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Il ruolo della cultura nella vita di Arezzo e della provincia: dall'illuminismo massonico ai giorni nostri

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Il ruolo della cultura nella vita di Arezzo e della provincia: dall'illuminismo massonico ai giorni nostri

Senza nulla togliere all’impegno di Pasquale Macrì, che ha cercato di interpretare al meglio il suo ruolo di assessore alla cultura della città di Arezzo, vorrei aprire un dibattito sul significato della parola cultura.

 

 

 

 

Oggi si tende ad allargare a dismisura il senso di questa parola. Nel nome di “tutto è cultura”, consideriamo cultura l’intrattenimento di qualsiasi genere: dall’avanspettacolo  alle schitarrate.  Sono polemicamente convinto invece, che l'intrattenimento sia da ascriversi a questioni ludiche, il folklore (come la Giostra ad esempio) a questioni di conservazione delle tradizioni e la cultura sia atta a promuovere la conoscenza e la formazione individuali e collettive. Non che non siano possibili profonde integrazioni o interrelazioni, ma non nei termini in cui ormai siamo abituati a considerarle.  Confondere i tre termini, finisce poi per creare delle disavventure comunicative a chi del tranello linguistico non si accorge, ed in maniera ipocrita, si mascherano così eventi vari, passandoli  come "cultura" e "rilancio della città".  

Non voglio nemmeno provare a fare paragoni tra la nostra Arezzo e la nostra Cortona. Sono cose diverse, hanno priorità diverse, devono avere obiettivi diversi. Io vivo quasi a metà strada tra le due: tanto più è evidente che fare paragoni tra cose diverse, oltreché odioso, è puerile.  Ridurre l’attività pubblica di una amministrazione, al successo di un evento musical/culturale è di una superficialità assoluta.

La nostra Cortona (insisto nell' usare l’aggettivo possessivo perché l’amo profondamente), gode di una posizione geografica splendida. Ha potuto conservarsi meravigliosamente intatta, scaricando nel camuciense tutte le sue prerogative industriali e produttive.  Il suo centro storico non ha subito le devastazioni belliche del capoluogo. Ha avuto nel corso dei secoli, amministratori illuminati nel vero senso della parola. E anche in epoca moderna. 

(Digressione storica: i culturalmente pigri possono saltarla)

Pochi sanno che le attuali fortune culturali di Cortona, hanno visto un evento fondamentale nel 1727, allorchè attraverso una profonda commistione tra la vita della cittadina e la nascente massoneria, iniziò lo sviluppo culturale dell’ Accademia Etrusca di Cortona.  Quella che oggi è decisamente ignota ai più, quando fu istituita, era in assoluto uno dei primi istituti di studi moderni di storia e di archeologia ed è stato il prototipo di tutta una serie di strutture analoghe che si diffusero in quegli anni in varie parti di Europa.

Nasce come trasformazione di una precedente accademia (quella degli “Occulti“) per iniziativa dei fratelli Venuti e del loro zio, Onofrio Baldelli e di alcune figure chiave: quelle di Filippo, Ridolfino e Marcello Venuti. I tre fratelli compiono gli studi presso l’Università Pisana venendo in contatto sia con un gruppo di giovani professori  (va ricordato il Tanucci), sia con tutto l’ambiente Toscano più aperto alle nuove idee che l’Illuminismo andava propugnando, entrando, oltretutto, in amicizia con Filippo Buonarroti, che partecipò attivamente all’attività dell’Accademia dalla sua fondazione sino alla sua morte (1733) ricoprendone più volte la carica di presidente (Lucumone).

Nel 1738 Filippo Buonarroti fu nominato da papa Clemente XII, amministratore dell’Abbazia di Clerac presso Bordeaux e divenne prima membro di quella Accademia e poi amico del suo presidente: Montesquieu  É in questo periodo che viene in contatto, direttamente o indirettamente, anche con Voltaire e non a caso, ambedue diverranno soci corrispondenti dell’Accademia di Cortona (Montesquieu nel 1739 e Voltaire nel 1745).  E’ di questo periodo la presenza attiva e partecipe nei ruoli dell’Accademia Etrusca di Cortona, di un noto membro della Loggia Inglese di Firenze del 1732: il Barone Philipp Von Stosch. 

