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Il Sindaco nella fontana (9) - A bene e a malizia

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Il Sindaco nella fontana (9) - A bene e a malizia

- Pronto ad entrambe - ripeté Bruno, ancora seduto sullo scalino degli scranni della sala del Consiglio comunale.

 

Una sirena spiegata annunciò l'arrivo in massa delle forze dell'ordine. La stessa sirena che, udita in lontananza, interrompeva i pensieri di Mestolone.

Pochi minuti dopo, la sala consiliare aveva cambiato volto. Sotto il torvo sguardo di Pietro Aretino medici, procuratore, tecnici, fotografi, carabinieri del RIS, analisti autoptici, si muovevano intorno al cadavere rispettando, apparentemente, le più ferree regole di un misterioso minuetto professionale. Ci volle più di un'ora perché ogni dettaglio della sala fosse passato al setaccio dai rilevatori umani e tecnologi.

Bastò invece qualche secondo al procuratore per autorizzare un carabiniere a scoprire il volto del cadavere togliendole il cappuccio che aveva indosso.

Il movimento lento e  rispettoso compiuto dal carabiniere sembrò durare un tempo infinito. Poi, una volta concluso, permise ai presenti di guardare il volto cereo di Lina Borsini, ex assessora alla Sicurezza e al Decoro Urbano con l'ultima giunta. Ex, perché dimessasi dopo poco più di un anno dalla sua nomina a causa di incomprensioni con il sindaco ed i suoi fedelissimi. Volto poco noto ai cittadini aretini fu forse vittima della sua stessa passione politica: quella che non distingue l'ideale dal fattibile. Quella che non sa contrapporre agli alti principi valoriali e morali la bassa capacità di realizzarli nei fatti. Spesso algida e distante, claustrale nei gesti, nell'abbigliamento e nell'espressione delle opinioni è apparsa - ai pochi che hanno potuto ascoltare qualche sua posizione - più attenta a salvaguardare tenacemente la sua convinzione politica che a realizzare gli scopi preposti al suo assessorato. Sicurezza e Decoro si sostanziano nei fatti e si perdono nei proclami. La storia e la sociologia ce lo insegnano mentre la candida ideologia puntualmente se lo scorda.

Tant'è! ArezzoInforma ne tracciò sempre un profilo clemente e realistico.

Amata da Bruno per effetto della vicinanza ideologica era però gentilmente ignorata da Franco e Marco per la sua ignavia.

Con molta probabilità Lucio non ricordava neppure chi fosse. La cancellò dal suo sistema mnemonico dopo una video-intervista 

- Assessore buonasera. Qualche domanda per ArezzoInforma: quali sono i progetti a breve, medio e lungo termine che ha per la nostra città? E, nel suo nuovo ruolo di assessore, quali prospettive immagina per una maggiore sicurezza?

- Ecco... - a queste due sillabe seguì un imbarazzante silenzio. Lucio ringraziò la tecnologia per la possibilità di realizzare tagli senza troppe complicazioni - Devo ammettere una cosa. A distanza di 4 mesi dalla mia nomina di assessore ancora non ho ben realizzato di esserlo diventata. Insomma ancora devo rendermi conto che sono un assessore.

Per Lucio fu sufficiente. Da quel momento in poi l'assessore Lina Borsini divenne per lui qualcosina meno di una fra le tante. E se vi fermate qualche secondo a riflettere è anche difficile dagli torto.

Il medico legale (un uomo silenzioso, tetro e riottoso come tutti i medici legali di tutti i romanzi gialli che hanno la pretesa spocchiosa di definirsi tali) chiamò a gran voce:

- Ispettore Lampo? Ispettore Lampo si avvicini per favore - nella mano destra sventolava un foglio ripiegato.

