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Il Sindaco nella fontana (8) - Terribilis est convivium iste

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Il Sindaco nella fontana (8) - Terribilis est convivium iste


Lasciamo per un po' l'ispettore Lampo, ed i suoi temporanei assistenti, dentro la sala consiliare del Comune di Arezzo. Ci spostiamo verso un'altra strada della città per incontrare degli strani figuri. Gli stessi che, in uno sgradevole tentativo di caccia al tesoro, hanno cominciato a comunicare con Franco attraverso uno dei più noti social network. Gli stessi che, presumibilmente, hanno a che fare con le 4 morti in cui, spero piacevolmente, vi ho coinvolto.

Andremo a conoscerli. Dovrete quindi attendere un'altra settimana per sapere chi si cela dentro e dietro l'abito claustrale di cui è rivestito il cadavere femminile della quarta vittima.

Capitolo 8

Terribilis est convivium iste

La sala, malgrado l'intensa luminosità esterna del primo pomeriggio estivo, godeva di una spiacevole penombra grazie ai pesanti tendaggi neri che adombravano l'interno e ottundevano i rari suoni che, dalle tre finestre ogivali, giungevano dalla strada sottostante. Rettangolare, più lunga che larga, aveva come colori predominanti una serie di sfumature tra il rosso mattone ed il marrone intervallate da qualche oggetto in lamina d'oro il cui gusto estetico era talmente discutibile da far pensare all'osservatore che, per forza, doveva avere un'utilità. Difficile pensare che roba così brutta e antiestetica dovesse anche essere inutile.

Nella parete sud, una delle due pareti più strette, una piccola porta lasciava intravedere un atrio rotondeggiante in cui si trattenevano 12 uomini.

La parete est, quella dove si aprivano le finestre ogivali, guardava ad un tavolo a forma di U con 12 sedie poste a distanze simmetriche lungo il lato concavo. Un trono, di fronte all'apertura del lato convesso del tavolo, dava le spalle alla luce delle finestre.

La parete ovest, come una sorta di reliquiario, ospitava i ritratti di coloro che avevano fatto grande la città di Arezzo: da Mecenate fino a Francesco Severi. Un osservatore colto avrebbe immediatamente notato l'assenza del Principe della poesia (e di qui a poche righe capirete anche perché) e di Lorenzo Jovanotti.  Su tutti sovrastano, giganteggianti nelle loro cornici barocche, Marchionne Aretino e Giorgio Vasari, i due più grandi architetti che la nostra città ci ha consegnato ma dei quali raramente abbiamo voglia di ricordaci (s'era discusso a lungo se inserire anche Pietro Berrettini ma poi, in un sussulto campanilista, la decisione era stata abortita in quanto il luogo di nascita di cotanto artista era da ascriversi alla periferica e rurale Cortona).

La parete nord, dipinta di un tetro marron talpa, esibiva sette quadri listati a nero. I primi tre rimandavano la foto a mezzobusto del sindaco defunto, di Viola Diavolini e di Ermete Bonaccia. Sotto ogni immagine un cero consumato e sciolto retto da uno stelo di bronzo fissato a terra. Le ultime quattro immagini, con il cero ancora acceso, erano occultate da un lugubre drappo viola.

All'interno della stretta stanza, in luoghi strategici, alcune candele accese conferivano all'insieme un aspetto tetro da veglia funebre ottocentesca. Il mormorio sottomesso dei convenuti che parlottavano nell'ovale stanza attigua, rinforzava l'impressione.

Qui, un eventuale intruso, avrebbe potuto assistere ad uno spettacolo piuttosto singolare: 12 uomini adulti (alcuni dei quali più orientati verso la parte geriatrica della loro esistenza) parlottavano a voce bassa a gruppetti di due o tre individui.  Il loro abbigliamento, a metà tra il comico e l'improbabile, era costituito da una specie di giacca da camera di un intenso grigio cangiante (tipo il piumaggio delle gazze ladre per capirsi); in testa un cappello somigliante a quelli americani da baseball che, al posto della consueta tesa, ostentava il becco di un uccello e, per dare un tocco di serietà al tutto, uno strano grembiulino annodato in vita a coprire le terga (a guisa di coda posticcia).