Nel 1985 sono stati pubblicati documenti, che mettevano in risalto un legame tra la suddetta Accademia e la prima Loggia massonica di Firenze, che andava ben oltre alla presenza di un singolo personaggio. (cfr “L’ ACCADEMIA ETRUSCA“ edito nel 1985 ed. ELECTA, autori vari, in occasione dell’ omonima mostra di Cortona per il cosiddetto Anno degli Etruschi ).  Alla fine del 700, per capire il grande interesse verso la civiltà Etrusca si deve tenere presente  che, all’epoca, data la difficoltà di potere accedere ai siti Greci (sotto dominio Turco), mediorientali e nord-africani (sotto dominio Arabo) tutto quanto allora noto di civiltà preromana, in tutta Europa, passava per Etrusco. Gli stessi vasi Attici all’epoca erano considerati Etruschi perché gli esemplari, allora noti, provenivano da tombe Etrusche.

E’ un dato di fatto che i massoni italiani dell’epoca, prima di essere iniziati, provenivano tutti da un ben preciso e ristretto contesto culturale. Avevano studiato tutti  presso l’Università di Pisa, frequentavano gli stessi ambienti, ed in particolare l’entourage di Filippo Buonarroti e avevano gli stessi interessi culturali, ma soprattutto, frequentavano l’Accademia Etrusca prima della fondazione della Loggia fiorentina del 1732: la prima loggia in Italia. L'abbraccio tra Cortona e la massoneria è continuato, saldamente legato anche alle sue fortune moderne, sbocciate attraverso la presenza costante di Francois Mitterand presso uno dei più illustri cittadini: Spartaco Mennini. Uno dei grandi della massoneria italiana del secolo scorso. Per anni segretario del Grande Oriente d’Italia con il Gran Maestro Salvini dal 1976, confermato con il gran Maestro Battelli. Riesedeva da anni a Cortona, dove era nata una grande amicizia con il presidente francese, in occasione del gemellaggio tra Cortona e Chateau Chinoni, di cui Mitterand era sindaco. Storico ed esoterista, segretario della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, Mennini venne creato Massone nel 1964. Dopo lo scandalo della P2 a lui venne affidato il delicatissimo compito di far chiarezza tramite un’inchiesta interna: il coraggio, la fermezza e il rigore da lui dimostrati in quelle difficili circostanze gli valsero le unanimi simpatie della massoneria internazionale. Fu subito dopo che passò alla massoneria francese di cui è stato il massimo rappresentante in Italia. Tra le sue grandi passioni, oltre alla storia e alla politica - militò a lungo nel partito socialista - anche l’agricoltura.

Chi si vergogna di questa sua storia, non è degno di questa città. Perché la grandezza di Cortona non può essere valutata a prescindere da coloro che l’hanno portata sino a qui.

Ma da Arezzo ci aspettiamo molto di più: non ci basta un concertino estivo. Non potrà mai bastare. Troppo bello e troppo facile sarebbe: mettiamo in conto un invito a Madonna, o a Lady Gaga, (quanto costa costa) e magari facciamola presentare ad Umberto Eco. Et Voilà ! Solo una questione di vil pecunia... 

Mi scrive una amica, a cui ho fatto leggere l’incipit di questo pezzo:”Cortona ad Arezzo il KO lo da e non solo per il mix festival ma per la qualità di quello che offre, sia a livello di intrattenimento, sia per folklore (le sagre non sono improvvisate... sono studiate secondo le tradizioni alimentari). Poca distruzione bellica? Vero... verissimo! Ma come l'avrebbero ricostruita la città? Come hanno fatto gli aretini? Dubito fortemente. Già allora, il sindaco, era un "illuminato" assai più promettente di quello che avevamo Arezzo. Ad arezzo il mix festival non lo potrai mai fare, perchè proprio gli aretini non si meritano di averlo. Sono dei caciaroni disposti a parlare male di tutto e di tutti, autoreferenziali e presuntuosi”.

Non nego che sono rimasto interdetto!

La cultura popolare. Ma è proprio di questo di cui vorrei parlare. Da tempo sostengo che una città deve essere altro. Il mix ad Arezzo? Si ma serve a poco... o niente! Un lustrino che non aggiunge molto, anzi che non risolve affatto i profondi problemi strutturali, che invece devono essere posti in primo piano. E se non possiamo avere la risonanza e le sperticate lodi di un evento estivo pazienza.