L'ispettore si avvicinò al medico sapendo già cos'avrebbe letto nel foglietto. I versi pronunciati da Semplicina, la Pazza Ritrosa scaturita dalla fantasia goldoniana e che l'omicida aveva inviato solo due ore prima nel tablet di Franco insieme all'immagine del ritratto di Pietro Aretino:

"Vorrei... e non vorrei...

andrei... e non andrei...

mi piace, ma non so...

Sono fra il sì ed il no.

Per vedere che sa fare e che sa dire,

fingerò di dormire"

 

Poco altro ormai restava da fare. Lucio raccolse l'affranto Bruno e seguendo Marco si avviarono verso il lungo corridoio che portava all'uscita squadrati, attraverso la grande vetrata, dall'occhio vacuo e immoto del millenario Mecenate. 

- Vi raggiungo fra un momento - gli urlò dietro Franco - aspettatemi in piazza.

Nel porticato del cortile interno si scontrarono, letteralmente, con Lombardo Lombardi. Consigliere di opposizione, noto avvocato aretino famoso per le dure prese di posizione contro la giunta comunale guidata dal "fu" sindaco e conosciuto per i suoi modi particolarmente irosi e incontinenti. Correva, sbandando un po', verso la scalinata che portava al piano della Sala Rosa. Sembrava sofferente ed in difficoltà. Il leggero sovrappeso e l'abitudine al fumo potevano essere le cause a cui attribuire l'apparente affaticamento nella fretta. Marco, quando fu urtato, notò anche alcune chiazze sulla pelle delle mani e delle braccia.

Nonostante i loro cenni di saluto tirò dritto senza dar segno di riconoscerli. Comportamento che rinforzò in Marco la sensazione che la fretta di Lombardi non fosse giustificabile da normali impegni quotidiani. Lo seguì con lo sguardo mentre saliva con affanno la prima rampa di scale. Poi, nonostante una strisciante sensazione di dettagli fuori posto, raggiunse i suoi amici.

Si sedettero, senza parlare, nell'ampia scalinata che permetteva di accedere alla cattedrale. Appoggiarono stancamente la schiena sul marmo del piedistallo che sosteneva la statua a Ferdinando I e si apprestarono ad aspettare.

La statua in questione, ad Arezzo, ha tre specifiche funzioni:

a)    essere indispensabile ai fotografi che, per le foto di gruppo dei vari schieramenti politici durante la campagna elettorale e per i matrimoni, la utilizzano come sfondo marziale;

b)    luogo di sfogo delle incontinenze aviarie dei piccioni;

c)    fungere da supporto per la schiena dei brinselloni fanfanulla che bivaccano in Piazza della Libertà.

La maggioranza degli aretini non sa chi rappresenti quell'opera. Alcuni la confondono con  quella all'apice di Piaggia di Murello (che sempre un Ferdinando è quindi facciamola poco lunga) e per i pochi che sanno essere la rappresentazione di un Granduca è sicuramente una cosa da togliere perché, a noi aretini, i fiorentini ci stanno anche parecchio sui coglioni. Se poi casualmente sono anche granduchi è bene che siano ricoperti di guano.

Badate bene: non è che se fossero stati marchesi senesi sarebbe andata meglio. Non c'è città al mondo che troveremmo simpatica nel momento in cui avesse la pretesa di governarci, o di chiederci accoglienza, o di insegnarci qualcosa, o di starci vicino, o di condividere con noi i propri confini, o di esistere semplicemente nella sfera percettiva di un
aretino. Il resto del mondo sta sulle palle agli aretini presi globalmente. Ogni singolo aretino sta sui coglioni ad un altro gruppo di aretini e ognuno di loro sta rispettivamente sui testicoli a tutti gli altri. Ad Arezzo non hai scampo: una spruzzatina di merda prima o poi ti tocca. Se godi  di visibilità come quella di cui può godere un granduca (ma può bastare anche quella del portiere della squadra di calcetto di Santa Firmina, si fa per dire) le spruzzatine possono trasformarsi in "palate" in tempi piuttosto brevi.

