamato a guidare si sarebbe sciolta. Non si sarebbe dispersa. Si sarebbe ritirata dall'azione in attesa di essere chiamata ad operare nuovamente per il bene comune. Magari fra altri 10 anni. Magari fra 100. Magari mai più. L'importante era che continuasse ad esistere e ad essere pronta ad agire in caso di bisogno. Vi sorprenderebbe  sapere quante volte i membri della loggia erano entrati in azione nel corso della storia che caratterizzava gli ultimi 500 anni. Quante volte avevano agito nel nome di una giustizia arbitraria e superiore. Eppure, i loro nomi, i loro lavori, le loro vite, si mescolavano a quelle degli uomini comuni di ogni epoca, dal momento della loro prima azione fino ad oggi.

Era quasi finita. Solo un altro giorno e sarebbe andato oltre. Avrebbe ripreso a far scorrere la vita con i suoi ritmi lenti: le mattine a studiare, leggere e scoprire, i pomeriggi a parlare, ascoltare e raccontare. Andare oltre a missione conclusa equivaleva a regalarsi la sensazione meravigliosa che ciò che andava fatto era stato fatto.

Digitò, rapido, nel piccolo pc portatile il messaggio diretto all'Ispettore e a Lucio:  "Occorre che torniate sui vostri passi. Salite fino in cima alla Torre per raccogliere le spoglie del Furibondo".

Lucio, Bruno e Marco stavano percorrendo Via Cesalpino. L'intenzione era quella di scendere fino a San Francesco e godersi un tardivo aperitivo nel bar più antico della piazza. L'intenzione… il trillo del telefono arrivò, in realtà, proprio nel momento in cui stavano per sedersi. Lucio lesse stupefatto.

- …ma vaffanculo vai! Questo è quel'imbecille di Franco che me vol piglià pel culo!

- Non che uno si debba sforzare tanto per pigliatti pel culo a te eh! – Bruno gli aveva strappato di mano il telefono e stava leggendo a sua volta il messaggio mentre Lucio esibiva, con vigore, il dito medio alla volta dell'amico – ma stavolta mi sa tanto che è meglio tornare al Palazzo Comunale. Ci risiamo!

- Non ci si può credere ragazzi! Stanno agendo con una velocità impressionante. Chiama l'Ispettore e Franco… non Franco no! Sta arrivando, eccolo! – Marco indicò Franco che arrivava trafelato da Via Cavour.

- Oh 'ndo eri finito?

Franco glissò sulla domanda – Quando sono sceso non vi ho visto e sono andato a prendermi un aperitivo. Poi ho visto le auto della polizia lungo il Corso che tornavano verso il Comune e Lampo che mi faceva segno di seguirlo. Mi ha urlato di venirvi a cercare e di portarvi su…

Sembrava loro che questa giornata non avrebbe mai avuto fine. Presero a risalire l'erta dell'antica strada dei cervellieri e dei calderai sapendo dove dirigersi, sapendo già cosa avrebbero trovato e, soprattutto, sapendo che li avrebbe aspettati una serata lunga.

Buffo come ci si abitua a tutto. Al meglio come al peggio. Alla fatica e al riposo. L'orrore stesso contiene in sé una forza immunizzante che rende l'uomo impermeabile al disgusto e alla paura. Buffo che, al quinto omicidio in pochi giorni, l'animo umano si difendeva tendendo ad essere più infastidito che incredulo e rattristato. Più concentrato sulla stanchezza che sul dolore dell'evento luttuoso. Eppure era così che si sentivano tutti i protagonisti in quel momento. Salivano verso la cima della torre spinti dal senso del dovere e perché, loro malgrado, erano coinvolti in un tragico Gioco dell'Oca di cui si sentivano recalcitranti pedine. Non erano loro a tirare i dadi ma erano costretti a compiere ogni singola mossa decisa dalla mano che li lanciava. Potevano solo continuare a giocare un gioco che non avevano voluto e che li aveva imprigionati in un paesaggio cupo  fatto di morte e di vendetta.  Ci si può abituare a tutto: anche ai morti ammazzati quando hanno lo sgradevole vizio di essere troppo frequenti.

Marco sapeva già chi avrebbe trovato cadavere. Restava da scoprire solo il significato simbolico da attribuire al luogo scelto per la sua morte. Voi cari lettori lo conoscete già. Loro, una volta raggiunta la cima, lo scopriranno.

Vi racconterò, invece, che se ne tornarono a casa solo a notte inoltrata con la precisa sensazione che nulla avrebbe ormai potuto impedire che le altre due morti si succedessero in tempi molto rapidi. Non vi dirò che dormirono serenamente perché non è vero.

Alle prime luci dell'alba la Loggia degli Urbanisti Inurbati si riunii nuovamente nel Tempio. Un'altra luce vitale fu soppressa simbolicamente sotto il ritratto. E ancora, per la sesta volta, si votò per la morte del Sordidone.

Lucio udii la vibrazione del telefono sopra il comodino come se provenisse da una distanza siderale. Insultò il coglione che osava disturbarlo alle sette del mattino e tentò di ignorare il continuo richiamo.

Pochi secondi e uno strano senso di premonizione prese il sopravvento sul sonno atavico che lo caratterizzava anche quando appariva perfettamente sveglio. Lo schermo del telefono gli rimandò impietoso il messaggio che si aspettava. C'era ancora un morto. Spedì il messaggio a tutti gli altri e con una certa solerzia (ma con dubbio gusto) si vestì per uscire.

 

È proprio vero. Ci si abitua a tutto. Anche all'orrore.

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