La cultura accademica. Vorrei che quando si parla di cultura si cominciasse prima di tutto a palare di cultura vera. Arezzo e gli aretini si sono sempre fregati altamente del fatto che in città ci fosse o non ci fosse una università. Come se la cultura nascesse ai concertini e non nella sua culla naturale. La provincia di Arezzo esprime una potenzialità di 25.000 studenti universitari. Di questi, ad oggi, gli iscritti reali sono oltre 5.000 e sono quasi tutti fuori sede. La metà almeno, ci vive anche fuori sede. Significano 25 milioni di euro di PIL che se ne vanno. Quanto sarebbe stato bello aver investito un po’ di soldi, invece che nelle rotonde, nella creazione di un Campus universitario accogliente, magari entrando nell’azionariato stesso della università, realizzando ostelli per gli studenti, rendendo la cittadella universitaria esteticamente bella e prestigiosa. Anche l’ambiente degradato e sporco, pieno di rovine e ruderi, non è certo il miglior biglietto per chi viene a studiare qui. Una decina di anni fa, l’università di Siena offrì di portare ad Arezzo la facoltà di Giurisprudenza. Avevano bisogno di aiuto. Di sostegno da parte delle autorità locali. Un po’ di soldi per l’investimento iniziale e un po’ di spazio. Nemmeno un aula gli fu messa a disposizione. Nulla. Zero carbonella. Altro che concertini. Per quelli i soldi c’erano però! Panem et circenses… appunto! Nonostante ciò abbiamo una università che funziona e che continua a fare iscrizioni ogni anno subendo solo lo scarto che tutte le università subiscono a causa della crisi, ma della quale sappiamo scrivere solo per denigrarla. Perchè è più facile seguire la scia decennale della critica piuttosto che andare dentro quell'università a vedere come funzionano le cose. È più comodo fare propaganda con la critica (che tanto trova sempre le orecchie dei complottisti rincoglioniti pronte all'ascolto e le loro manine pronte al plauso).

La cultura teatrale. Una città come la nostra non può esaurire la sua stagione di intrattenimento, all’estate aretina o al Polifonico. Occorre una volta riaperto il Petrarca, una stagione di prosa coi “controcoglioni” (mi si perdoni il turpiloquio). Ma occorrono anche gli strumenti di comunicazione adeguati. Occorre il marketing per riempire un teatro (il biglietto a due euri è la cosa più geniale che abbia mai visto fare). E allora un giorno vorrei tanto vedere una stagione teatrale dedicata a Pietro Aretino e alle commedie comiche e un po' spinte (in Italia non esiste e qualcuno ha anche criticato la scelta di Amina e Uberto Kovacevich quando lo scorso anno portarono in scena Lisistrata).

La cultura turistica. Occorre una città coesa (questa parola mi ricorda Prodi, speriamo non porti male) che abbia la forza di far fermare i treni. Questo è il servizio che si aspettano anche i cittadini di Cortona dal suo capoluogo. Una città che non abbia paura di farsi sentire, anzi una città che quando alza la voce faccia tremare. All’armi e alla battaglia lo diciamo al saracino e basta. Poi passiamo il resto dell’anno a lamentarci che in piazza G.Monaco ci sono i derelitti, che ai Bastioni pisciano sui giardinetti, che gli extracomunitari puzzano, che i ragazzi si ubriacano, che i ladri aumentano e che ci sono le buche. Ma occorre anche che gli aretini ci montino sopra a questi treni, e vadano a vedere come si vive nelle città di cultura vera, senza riempirsi la bocca con la parola "cultura", dal divano in cui sono incastonati per guardare la partita della juve.