- Qualcuno ha l'immagine del Pietro Aretino che hanno mandato a Franco? - chiese Marco.

- Io, eccola! - Lucio sfoderò un tablet lindo, lucido, brillante come un cubetto di ghiaccio dentro un moijto. Strano. Avendo tendenze cialtronesche rimane incomprensibile ai più come alcune cose, nelle sue mani, risultino trattate meglio di quanto faccia con il proprio aspetto estetico.

Marco e Bruno si chinarono sullo schermo. L'espressione tetra dell'Aretino rievocò in tutti e tre l'immagine del cadavere adagiato sotto il quadro.

- Cosa ha detto la Georgina di queste due maschere? - chiese Lucio picchiettando il dito sul bordo del tablet.

- O dov'è Georgina? - chiese Marco rendendosi improvvisamente conto che, dal momento in cui erano arrivare le forze dell'ordine nella sala consiliare, l'aveva persa di vista.

- Ah bho! - spallucciò Bruno - Magari  è andata via senza salutare.

- Comunque Bruno, che diceva delle maschere...?

- ...no Marco, non sono solo le maschere. È tutta la messinscena dell'assassino che colpisce per il simbolismo.

- Ma perché?

- Perché il messaggio è complesso e non scontato. A Lina, l'assessora, l'omicida ha riservato il ruolo di Semplicina, una donna indecisa, ritrosa, un po' sciocca. È il terzo ipotetico suddito che muore ucciso e viene contrapposta a Pietro Aretino come in una sorta di confronto in cui esce perdente. Lei rinuncia alla sua carica in nome di un principio ideologico e abbandona il ruolo ed il suo compito. Lui, un uomo difficile, complesso e scomodo, è costretto ad abbandonare Arezzo, a meno di 20 anni, inviso all'Inquisizione per un sonetto sulla compravendita delle indulgenze per mano degli ecclesiastici.

- L'Aretino sarebbe scomodo per qualunque città, Bruno - Marco sembrava riflettere a voce alta - Da Arezzo scappò a Perugia scappando da lì a Roma fino a Venezia. E ogni volta le sue prese di posizione, i suoi sonetti o il suo comportamento gli hanno provocato problemi e condanne. L'hanno anche accoltellato a Roma. La scampò per un pelo...

- ... 'n sarà mica stato 'l marito cornuto dell'Isabella Sforza? - Lucio ottenne l'immediata attenzione degli altri due. Il gossip è gossip. Anche quando è cinquecentesco! - qui dicono che se la portò a letto...

- Ma chi?

- Coso lì, Pietro!

- Alò? - Noto vocabolo esclusivamente aretino per indicare contemporaneamente: andiamo, muoviti, ma che cazzo dici?, ora te gonfio!, a seconda dell'inflessione, del tono e del livello della voce. L'uso intercambiabile ha lo scopo di far risparmiare il fiato a chi parla e di non esaurire il tempo e la pazienza di chi ascolta.

- Tho, lo dice qui mi' - disse Lucio annuendo e ridacchiando.

Marco tentò di recuperare il recuperabile, almeno per sentirsi meno coglione rispetto agli altri due. Ma ci volle qualche minuto di lettura di una parte dei "Sonetti Lussuriosi" in formato pdf gratuito per poter riprendere il filo del discorso sugli omicidi. Dopo che Lucio ebbe salvato il prezioso file Bruno riprese:

- Alò... - ecco, m'ero dimenticato che può essere utilizzato anche al posto di quei fastidiosissimi incipit tipo dunque, insomma, cioè, comunque, pertanto, che una persona ama anteporre ai propri discorsi quanto vuol essere sicura che tutti gli altri si girino ad ascoltarla.