Un leggero tossicchiare interruppe simultaneamente tutte le conversazioni.

Uno di loro si avvicinò alla soglia della porta che lasciava accedere alla sala principale. Si fermò  sotto l'arcata nella cui lunetta un ciclopico occhio lasciava intravedere al suo interno la scritta L.:U.:I.:

Dal gruppo si staccò una voce potente che esordì:

- Si dia inizio al convivium e che Fratello Strillozzo, il cerimoniere, predisponga il tempio ad accogliere i maestri.

Fratello Strillozzo girò su se stesso chiudendosi la porta alle spalle; la riaprì dopo qualche minuto invitando gli altri  ad entrare e percuotendo il pavimento con un lungo bastone di legno. Quello che il fratello cerimoniere facesse in quei pochi minuti che seguivano la pantomima era sconosciuto ai più.

Entrarono in ordine: il Venerabile Mestolone che prese posto pomposamente sul trono, i due Guardiani Trombettiere e Pettegola che si posizionarono agli estremi del tavolo e a seguire tutti gli altri fratelli che, come avrete capito, avevano assunto il nome di un volatile per acquisire, all'interno della Loggia, uno status di appartenenza esoterico e identificante.

Alla sinistra di Mestolone, oltre Trombettiere: Cinciallegra, Beccafico, Mignattaio, Barbagianni e Succiacapre.

Alla destra del Venerabile, oltre Pettegola: Pendolino, Gruccione, Prispolone e Strillozzo. Rimaneva un unico posto libero di cui a breve vi darò ragione.

Mestolone, con fare maestoso e officiante, si alzò. Respirò profondamente ed avviò i lavori di Loggia:

- Salute a voi Fratelli della Cazzuola!

All'unisono i suoi affiliati sollevarono una cazzuola e una mestola (tenute fino ad allora occultate dentro la giacca cangiante) sbattendole insieme per tre volte:

- Salute, salute, salute...

Come un sol uomo si sedettero composti al tavolo posando a terra gli strumenti simbolo della loro affiliazione.

Lo trovate ridicolo? Anch'io! Si ha l'impressione di assistere ad un incontro di attempati signori la cui preadolescenza ha subito qualche inceppo. Nel tentativo inconscio di recuperare il tempo perso per intrattenersi legittimamente nei giochi di ruolo, nella giusta età in cui questi si dovrebbero manifestare, gli stessi uomini presumibilmente ormai maturi, si sono inventati nuove location in cui sentirsi quasi bambini. Succede però che, mentre i giochi di bambino hanno scarsi effetti nell'ambiente che li circonda (salvo che nel sistema nervoso dei genitori), ogni tanto i giochi di ruolo degli adulti trascendono.

Esattamente come in questo caso. Il gruppo che vi vado descrivendo, infatti, è composto da stimati architetti e urbanisti il cui principale scopo è quello di difendere il decoro e l'alto livello culturale dell'etrusca città di Arezzo e di perseguire, come eretici dell'urbanistico disegno, tutti quegli amministratori che per questa nostra città hanno dimostrato dispregio e sprezzo.  Encomiabile, si potrebbe pensare. Se non fosse che l'ambizioso progetto ha superato di gran lunga i limiti imposti sia dal buon senso che dalla norma.

Hanno assunto come loro mentori e ispiratori spirituali Marchionne e Vasari.

Un coup de maître per  la voglia di identificarsi con architetti che sono stati dimenticati dai loro concittadini ed esaltati invece nel corso dei secoli da chi li ha accolti a braccia aperte. 

Un coup de pot l'avere a disposizione un consistente numero di amministratori che dell'arte del degrado hanno fatto una triste bandiera nel corso dei decenni.

Un coup de folie la messa in scena simbolica e rappresentativa per portare a compimento il loro disegno.

L.:U.:I.: - acronimo di "Loggia degli Urbanisti Inurbati". Ha per icona e simbolo con cui si firma il Terzo Occhio della città esoterica di Scarzuola. Quella costruita da Tommaso Buzzi, architetto visionario e colto che volle il suo studio proprio all'interno dell'occhio in questione. L'occhio che, come ricorderete, è divenuto l'immagine che ha accolto Franco all'apertura della notifica facebook che annunciava un nuovo omicidio, è lo stesso occhio che accoglie i fratelli all'entrata del loro santa sanctorum. La scelta degli alias dal richiamo aviario è stata fatta in onore al primo Venerabile della Loggia, tal Becco Giallo, migrato per scampare al troppo disgusto nei confronti delle scelte urbaniste della città di Arezzo  e nota "penna" di ArezzoInforma.