La cultura industriale. La nostra provincia è andata a fare un incubatore di imprese a Cavirglia. Ci dica la provincia quanto è costato detto incubatore in convegni, strutture e amenità varie, e quante imprese sono state incubate. Quanto PIL ha prodotto e quanto è costato ogni singolo euro prodotto. I denari pubblici non eistono, come diceva la Tatcher, esistono solo i soldi dei contribuenti. E Invece siamo solo noi, a dover spiegare allo stato come spendiamo i NOSTRI soldi, non lo stato a dover spiegare a noi come spende lui questi NOSTRI soldi. Se dobbiamo investire in incubatrici, facciamolo dove nascono i bambini e non viceversa. Non si è mai visto che una incubatrice abbia prodotto un aumento delle nascite. L'entropia industriale pare ad oggi irreversibile, è il momento di porsi il problema, prima che sia troppo tardi. Ma lo possiamo dire che il re è nudo? Che è difficile salvare l'impresa orafa e occorre lanciarsi in altre forme di impresa? Magari un po' più all'avanguardia? E come le facciamo queste imprese, se facciamo scappare tutti i nostri migliori e potenziali imprenditori?  Se esportiamo gli imprenditori e teniamo solo i manovali, possiamo solo creare imprese  che richiedono la manovalanza... e qui ci fermiamo... insieme alla crescita economica!

Questi sono solo alcuni dei problemi che la bomboniera Cortona non si pone, non ha motivo di porsi e giustamente non la toccano. Arezzo però deve avere altre priorità, che un concerto di Giovanotti, pur presentato da Saviano, non risolverà mai…  

Per creare si collabora, ma ad Arezzo chi fa viene tendenzialmente insultato.

Per caso qualcuno ricorda un evento che non sia stato massacrato e allontanato da questa città a causa dello stillicidio di insulti, ostacoli, dictat, impedimenti, chiacchiericci, boutade... Saracino a parte! Che cultura non è. Ma forma dignitosa di folklore.

Cultura vuol dire una città in cui l'Aurora non sia il punto di riferimento di una cultura stantia, autoreferenziale e musona che combatte spocchiasamente Icastica con pantomime di mostre e mostre di artisti locali (praticamente sconosciuti oltre il perimetro di Piazza Sant'Agostino o oltre quello dei cortili dei parenti degli artisti). Una città in cui si possa dire che certe forme di cultura da condominio annoiato, si possono fare giustamente nei circoli privati o nei ritrovi di partito (come giustamente accade) ma che si deve avere il buon gusto di evitare le paternalistiche lamentele sul fatto che nessuno le ha considerate e che il Comune non le ha sostenute.

E perchè dovrebbe farlo di grazia? Solo perchè provenendo dall'Aurora possiedono intrinsecamente il dono della credibilità? Solo perchè chi espone si ritiene offeso dalla presenza di artiste internazionali mentre il suo fumettino non viene esposto in Piazza Grande? Dovremmo considerare forme di critica intelligente e culturalmente elevata i fumettini ironici da adolescente che si sfoga sul diario scolastico? Ma che scherziamo davvero?

Cultura allora è formazione al pensiero, alla critica, all'uso del tempo e dello spazio, all'uso della tecnologia e all'uso della razionalità. È muoversi nel possibile, tornare indietro, sbagliare, discutere, litigare, divertirsi, fare ricerca, scoprire l'alternativa e innamorarsene. Cultura è la storia e la sua narrazione, ma è anche il futuro e la sua immaginazione. Cultura è un dibattito aperto al conflitto e chiuso allo scontro.

La cultura è il contrario della tuttologia e della faciloneria: è avere in punta di dita la conoscenza sapendo di non poterla mai toccare veramente perchè troppo vasta. È la grandezza dell'opinione con la quale giocare.

È la bellezza di cambiare di idea perchè hai più dati per analizzare il concetto, non la rigidità di chi preferisce non dar credito ai dati per paura di dover cambiare idea o di non piacere più agli amichetti del suo gruppo.

La cultura ha un atteggiamento curioso non autoreferenziale e richiede pazienza e tempo. Pazienza per ascoltare. Tempo per accogliere, capire e conoscere. Cultura è anche educazione (e questo fa immediatamente capire la differenza fra chi sa tante cose e chi le sa poi utilizzare). Cultura non è scaricare da Wikipedia tre nozioni e credere di conoscere qualcosa (quello è solo esercizio digitale), è mettere insieme tutte le cose che sai per costruirne di tue. 

Cultura è crescita e evoluzione.

La nostra città, invece, sta involvendo al livello culturale degli anni '50 per livello di istruzione dei suoi abitanti e per livello di cultura offerta. Ma di fronte a noi non abbiamo le stesse prospettive economiche e di lavoro. Quindi avremo meno lavoro e saremo più ignoranti; ergo più poveri e con meno possibilità di rialzarci.

 

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