- ...il punto centrale di tutto il discorso qui è che Pietro Aretino, in tutta la sua vita, ha sempre detto, fatto, pensato e scritto quello che gli saltava in mente tanto che l'Ariosto lo definì "Flagello de' principi". Pronto al male e pronto al bene, al vizio ed alla virtù. Pronto a pagare per le scelte fatte fra questo e quello. Le due maschere e la scritta in basso significano questo: "in entrambe i casi". Il contrario della Borsini che, invece, ha deciso di non scegliere e di ritirarsi e quindi non ha mai compiuto la scelta di schierarsi "contro" quello che riteneva sbagliato. Capito?

- Ho capito sì: tutti i morti, secondo l'assassino, hanno in qualche modo tradito il mandato con Arezzo. Il Sindaco, il re della commedia, per essersi circondato di pazzi. La Diavolini, la Gloriosa, per il troppo spazio dato all'immagine più che alla sostanza. Il Bonaccia, il Malgoverno, per lo spreco di risorse economiche. La Borsini, la Ritrosa,  per il gran rifiuto. Tutti, secondo l'omicida, portano con sé  la responsabilità di una città che cade a picco.

- Esatto... - Lucio si fermò nel bel mezzo della frase fissando perplesso la torre del Palazzo Comunale - ...oh! Ragazzi... guardate là! - disse indicandone la cima.

- Eh... Alora? Oh ghiogheno, c'è sempre stata eh! - Bruno pensava che Lucio fosse rimasto colpito dalla presenza della torre a lato del palazzo.

- No, per davero! Ho visto spuntare una mano tra un merlo e quell'altro.

- Ma 'n sarà stato 'l pesce siluro c'han preso ieri a l'Arno? Magari gné riscappato! - Ora: qui bisogna essere davvero aretini per capire. Negli ultimi tempi si è scatenata, presso alcuni tratti del fiume Arno, una vera e propria caccia al pesce siluro. Il leggendario pesce dalle paranormali facoltà di distruggere tutto ciò che trova e dalle mitiche dimensioni giganteggianti che tanto sembrano soddisfare le manie ipertrofiche che contraddistinguono il pescatore medio. Ci sono scuole di formazione apposite che insegnano a cacciarlo con efficacia (speriamo non finanziate dalla Comunità Europea), illuminate strategie per adescarlo nottetempo con trucchetti psicologici e narrazioni post spedizione che farebbero arrossire anche Melville. C'è chi giura di averne preso uno grande come Moby Dick. A me, francamente, è anche venuto in mente che, in realtà, il famoso Mostro del lago di Lochness sia solo una parte (forse la coda) del pesce siluro che abita con l'altra parte del corpo l'immensa rete pluviale aretina.

- Fa' poco l'imbecille. M'era parso di vedere una mano...

- Sarà stato il kebab del pranzo?

- Alò... - nel senso di avviatevi, stavolta - andate affanculo!

- Mi' la Georgina - Bruno indicò la donna che, uscendo dal Palazzo Comunale, si stava  affrettando verso la discesa via Madonna del Prato - Georgina! Oh? Ma 'ndo eri?

Senza smettere di camminare, Georgina si girò e salutò con la mano il gruppetto senza fornire spiegazioni di sorta.

- Mancherebbe anche Franco per  dilla tutta!

Mentre il sole tramontava lentamente alle spalle dell'altro Ferdinando, un'altra persona stava contando i minuti che lo separavano dalla fine della sua vita.

Lombardo Lombardi, dopo essersi scontrato fisicamente con Marco aveva preso a salire con angoscia le rampe di scale che lo avrebbero portato finalmente alla salvezza. Doveva raggiungere a tutti i costi la cima della torre.

Dopo giorni di atroci dolori addominali, di irritazioni e pruriti, di perdita dell'equilibrio e di difficoltà respiratorie aveva ricevuto un messaggio che spiegava chiaramente i suoi sintomi. Nello schermo del suo computer, un'anonima setta, gli comunicava che sarebbe morto per avvelenamento a causa del suo scarso contributo di consigliere comunale per la città di Arezzo. Avevano contato su di lui e sulla sua capacità argomentativa. Sul fervore con cui aveva espresso i propri ideali e principi, sulla rabbia con cui, a volte, si era scagliato contro le decisioni insane della maggioranza. Ma la rabbia, spesso, trasfigura il senso delle parole e le rende inefficaci ed inascoltate.