I Fratelli della L.:U.:I.:, in onore del loro fratello fondatore, avevano pensato bene di coinvolgere i 4 giornalisti della suddetta testata in un cupo gioco simbolico che, a quanto
pare, stava prendendo sempre più forma.

- In apertura del convivium - riprese Mestolone dopo i saluti - prego i fratelli convenuti di considerare legittima l'assenza del Fratello Voltapietre. Mi annuncia, dalla Sala Consiliare, che il corpo della Ritrosa è stato appena ritrovato e che nel luogo del ritrovamento sono presenti tutti coloro a cui il nostro messaggio è consegnato perché se ne porti a conoscenza i cittadini tutti. La parola a Fratello Pendolino per gli aggiornamenti sulle indagini di polizia. Hai facoltà di parlare.

- La polizia ha la convinzione errata che i corpi delle vittime siano stati trasportati nel luogo del ritrovamento immediatamente dopo la morte. Non hanno riscontrato alcuna traccia di violenza sui corpi e hanno ordinato esami tossicologici per individuare potenziali tracce di avvelenamento. Abbiamo tutto il tempo necessario per portare a termine la missione, considerata la difficoltà a riscontrare le sostanze da noi utilizzate con le più comuni analisi post mortem.

- Quanto tempo?

- Quello necessario.

- Ovviamente nulla ancora sui simboli lasciati nel messaggio al signor Scalzi. Ma credo che sia l'unico in grado di decifrarli. Abbiamo fatto la scelta giusta - Pettegola aveva preso la parola senza che il Venerabile gliel'avesse concessa. Ma non stupisca visto il nome esoterico che gli era stato attribuito.

- Grazie. Fratello Gruccione Annunciatore, introduci il prossimo percorso verso il compimento dell'Opera.

Gruccione si alzò dal proprio posto e fece segno a Beccafico di accompagnarlo. Si avvicinarono religiosamente alla parete nord. Beccafico soffiò sul cero sotto il quarto ritratto e lo schiacciò, ancora caldo, con uno spegnimoccolo a forbice. Gruccione con un unico deciso movimento del polso tolse il drappo viola dalla fotografia della Ritrosa mentre i fratelli rimasti al tavolo battevano ritmicamente per tre volte la mano destra sul tavolo di legno.

Ci fu un breve momento di silenzio che permise a Mignattaio di estrarre un scatola di legno intarsiato da uno stipo posto accanto al tavolo. La aprì, ne estrasse due palle - una bianca ed una nera - e passò lo scrigno al fratello alla sua destra perché facesse altrettanto. Mentre la consegna procedeva senza troppe difficoltà (vista anche la semplicità del compito) il Venerabile aveva ripreso a parlare.

- Considerato l'approssimarsi della prossima dipartita, alla quale mancano solo poche ore, dobbiamo nuovamente votare. Con la palla nera darete il vostro assenso affinché la nostra missione proceda come da copione. La maggioranza di palle nere decreterà quindi la morte del quinto eretico: il Furibondo pazzo furioso. La maggioranza di palle bianche impedirà che esso muoia e avrà, nel tempo necessario, l'antidoto che gli permetterà di rimanere in vita. Comunico che Fratello Voltapietre voterà attraverso le mani di Fratello Prispolone al quale ha già espresso segretamente il suo volere.

Il voto si svolgeva attraverso un ingegnoso marchingegno posto sotto il tavolo. Ogni postazione, sotto il bordo del tavolo, era dotata di due aperture il cui diametro permetteva l'entrata di una palla da votazione. A sinistra, per convenzione, doveva essere inserita la palla bianca, a destra la palla nera. Queste una volta inserite si radunavano, a seconda del foro in cui erano state inserite, in due distinti raccoglitori posti alle  estremità della "U" grazie ad un intricato sistema di corsie di cui era disseminato il piano del tavolo. Una volta che tutti i Fratelli avevano compiuto la loro scelta, il fratello guardiano che occupava il posto a destra di Mescolone, dal suo posto, azionava una leva e le palle contenute nel raccoglitore a sinistra si riversavano nella cesta di colore bianco. Il Venerabile era preposto alla conta ed alla comunicazione ufficiale dell'esito.