Era stato avvelenato perché alla sua rabbia comunicativa non erano seguiti i fatti. Perché la rabbia, l'ira e spesso l'incontinenza verbale gli avevano fatto perdere la credibilità necessaria per poter poi agire. Aveva fatto il gioco dell'avversario. La setta, per questa ragione, aveva decretato la sua morte.

Ma aveva una chance. Dove a salire "...là dove l'aretino guardi al principe poeta dall'alto verso il basso. In quel luogo dove il tempo e i suoi ingranaggi sottostanno al cristallino richiamo della campana che radunò gli aretini per scacciare l'invasore" e avrebbe trovato una risposta e, forse, la salvezza.

Adesso stava correndo, provava a correre ormai fiaccato dall'effetto del veleno, su per le scale che lo portavano alla torre. Aveva superato il mirabolante ingranaggio dell'orologio citato nell'indovinello e saliva, con la vista appannata e col fiato corto certo che, in cima, avrebbe trovato un antidoto. Aprì a fatica la botola che gli permetteva di accedere all'apice della torre comunale e il suo primo sguardo fu per la campana, proprio quella che con la sua voce "cristallina" e pura aveva chiamato gli aretini alla rivolta del Viva Maria contro l'invasore napoleonico.

Si mise a cercare freneticamente in ogni anfratto, in ogni cedimento della pietra, in ogni singolo posto di quel limitato spazio finché non intravide un pezzetto di carta spuntare tra un merlo e l'altro. Allungò una mano per prenderlo proprio nel momento in cui Lucio alzava gli occhi verso la torre in tempo per vedere la sua mano. Convinto dentro di sé che la caccia al tesoro era conclusa con il tesoro nelle sue mani e con la sua vita finalmente in salvo.

La lettura del messaggio lo rese consapevole di essere in errore:

"Qui m'ha fatto venir l'ira e lo sdegno.

Non potevo soffrire

vedermi preferire

in cariche d'onore

gente perfida e vil, senza rossore. I torti e le ingiustizie

m'han fatto delirare..." 

Sarebbe morto come gli altri quattro. Nel posto che gli assassini avevano scelto per lui per trasformarlo in un macabro messaggio per tutti gli amministratori a venire.

Si sedette sotto la campana. Le forze lo abbandonavano velocemente ed aveva l'impressione che ogni organo interno stesse prendendo fuoco. Non avrebbe mai potuto scendere le scale per chiamare aiuto e, forse, neppure lo voleva.

Mentre il battito cardiaco si faceva sempre più rapido ripensava a sé stesso, alla propria inclinazione alla polemica più che al confronto, al gusto di vincere in una discussione anche a costo di screditare l'altro. Pensava alle parole che Dante metteva in bocca al suo omonimo: "...lume v'è dato a bene e a malizia e libero voler; che, se fatica nelle prime battaglie col ciel dura, poi vince tutto, se ben si notrica".

Era vero. La natura ci ha concesso la capacità di distinguere il bene del male, il vizio dalla virtù. E Dio ci ha concesso la libertà di scegliere l'uno o l'altro provando a combattere contro le inclinazioni al male. La sua voce non sempre era stata cristallina come quella della campana che aveva  convinto gli aretini ad insorgere. Eppure, se avesse voluto, avrebbe potuto muovere i suoi concittadini al bene. Bastava solo impegnarsi di più a controllare la sua inclinazione alla rabbia.

Il Furibondo Lombardo Lombardi chiuse per sempre gli occhi su quella campana che rappresentava tutto quello che in vita non aveva avuto la forza di essere.

 

 

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