Anche questa volta, ad un gesto del Venerabile, un fastidioso rumore di scozzamento di palle precedette un inquietante silenzio. Il successivo segno di assenso concesse a Pettegola di azionare la leva. Dal raccoglitore non uscì alcuna palla bianca.

All'unanimità era stato deciso che il prossimo eretico non avrebbe avuto salva la vita.

- È deciso dunque. Entro la fine della giornata Furibondo andrà a far compagnia ai suoi predecessori. Si stabilisce qui il luogo in cui sarà ritrovato: là dove l'aretino guardi al principe poeta dall'alto verso il basso. In quel luogo dove il tempo e i suoi ingranaggi sottostanno al cristallino richiamo della campana che radunò gli aretini per scacciare l'invasore. Che i suoi occhi vedano come ultima cosa l'immagine marmorea e iperbolica di un falso aretino, che lo vedano laggiù in affanno a emergere fra le rame.

Un lungo applauso chiosò la fine del convivio.

Dovrebbe concludersi qui il capitolo ma mi è impossibile non riflettere sul carattere ottuso di alcuni aretini prendendo a prestito i pensieri del Venerabile che, sciolto il convivium, si era trattenuto per godersi, affacciato alla finestra, il silenzio della strada deserta sotto di lui.

Francesco Petrarca, il Principe dei Poeti incoronato a Roma come tale. A lui, ad Arezzo, sono intitolate strade, scuole, piazze, circoli culturali, accademie, teatri e onorificenze. Una statua gigantesca dal gusto fascistoide e monarchico lo inneggia nel parco sotto la Fortezza Medicea ricevendo lo scherno della Cattedrale che gli da' sdegnosamente le terga.

Tutto per Francesco Petrarca a cui Arezzo ha solo offerto una stanzetta in cui nascere, in una casina medioevale che non esiste più, al piano rialzato di un vicus intimus anch'esso inglobato negli anni dal susseguirsi dei cambiamenti architettonici.

Una bufala insomma! Rinforzata anche dalle stesse parole del sommo principe che, spocchiosamente, ci racconta per iscritto che nacque da genitori fiorentini in esilio e, prima di raggiungere quell'età che permette ai ricordi di fissarsi nella memoria, se n'era già andato dalla città di Arezzo. Tornò solo per sorprendersi dell'accoglienza degli aretini al suo casuale passaggio nella nostra città e per inorridire di fronte a quella casa in cui alcuni nobili del posto vollero accompagnarlo. E quasi quasi neppure ci crede il "Principe" di esser nato in un posto così poco onorevole, nonostante le certezze ossequiose dei notabili dell'epoca che, secondo le sue stesse parole, si prodigavano a rassicurarlo che nessun cambiamento sarebbe stato fatto a quella casa per lasciare intatta la memoria di quell'omiciattolo da nulla (parole sue, proprio del principe dei poeti)

"I concittadini la mostrano a dito e più a un forestiero tributa onore Arezzo che Firenze a me suo cittadino". Questo scrive e pensa degli aretini e di sé stesso Petrarca. Il "falso aretino" di fronte al quale Arezzo si è prostrata scordando spesso i grandi ai quali voltò le spalle.

E ancora oggi cari miei concittadini, indicate a dito (come i medioevali notabili dell'epoca) la casa natale di un poeta fiorentino, nato qui per caso e che della nostra città e del suo passaggio in essa neppure si ricorda. Una casa che il Rinascimento ha cancellato inglobando anche il vicolo che la accoglieva. Una costruzione cinquecentesca che occupa solo, con molta approssimazione, lo stesso spazio fisico in cui sorgeva l'altra.

 

La sirena di un'auto della polizia, in lontananza, ruppe il silenzio sonnacchioso del pomeriggio aretino ed i pensieri astiosi del Venerabile. 

 

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